Il giornalismo delle soluzioni è affidabile, interessante ed edificante: lo afferma un nuovo studio commissionato dal Solutions Journalism Network

giornalismo delle soluzioni

Ci sono ancora degli scettici sul giornalismo delle soluzioni? Certo che sì. Da un lato siamo ancora all’inizio del viaggio, Dall’altro fa parte del gioco quando si attua un cambiamento importante e profondo. Ma noi siamo qui anche per risolvere i dubbi e lavorare sulle sfumature. Le stesse che ci portano a raccontare l’intera storia nel nostro magazine News48.


In questi ultimi mesi stiamo lavorando a stretto contatto con il Solutions Journalism Network per favorire la divulgazione del giornalismo costruttivo e delle soluzioni in Italia. Questo per noi significa restare a contatto con chi questo approccio all’informazione lo ha definito, teorizzato e poi raccontato al mondo. Ma significa anche essere coinvolti in alcune opportunità straordinarie che ci aiutano a fare meglio.


Ed è questa la novità: il giornalismo delle soluzioni è in grado di fare meglio, di incrementare il coinvolgimento dei lettori e di consentire una crescita significativa per gli editori. Lo afferma la prima ricerca condotta sull’audience da parte della società di ricerche sul mondo dei media SmithGeiger e commissionata dal Solutions Journalism Network. L’indagine ha coinvolto 638 persone di età compresa tra i 18 e i 54 anni. Di questi il 47% sono consumatori di notizie locali.

Il giornalismo delle soluzioni può fare meglio


Questa ricerca è molto importante nella fase di divulgazione del giornalismo costruttivo in cui ci troviamo perché afferma che la narrazione costruttiva offre dei chiari vantaggi sia per i giornalisti sia per i consumatori di notizie. Andrew Finlayson, vicepresidente di SmithGeiger, afferma: “Questi risultati affermano in modo inequivocabile l’attrattiva, l’impatto e l’efficacia significativi dell’approccio del giornalismo alle soluzioni in particolare nelle notizie locali”.
Il trend di questi ultimi anni, e in particolare durante la pandemia, è stato caratterizzato da una costante e continua perdita di fiducia nelle notizie. Motivo per cui si è andato delineando uno spazio sempre più ampio per il giornalismo costruttivo e delle soluzioni. Questo si è rivelato essere un ottimo modo per costruire e recuperare la relazione tra le redazioni e la comunità.

Il giornalismo delle soluzioni è interessante e alimenta la fiducia

Il primo dato interessante dell’indagine condotta da SmithGeiger è che il 51% degli intervistati ha affermato di preferire le storie di giornalismo delle soluzioni (di questi il 53% appartiene alla fascia di età 18-45 anni e il 47% alla fascia di età 45-54 anni). Il 32% degli intervistati, invece, afferma di ritenere che siano più interessanti le storie incentrate sul problema. L’83% degli intervistati, inoltre, ha affermato di fidarsi delle storie di giornalismo delle soluzioni mentre il 61% ha dichiarato che questo tipo di narrazione è più interessante da leggere e ascoltare. Solo il 55% ha affermato di avere più fiducia nelle storie orientate solo al problema e il 54% le trova più interessanti. Questi dati risultano coerenti anche considerando le differenze demografiche come età, sesso, posizione e convinzioni politiche.

Come vengono percepite le storie di giornalismo costruttivo e delle soluzioni? 5 sono stati i parametri presi in considerazione:

  • Aiutano a fare la differenza nella mia comunità (dal 42% al 25%)
  • Garantiscono la profondità delle informazioni (dal 41% al 30%)
  • Forniscono un nuovo approccio (dal 40% al 25%)
  • Raccontano ciò che conta (dal 37% al 28%)
  • Offrono la qualità della narrazione (dal 37% al 30%)

Il giornalismo delle soluzioni aiuta a comprendere la realtà

Tra gli intervistati, l’88% ha affermato che una storia di giornalismo delle soluzioni ha provocato una reazione positiva in loro mentre il 74% ritiene che questo accada con un racconto incentrato sul problema. “Edificante” è stato il termine con cui il 52% degli intervistati ha definito il giornalismo costruttivo e delle soluzioni. Mentre il 37% di loro hanno affermato di poter definire ponderata la narrazione costruttiva. Circa il 10% delle persone coinvolte nel sondaggio ritiene che un articolo o un servizio di giornalismo costruttivo ha consentito loro di comprendere meglio un problema e di avergli permesso di guardare in altre direzioni rispetto alla copertura tradizionale dei media.
Ultimo dato significativo della ricerca è che il 79% degli intervistati ritiene che le notizie locali che riportano problemi specifici e le soluzioni per poterli risolvere siano essenziali e importanti per poter costruire una nuova comunità.

Il 2021 è l’anno delle soluzioni

I dati dell’indagine condotta da SmithGeiger ci invitano a leggere dentro le scelte e le necessità dei lettori e degli ascoltatori. Chi consuma le notizie ha un grande bisogno di ritrovare speranza, rassicurazione e quella sensazione di poter migliorare le cose. Questo è il momento giusto per avvicinarsi a questa nuova forma di giornalismo. I ricercatori che hanno condotto l’indagine hanno definito il 2021 come “l’anno delle soluzioni”. Una definizione importante che nasce dall’ascolto delle persone: è forte il bisogno di ritrovare connessione con la propria comunità e questo può accadere attraverso nuove storie. Che siano costruttive, edificanti, ponderate e orientate alle soluzioni.


Nina Fasciaux: il solutions journalism eleva il dibattito pubblico

solutions journalism

Viviamo in un mondo complesso. E tutto fa pensare che lo sarà sempre di più. Siamo immersi in una società che non pone alcun fermo ai problemi ma sceglie di fermare la narrazione. Eppure, noi giornalisti abbiamo un ruolo fondamentale: possiamo educare il lettore, ispirarlo e spingerlo a credere in un mondo che ha mille volti. Non solo quello positivo a tutti i costi ma nemmeno quello negativo allo stremo. Il giornalismo in cui crediamo in questo network è un giornalismo che costruisce, che racconta risposte e soluzioni, che allarga lo sguardo e cerca le sfumature. Il non detto. Il non ancora raccontato. È in questi angoli che si celano le storie di cui abbiamo bisogno. Quelle che elevano il dibattito pubblico e ci impediscono di trovare scuse di fronte ai grandi problemi della società.

Nina Fasciaux è Manager in Europe & International coordinator del Solutions Journalism Network che ha come mission quella di divulgare il giornalismo delle soluzioni in tutti i Paesi del mondo. Una realtà che lavora intensamente e creando connessioni tra giornalisti di ogni parte del globo con l’intento di mostrare nuove strade percorribili e riuscire a cambiare il paradigma dell’informazione. Per me Nina è un punto di riferimento importante e con lei ho appreso gli elementi base del giornalismo delle soluzioni che sono diventate la mission del nostro network. Ed è questa la ragione per cui ho voluto fortemente che fosse presente in questo blog per raccontarci ciò in cui crede e cosa sta accadendo in Europa.

Nina, raccontaci cos è il solutions journalism e perché è così importante soprattutto in questo momento storico

Il solutions journalism riporta le risposte ai problemi. Si tratta di un approccio importante oggi perché sono numerosi gli studi che affermano che le persone si sono allontanate dalle notizie perché troppo negative e perché influiscono troppo sul loro umore. Il solutions journalism gioca un ruolo fondamentale nella società perché consente di riconnettere le persone alle persone. L’eccesso di negatività nell’informazione ha portato a una concentrazione di articoli sui problemi che ha stimolato un sensazione di impotenza nelle persone. Ma c’è un’altra ragione per cui il solutions journalism gioca un ruolo importante oggi: influenza i decision maker e ci toglie dalla tentazione di trovare scuse per non risolvere i problemi.

Perché credi nel solutions journalism?

Le notizie sono qualcosa di molto complesso. Dietro ogni storia ci sono più sfumature. Quando ho lavorato in Russia come giornalista, per 5 anni, leggevo le notizie sulla Russia che venivano date in Europa e tutto sembrava eccessivamente negativo: non era totalmente falso, ma non era nemmeno completamente vero. Si trattava per lo più di un racconto dei russi senza i russi. Credo che per noi giornalisti sia frustrante rapportarsi sempre con lo stesso tipo di storie. Spesso è sufficiente cambiare nome della città, nomi dei protagonisti e la data per avere una storia che, in realtà, assomiglia a tutte le altre. Ho sentito il bisogno di raccontare storie nuove.

La prima cosa da fare se si è un giornalista e si vuole avvicinare il solutions journalism

Il primo aspetto fondamentale è comprendere a fondo che non si tratta di giornalismo positivo ma di un giornalismo che ha un suo approccio critico. Questo ci porta a porci domande che vanno più a fondo nei fatti: ci sono sfumature che nessuno ha raccontato di questa storia? Chi sta facendo meglio? Nel caso, poi, di storie che partono dai dati è interessante rintracciare la devianza positiva: dove le cose stanno funzionando? Quello può diventare il punto di partenza del racconto.

La prima cosa da fare se si è studenti di giornalismo interessati al solutions journalism

Credo che l’approccio migliore sia quello di tenere a mente che non è necessario focalizzarsi sulla storia ma è importante allargare la visuale per cogliere ciò che è meno evidente.

Quando non è possibile fare solutions journalism?

Sicuramente nelle breaking news che hanno un taglio lampo che non approfondisce. Però è possibile lanciare una notizia e poi prendersi il tempo per tornare indietro, osservare e raccontare.

E invece, quando è necessario?

Sicuramente in tematiche come il cambiamento climatico o le violenze: in quei casi in cui la narrazione è la stessa da 15 anni. Abbiamo l’opportunità di elevare il dibattito pubblico ed evitare l’apatia. Prova a pensare: se dici che la casa brucia l’effetto è la paralisi, se dici la casa brucia e abbiamo due soluzioni per salvarci la percezione cambia totalmente.

Quali sono i Paesi europei più orientati al solutions journalism?

Ci sono diverse realtà interessanti. Mediacité in Francia sta facendo un ottimo lavoro così come la BBC nel Regno Unito. Molto attivi sono anche i danesi e in Europa Centrale e dell’Est Transition sta lavorando molto bene in questo senso.

Solutions journalism e Covid-19: come si può migliorare la narrazione?

Sono due le considerazioni da fare. La prima è un invito a sezionare il problema in più parti: questa è la chiave quando il tema è molto ampio. Definire le più piccole parti del problema ed entrarci dentro. Non raccontare il Covid-19 in modo generico ma porre l’attenzione sulla vulnerabilità delle persone in questa situazione, per esempio. La seconda riflessione riguarda le lezioni da imparare dalla prima ondata o dagli altri Paesi. Con questo sguardo alle soluzioni e alle possibili risposte replicabili si riesce a offrire una informazione di qualità.

Covid-19: indicazioni pratiche per una narrazione costruttiva

Covid-19 buon giornalismo

Quando ci si trova in una pandemia come quella del Covid-19 i ricercatori impegnati su questo fronte cercano di fare previsioni su come la malattia possa influire sul futuro delle persone e creano quelli che vengono definiti modelli epidemiologici. Si tratta, in sostanza, di simulazioni al computer e rappresentazioni matematiche del virus e dei suoi impatti. Questi lavori utilizzano, per esempio, equazioni che descrivono le variabili fondamentali da non sottovalutare, i dati che raccontano la storia delle epidemie precedenti e l’andamento dei vaccini. I capi di governo, e chi si occupa della sanità pubblica, si affidano a queste previsioni per prendere le decisioni che poi influiscono sulla nostra quotidianità. In questo scenario i giornalisti hanno un ruolo fondamentale perché devono consentire alla comunità di comprendere cosa sta accadendo e il perché di alcune decisioni che talvolta sembrano incomprensibili ai nostri occhi.

Da qui nasce l’esigenza, da parte della stampa, di conoscere meglio questi modelli epidemiologici: da quando il mondo intero è coinvolto nella pandemia da Covid-19 sono aumentati notevolmente gli studi e i documenti accademici. I giornalisti hanno familiarità con questi modelli? Perché se ciò non accade ci ritroviamo, come sperimentato più volte, di fronte a un’informazione superficiale e poco costruttiva.

Denise-Marie Ordway, giornalista del Journalist’s Resource, ha intervistato ricercatori e autori di studi scientifici per farsi spiegare al meglio come i giornalisti possano fare un lavoro migliore partendo proprio dagli studi e dai modelli messi a punto su basi matematiche. Senza questa capacità di interpretazione si rischiano errori importanti e l’esclusione di contesti cruciali.

Cosa possono fare i giornalisti impegnati nel racconto del Covid-19


La Ordway ha identificato, insieme ai ricercatori intervistati, 10 elementi che i giornalisti impegnati nella narrazione del Coronavirus non devono perdere di vista.

  1. Mettere ben in chiaro che i modelli epidemiologici presi in considerazione sono validi solo alla luce dei dati utilizzati e che i ricercatori sono al lavoro per recuperare altre informazioni. L’unica cosa che hanno a disposizione i ricercatori sono i dati presenti nel momento in cui lavorano al modello statistico. Anche se non precisi vengono comunque presi in considerazione perché servono come punto di partenza. Questo spiega il perché, talvolta, non sembrano tornare i dati relativi alle persone positive, ai tamponi effettuati e ai decessi.
  2. Spiegare che spesso i ricercatori fanno delle ipotesi nate dall’osservazione dei dati durante la creazione di modelli. Helen Jenkins, epidemiologa del Boston University School of Public Health, evidenzia come le persone pensano spesso  che un modello scientifico sia «una perfetta palla di cristallo che mostra il futuro e non tengono conto delle avvertenze che si applicano a questi studi». Diventa quindi importante, per un giornalista, spiegare con chiarezza la natura dei dati a disposizione e come vengono inseriti nella costruzione di un modello epidemiologico. Questo consente alle persone di comprendere le carenze degli studi scientifici.
  3. Tenere sempre a mente che i ricercatori utilizzano un’ampia varietà di modelli per studiare le malattie infettive e che questi sono progettati per rispondere a più domande. Per esempio alcuni di questi sono utili a studiare alcuni modelli di comportamento di un’intera popolazione di persone mentre altri consentono di esaminare il comportamento dei singoli individui.
  4. Evidenziare che quando si riporta una previsione numerica, per esempio la stima dei decessi a causa di Covid-19, si tratta di una stima approssimativa rappresentata da un intervallo di numeri possibili. I giornalisti, spesso, tendono a focalizzarsi su un numero solo: la stima, il numero più alto o il più basso. Ma questi studi non rilevano mai un dato solitario, indicano sempre un intervallo di valori. Brooke Nichols, economista della salute, afferma che «comprendere ed esprimere incertezza nei modelli matematici è la chiave per comprendere».
  5. Spiegare al proprio pubblico di riferimento cosa lo studio di cui si parla aggiunge rispetto a quel che già sappiamo e quali le domande che rimangono senza risposta. Questo tipo di scelta narrativa consente di far comprendere al lettore che si sta sempre parlando di una tessera del puzzle e non dell’intera figura.
  6. Quando si intervista un ricercatore scientifico in merito ai modelli epidemiologici tenere a mente queste 7 domande:
  • Che tipo di modello di studio è stato utilizzato e quali sono forze e debolezze?
  • Quali sono le ipotesi utilizzate per questa analisi?
  • Quale l’obiettivo di questo modello: a quali domande risponde?
  • Da dove provengono i dati utilizzati e in che modo l’utilizzo di questi dati specifici ha influito sui risultati?
  • Quali dati e fattori sono stati intenzionalmente esclusi da questo studio e perché?
  • Questo studio si è focalizzato su uno scenario migliore o peggiore?
  • Quali avvertenze devono essere prese in considerazione per analizzare i risultati di questo studio?

7. Verificare gli studi effettuati dai ricercatori senza una comprovata esperienza. Può capitare che dei ricercatori con una scarsa esperienza nella costruzione di modelli epidemiologici possano cimentarsi nel realizzare delle indagini che poi rendono fruibili online. Questi studi possono  contenere degli errori dovuti alla scarsa esperienza che vanno verificati prima di essere raccontati. Un buon metodo è intervistare un ricercatore di maggiore esperienza. La collaborazione tra giornalisti e studiosi è fondamentale per facilitare il processo di scoperta.

8. Diffidare dei modelli epidemiologi di scienziati che non sono esperti in materia. Il solo fatto che un ricercatore abbia creato un modello di successo per investigare un altro ambito della salute non garantisce che il suo lavoro possa essere di aiuto in un caso di epidemia.

9. Usare Twitter e altri social media per cercare cosa gli accademici affermano in merito alle nuove ricerche effettuate. Intercettare delle conversazioni sui social media può essere un buon modo per farsi una prima idea su un nuovo studio pubblicato o diffuso. Spesso i ricercatori utilizzano queste piattaforme per esprimere una propria opinione sapendo di essere intercettati dai media.

10. Restare informati sui modelli epidemiologici. Questo aiuta certamente a restare focalizzato, a fare le domande migliori e a spiegare le ricerche sul coronavirus in un linguaggio semplice e comprensibile.

Un’informazione di qualità su un tema così importante come quello della pandemia da Covid-19 è possibile solo con l’impegno e la dedizione di tutti.



Il giornalismo delle soluzioni ci rende più concreti e ottimisti

Giornalismo delle Soluzioni

Notizie raccontate secondo i principi del solutions journalism (giornalismo delle soluzioni) e del giornalismo costruttivo, sono più amate dai lettori. Lo ha dimostrato uno studio effettuato da Engaging News nel 2014 e confermato il follow up eseguito nel 2015.


Lo studio, che viene ben raccontato sul blog del Solutions Journalism Network con cui collaboriamo, evidenzia in linea generale come i lettori si soffermino più a lungo sulle notizie che sono focalizzate su risposte e soluzioni rispetto al tempo speso per leggere una notizia che si limita a narrare un problema. La ricerca mette anche in risalto come gli articoli costruttivi siano quelli condivisi con più piacere dai lettori. Lo studio, realizzato in collaborazione con The Deseret News, ha evidenziato in particolare tre aspetti.

  • I lettori si sentono meno impotenti.


Chi si imbatte in una storia di giornalismo costruttivo o delle soluzioni sviluppa un sentiment più forte nei confronti delle soluzioni. Accade che al termine della lettura abbia la percezione che, per quanto grande sia il problema, esistono strade che portano alle soluzioni e alle risposte possibili. Sono quelle che hanno intrapreso persone, istituzioni, comunità in giro per il mondo.

  • I lettori amano trascorrere più tempo sulle pagine che raccontano storie costruttive.


Secondo lo studio condotto, i lettori trascorrono il 25% di tempo (circa 30 secondi) in più sulle pagine che hanno un contenuto che racconta soluzioni e risposte. Parliamo di secondi, va bene, ma questo è un segnale di come le storie che ci catturano siano quelle che ci fanno sentire in grado di poter cambiare le cose.

  • I lettori, dopo aver letto la storia costruttiva, lasciano il sito se non trovano altro.


Questo è un dato interessante: non è sufficiente produrre una sola storia di qualità. Risulta più produttivo offrire ai lettori una sorta di viaggio nelle soluzioni proponendo storie differenti: che siano risposte agli stessi problemi oppure a problemi di diversa natura.

Segni di un cambiamento in atto: il lettore sta diventando più critico


Trovo questi dati significativi di un cambiamento che noi del Constructive Network stiamo toccando con mano in particolare negli ultimi mesi. Il lettore che viene catturato dal click facile esiste ancora. Al suo fianco, però, comincia a delinearsi sempre di più un lettore critico che sceglie le proprie fonti, abbraccia le storie costruttive e vuole nutrirsi di informazioni utili davvero.


Il Covid-19 ce lo ha insegnato: non ci basta più riconoscere il problema, abbiamo la necessità di sentire che questo sia in qualche modo gestibile o risolvibile. Abbiamo bisogno di risposte, di sguardi orientati a ciò che possiamo fare ora per migliorare il futuro. Siamo arrivati a questa pandemia con un tasso di cinismo molto alto e con una bassa fiducia nei media. E questo, badate bene, è quanto accade in tutto il mondo.

Dialogando con giornalisti internazionali ho avuto conferma che la poca credibilità nei confronti dei media non è affare solo italiano. Non che sia una notizia che debba farci stare meglio, ma di sicuro ci permette di fare una riflessione più approfondita sul punto in cui siamo come esseri umani.
Siamo arrivati al 2020 sfiduciati e cinici. Con in testa tanti problemi sociali e sulle spalle il senso di colpa per averli generati. Poi è arrivato il Covid-19 e in qualche modo ha mischiato le carte in tavola. Chi ha voluto vedere l’opportunità nella difficoltà, ha potuto cogliere nuove esigenze comunicative.

Le nuove domande nate con il Covid-19


Chi legge oggi si chiede: come ne usciamo? Torneremo alla vita di prima? Cosa sta cambiando e cosa cambierà nelle nostre abitudini? Come devo fare per continuare a vivere la mia quotidianità?


Sono le storie che vengono cercate dal lettore critico. Egli si sofferma su di esse, prende appunti, condivide con amici e famiglia, ci torna per ricordare e conserva per ripassare. Sono storie che insegnano, educano, aiutano. Vale per il Covid-19 oggi ma possiamo ampliare lo sguardo a ogni altro problema che riguarda l’umanità intera o la singola comunità.

Continuiamo a imparare da questa pandemia: rivediamo le domande per guidare le nostre storie.

Giornalismo costruttivo: cosa non è

Il Giornalismo Costruttivo cosa non è

Il giornalismo costruttivo è un approccio all’informazione che si è andato delineando negli ultimi anni come risposta a una esigenza ben chiara: recuperare la credibilità della stampa e fornire al lettore notizie rispettose, più complete e orientate alle soluzioni più che ai problemi.

Come accade spesso quando si delineano nuovi principi che regolano ambiti storici, può risultare meno chiaro comprendere i confini dentro cui muoversi. Le sfumature sottili che dividono l’informazione da come la viviamo per lo più oggi e il giornalismo costruttivo sono sottili e richiedono chiarezza.

Ecco, allora, cosa non è il giornalismo delle soluzioni e costruttivo in cui crediamo noi del Constructive Network.

Il giornalismo costruttivo non racconta buone notizie

Le notizie positive raccontano solo un aspetto della realtà, esattamente come fa il giornalismo che distrugge e lancia titoloni negativi. Certamente le buone notizie fanno stare meglio di quelle cattive, ma ci portano a correre il rischio di non riconoscere la realtà dei fatti. Se il giornalismo positivo ci fa credere che il mondo sia perfetto e non occorra fare di più, il giornalismo che definiamo distruttivo ci racconta che siamo talmente invasi dai problemi che non potremmo mai fare nulla. La soluzione sta nelle sfumature: raccontare i problemi aprendosi alle opportunità. Abbiamo bisogno di un giornalismo che ci aiuti a comprendere cosa sta accadendo e cosa possiamo fare. Esistono strade percorribili? E ora che conosciamo il problema cosa possiamo fare? C’è chi fa bene e può essere un esempio da seguire?

Il giornalismo costruttivo mon ama le breaking news

Ci vuole tempo per informarsi bene. E ci vuol ancora più tempo per costruire una narrazione corretta della realtà che viviamo. Oggi siamo abituati ai lanci su Twitter dell’ultima notizia, alle breaking news che spesso non sono altro che la ripresa di storie raccontate da altri.
Il giornale DeCorrespondent versione inglese ha lanciato l’hashtag #unbreakingnews proprio a sottolineare la necessità di un racconto più approfondito. Cosa fare allora? Leggere tutto ma diventare lettori critici capaci di identificare le fonti più attente per comprendere meglio la complessità del mondo.

Il giornalismo costruttivo non ha sempre la soluzione giusta

C’è un detto popolare che dice che se esiste un problema esistono anche le soluzioni. Ma queste potrebbero ancora non essere state scoperte. Scegliere il giornalismo costruttivo non significa avere tutte le risposte nel taschino. Significa, invece, cercare le possibili risposte, sollecitarle quando è possibile, raccontarle con i propri punti di forza e i propri limiti. E dopo averle condivise con il lettore seguirne l’evoluzione e accettare ogni variazione possibile. Questa è l’informazione di qualità: non è assoluta.

Il giornalismo costruttivo non crea eroi

Si nota, sui media, la tendenza a creare dei miti di riferimento. Persone che sembrano avercela fatta senza alcuna difficoltà. Grandi imprenditori, eroi del nostro tempo che ci appaiono infallibili. Il risultato di queste narrazioni è quello di creare un forte distanziamento tra il protagonista della notizia e chi legge o ascolta nel quale si può generare un senso di frustrazione e impotenza. Siamo tutti esseri umani e quindi ci comportiamo da esseri umani: quando abbiamo successo e quando no. Il giornalismo costruttivo questa cosa non se la dimentica: il lettore deve potersi identificare, cogliere ispirazioni e crescere grazie all’articolo letto. Quante cose si possono scoprire dalla storia di una persona? Innumerevoli.

Il giornalismo costruttivo sceglie con cura le parole

Ogni parola pubblicata crea una visione della realtà nel lettore, una sua personale percezione dello stato in cui si trova il mondo. Noi giornalisti, in questo senso, abbiamo una una grande responsabilità: anche per una sola parola scritta o detta, anche nei confronti di un solo lettore. Tenendo a mente valori come empatia, rispetto, dignità di chi legge le notizie, il giornalismo costruttivo sceglie con cura le parole e il messaggio che vuole offrire al pubblico che legge o ascolta.

Il giornalismo costruttivo: un nuovo approccio all’informazione

Il giornalismo costruttivo

Questo momento storico rappresenta il giro di boa per l’informazione. Una sorta di ritorno alle origini, all’etica del giornalismo alla “vecchia maniera” e a quella qualità dell’informazione che si è persa. In questo scenario si inseriscono il giornalismo costruttivo e il giornalismo delle soluzioni (Solutions Journalism). Due opportunità per rimettere mano all’informazione partendo da nuovi punti di vista.

Il giornalismo costruttivo è stato oggetto di numerosi studi e approfondimenti universitari sin dal 2011. La sua patria è il Nord Europa. Dopo anni di esplorazioni, nel 2017 viene teorizzato da Cathrine Gyldensted, giornalista e Karen McIntyre, ricercatrice universitaria. A loro dobbiamo questo filone innovativo che ha l’ambizione di cambiare la cultura mediatica che oggi viviamo. Sempre in Danimarca è nato il Constructive Institute, fondato dal giornalista Urlik Haagerup, che si preoccupa di preparare i nuovi giornalisti costruttivi ed è molto attivo nell’organizzare eventi e incontri tra addetti ai media europei.

Quale il punto di partenza del giornalismo costruttivo?

La psicologia positiva fondata dal prof. Martin Seligman nel 1998 è considerato il punto di partenza per la definizione dell’approccio costruttivo alle notizie. Questa corrente si distanzia dalla psicologia tradizionale partendo da un presupposto importante: «per rendere le persone felici non occorre eliminare ciò  che è negativo quanto piuttosto riempire la mente di visioni positive». Adattato al giornalismo questo significa sostituire l’insistenza nella diffusione di notizie negative con l’intento concreto di fornire visioni più complete, costruttive e possibiliste. Quando si scrivono storie, in sostanza, occorre dare valore ai sentimenti umani portando il focus su concetti come empatia, ascolto, rispetto, gratitudine. Il prof Seligman, che di questo tema si occupa durante i suoi corsi all’Università della Pennsylvania, ha elaborato uno strumento di valutazione dal nome PERMA (Positive Emotions, Engagement, Relationship, Meaning e Achievement”). Lui lo usa con i suoi pazienti ma Cathrine Gyldensted e Karen McIntyre lo hanno adattato alla produzione di notizie.

I giornalisti che intendono scrivere storie con taglio costruttivo scelgono di evidenziare le emozioni costruttive della storia, il livello di coinvolgimento dei protagonisti, le relazioni che si sono attivate grazie alla storia e quelle possibili, il senso di quanto raccontato e la proposta di soluzioni. Un approccio per molti versi distante da quello che oggi viene attuato dai media ma non così distante da ciò che richiede la deontologia giornalistica. Si usano sempre le 5 W del giornalismo aglosassone (Who, When, What, Where e Why) ma si aggiunge una domanda chiave rivolta al futuro: “What Now?” Cosa accade adesso?

Perché il giornalismo costruttivo non è ancora molto diffuso?

Sebbene le cose stiano cambiando di anno in anno, resta il fatto che il giornalismo costruttivo è un approccio all’informazione relativamente nuovo e ancora sconosciuto. A questo si aggiunga che si tratta di una modalità di ricerca e scrittura impegnativa. Non prevede, infatti, la superficialità della notizia e non sostiene la guerra ai titoli più impattanti. Quello a cui ambisce è un maggior approfondimento, la visione della soluzione e lo sguardo sulle possibilità concrete di farcela. Qualunque sia il tema affrontato.

Quel che è certo è che produce un grande effetto sul consumatore di notizie. Per il lettore, infatti, si delinea la possibilità di aprirsi al dibattito, tornare ad avere fiducia nella stampa e la capacità di comprendere tematiche spesso complicate.

A differenza del giornalismo così come lo abbiamo conosciuto fino a oggi, che guarda a ciò che è accaduto e tende alla polarizzazione, il giornalismo costruttivo volge lo sguardo al futuro, osserva la realtà da più punti di vista e consente di mettere in luce quelle sfumature che spesso includono la risposta al problema stesso.

Non si tratta, come spesso viene frainteso, di cercare solo e unicamente il bello della realtà ma di essere concreti nel dare visioni possibiliste sollecitando risposte e soluzioni.

A che punto è il giornalismo costruttivo oggi?

Il momento è quello giusto. Nel mondo stanno accadendo cose importanti: in Nord Europa in primis e negli Stati Uniti dove questo giornalismo di qualità è definito Solutions Journalism. Esistono cellule di giornalisti costruttivi in tutto il mondo. Per quanto riguarda l’Italia, il nostro Constructive Network è il primo network fondato da giornalisti che si pone come punto di riferimento per chi si occupa di informazione a tutti i livelli.

Noi giornalisti costruttivi di tutto il mondo stiamo dialogando per confrontarci, raccontarci e diventare sempre più forti. Sappiamo che si tratta del momento giusto e anche i media italiani lo dimostrano. Sebbene la percezione generale sia quella di una qualità molto bassa, esistono tanti professionisti che operano in modo costruttivo dedicandosi all’approfondimento. Il nostro network ha l’obiettivo di raggrupparli e dare loro visibilità.

C’è un’altra cosa di cui siamo certi: il giornalismo costruttivo può crescere grazie unicamente al lavoro di singoli professionisti. Insieme si costruisce e si comincia a portare una ventata di qualità nei contenuti che leggiamo in rete e offline.

Negli ultimi anni ci siamo occupati tanto delle fake news, ma sono davvero queste il problema? Ciò che ci sta danneggiando come esseri umani, lettori e professionisti dei media è la cattiva informazione: più subdola delle notizie false che vengono costruite a tavolino. Occorre uscire dalla logica che solo ciò che parla di desolazione, terrore e genera paura sia una notizia che debba trovare spazio sui media. Non è così e non è ciò che da lettori vogliamo, anche se poi veniamo attratti dal titolo tragico. È una questione di abitudine: crediamo che l’informazione sia questa mentre ciò che realmente desideriamo è conoscere altro. La realtà nel suo complesso è ciò che ci interessa: non solo problemi e nemmeno solo notizie positive. Ci occorre sapere che per ogni problema ci sono più soluzioni possibili, che qualcuno le ha già trovate e testate, che in qualche parte del mondo c’è chi potrebbe raccontarci nuovi punti di vista e, soprattutto, che non siamo impotenti di fronte alla società oggi.

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