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Social, salute e cultura: la sfida della responsabilità tra intrattenimento e divulgazione

Riflettere su temi molto urgenti come il rapporto tra salute e social e, non troppo indirettamente, il marketing è tanto interessante quanto delicato. Francesco Ciampa nel suo articolo ha posto degli ottimi spunti di approfondimento che allarga la visione anche oltre la relazione tra temi istituzionali e social media.

La privatizzazione dei beni di prima necessità e il ruolo dei social

Ormai tutti i “beni” di prima necessità sono stati privatizzati, rendendoli quindi beni commerciali e inseriti in un mercato dove vige la concorrenza. I social oggi rappresentano il più veloce e, a tratti, efficace canale di passaggio dall’intrattenimento alla vendita. Il confine tra utenza e clientela è sempre più labile. Nati come spazio di connessione, socialità e condivisione, i social sono diventati oggi veri e propri media, con le loro regole, i loro linguaggi e le loro comunità.

Vietare argomenti sui social non è molto utile, anzi, è dannoso e pericoloso. Utile invece, è puntare tantissimo sulla cultura della società. Ed è questo il bene di prima necessità più importante e che non può essere venduto.

Per questo vorrei che si investisse, che si finanziasse e si formasse chi può avere la funzione di formare e informare mentre intrattiene, senza che ci sia alcun tipo di vendita come obiettivo finale. Realtà come questo network, che per sua natura ha proprio l’obiettivo di informare, formare e diffondere valori positivi come approccio professionale e personale.

Utenti e creatori: la responsabilità ci appartiene

Avendo un obiettivo di divulgazione e non di vendita, necessariamente, realtà come queste dovrebbero contare su donazioni, forme di abbonamento ma soprattutto fondi pubblici ed europei, perché la finalità è proprio la restituzione al pubblico sottoforma di cultura utile poi a distinguere i contenuti incontrati sui social. Perché un conto sono i post che devono essere guardati come utenza, perché hanno l’obiettivo di intrattenere. Diversi invece quei post che meritano la nostra fiducia e possono farci diventare clienti consapevoli, non solo commerciali ma nel significato più etimologico di “appartenenza”. Post che ci informano e formano, appunto, incidendo sulla nostra cultura e conoscenza.

La responsabilità di ogni persona è fondamentale, sia in versione di utenti che usufruiscono di contenuti, sia che in quella di chi crea contenuti. Gli istituti, ordini, comunità scientifiche sono esattamente gli interlocutori che dovrebbero porsi nella posizione di diffusori di cultura, ma devono prima raggiungere una enorme consapevolezza: non sono capaci, ad oggi, di vivere i social con le regole dei social. Non deve essere una critica, piuttosto un necessario punto di partenza.

La sfida della comunicazione istituzionale sui social

Se vuoi davvero avere un ruolo di divulgazione scientifica devi iniziare ad avere un linguaggio come quello di Geopop, non pretendere che i social si adattino al tuo modo istituzionale e statico di comunicare. Perché la visibilità è data dalla tua capacità di assecondare l’algoritmo e dalla qualità dei tuoi contenuti in grado di fidelizzare il pubblico e far condividere i tuoi contenuti.

Mi viene in mente la rivoluzione comunicativa che sta intraprendendo la pagina Instagram dei Carabinieri. Un approccio forte, che merita attenzione per capire se sarà l’inizio di qualcosa di nuovo o un tentativo monco di cambio comunicativo.

Più numerosi saranno i profili in grado di unire qualità a viralità più l’intrattenimento da social sarà formativo e automaticamente le persone avranno le capacità di riconoscere una bufala e una fakenews .

Dipende tutto da noi e dalla responsabilità che abbiamo verso di noi e verso chi ci legge/vede/ascolta/segue, qualsiasi ruolo abbiamo.

Aldo Macchi

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