La terza ondata del femminismo si è sviluppata tra lotte intersezionali e rivoluzioni culturali. Negli anni ’90, il femminismo cambia volto e diventa intersezionale, e intreccia genere, etnia, classe e identità LGBTQIA+.
Due eventi simbolici lo inaugurano:
- 1991 – La denuncia di Anita Hill contro Clarence Thomas per molestie sessuali sul lavoro scuote l’America. Un processo mediatico e politico che intreccia discriminazioni di genere e razziali, segnando un punto di svolta con l’approvazione di una legge contro le violenze sul lavoro.
- Il movimento Riot Grrrl esplode nel mondo punk, trasformandolo in un grido di rivendicazione femminista con slogan come “Girls to the front!” – “Tutte le ragazza avanti!” – e l’affermazione del concetto di Girl Power, poi reso pop dalle Spice Girls.
È proprio da qui che nasce il femminismo intersezionale: un termine coniato da Kimberlé Crenshaw che unisce le oppressioni di genere, razza, disabilità e classe.
Le teorie rivoluzionarie della terza ondata:
- Naomi Wolf: Il mito della bellezza denuncia gli standard estetici oppressivi
- Judith Butler: il genere è una costruzione sociale e una performance
- Bell Hooks: il femminismo nero abbraccia la pluralità delle identità nere
- Chandra Mohanty: critica il femminismo occidentale e propone un approccio transnazionale.
Non solo teoria: in Italia, nel 1996, la violenza sessuale viene finalmente riconosciuta come reato contro la persona.
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