Oltre il coronavirus: una nuova “equidistanza” negli spazi di vita

Oltre il coronavirus

Nel saggio “Pandeconomia. Le alternative possibili” lo studioso Tonino Perna indica una serie di soluzioni di rinascita culturale: centrale ripensare le città e il rapporto tra dimensione urbana e rurale secondo giustizia sociale e ricerca di armonia.

“È una delle indicazioni che ci vengono da questa pandemia: dobbiamo trovare la giusta distanza nel costruire, nel concepire gli spazi pubblici, nel rapporto con la Natura, non più ridotta a merce o a mera coreografia urbana”. La ricerca dello “spazio giusto per vivere decentemente” è una delle tante soluzioni suggerite da Tonino Perna, già professore ordinario di sociologia economica all’Università di Messina, impegnato a teorizzare e sostenere con spirito progettuale il concetto di sviluppo sostenibile: rimedi messi a fuoco dal sociologo nel saggio dal titolo “Pandeconomia. Le alternative possibili”, pubblicato a giugno del 2020 per la casa editrice Castelvecchi, collana Esc.

Per una nuova “equidistanza”


Perna descrive lo scenario della pandeconomia, vale a dire “la trasformazione dell’economia come del mercato mondiale al tempo della pandemia”, quella determinata dal coronavirus, per ragionare su possibili insegnamenti da tratte e sulle risposte da mettere in campo. Ne viene fuori un auspicato scenario di cambiamenti culturali, etici e socio-economici ricondotto nell’alveo concettuale della cosiddetta “equonomy”, cioè “un’economia che ritrova l’equilibrio nel nome dell’equità”. In pratica la costruzione di ciò che dev’essere una “altreconomia”, fondata sulla giustizia sociale per frenare le diseguaglianze sociali e le tensioni esasperate in questi momenti di difficoltà planetaria.

Proprio su queste premesse si fonda il concetto di “equidistanza”, una visione sociale, etica, ecologica della distanza che “se oggi è una necessità imposta dal contenimento della pandemia, un domani – spiega lo scienziato sociale – sarà un modo più umano, rispettoso dell’ambiente quanto dello spazio vivibile” da affermare.

Decongestionare le metropoli e riscoprire i borghi


Più in dettaglio, l’equidistanza “si può tradurre nel decongestionare le metropoli e ripopolare le aree interne, abbandonate, i borghi, in Europa come in tante aree del mondo che hanno una storia millenaria”. Il discorso riguarda “la correlazione tra tasso d’inquinamento e la diffusione del virus e la sua letalità”. Ma rileva anche in termini di rinnovata visione del mondo. La riscoperta dei borghi, dei piccoli centri, delle aree interne può essere, infatti, interpretata come tendenza coerente con il “recupero del valore del silenzio, delle pause, del ritmo interiore da ascoltare”. Un recupero che Perna osserva nel corso della pandemia contrapponendolo agli atteggiamenti di “una parte della popolazione che ha aspettato la riapertura delle attività e della mobilità per rituffarsi con furore nella vita precedente”.

“Un grande piano per le aree interne”


“Il riequilibrio tra città e campagna si impone – afferma Perna – e si dovrà tradurre in una ruralizzazione delle città e in una connessione migliore delle aree interne, collinari e montane, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione”. Rispetto, poi, al “caso italiano” un “grande piano di rinascita delle aree interne potrebbe essere finalmente implementato”, continua il sociologo considerando tra le altre cose che “nelle zone collinari del nostro Mezzogiorno oltre il 30% dei terreni agricoli è abbandonato”.

“Un maggior uso dello smart working”


Un modo per ridurre il sovraffollamento del traffico urbano è rappresentato dal lavoro a distanza. Un maggior uso dello smart working “dovrà restare”, dice Perna, “soprattutto nella Pubblica amministrazione e nel reparto amministrativo delle aziende private”. Ma “il più grande cambiamento si verificherà nel mondo della scuola e dell’università”. Con una previsione ben definita: “Non scompariranno di certo la lezione frontale e l’empatia che si deve creare tra docente e discenti, ma metodi e strumenti di insegnamento cambieranno”. Il tutto secondo un cambiamento epocale da affrontare puntando alla riduzione del digital divide, cioè le disparità in termini di accesso alla tecnologia digitale per smorzare disuguaglianze sociali e tra i territori.

La funzione sociale dei piccoli negozi


La rigenerazione degli spazi sociali si ottiene “valorizzando i cambiamenti positivi emersi in questo periodo”. Per esempio, attraverso “un recupero dell’economia di prossimità”. Perna fa riferimento alle piccole botteghe di generi alimentari e ai negozietti di frutta e verdura che “hanno avuto un boom di clienti” durante il periodo di chiusura, il lockdown, scattato l’inverno scorso, quando parte delle consumatrici e dei consumatori “ha voluto evitare le file nei supermercati” preferendo i piccoli esercizi alimentari “per non rischiare”. Per il sociologo, questi piccoli negozi torneranno in sordina man mano che si andrà verso una maggiore mobilità urbana, ma “sarebbe un peccato non trarne qualche insegnamento per il futuro, rispetto alla loro funzione sociale”. Anche perché “sono poi questi piccoli esercizi a mantenere, specie nelle aree marginali, i rapporti più stretti con le produzioni agroalimentari locali”.

Il ruolo del turismo locale


Il ragionamento fatto per i piccoli negozi vale anche per il turismo: “Le aziende che sopravvivranno – sottolinea Perna – lo dovranno soprattutto al turismo locale”. Il dato della rivalutazione del turismo locale in questo periodo di pandemia può assumere un duplice aspetto: “Potrebbe essere un fatto contingente, ma potrebbe segnare anche una svolta culturale”, e i turisti che hanno girato il mondo “potrebbero restare sorpresi nello scoprire mete poco apprezzate turisticamente del Bel Paese, fuori dalle grandi mode turistiche e dalle facili escursioni culturali”. Torna, quindi, la via alternativa della “equidistanza”, stavolta applicabile al turismo di massa per un modo “più umano” di concepirlo. Sullo sfondo sempre la necessità di una “equonomy” concepita dal sociologo come punto di incontro tra Occidente e Oriente, tra ricerca di giustizia sociale e desiderio di equilibrio e armonia.

Diversity e inclusione: il consumatore chiede scelte etiche e costruttive

Diversity

Il tema della diversity al centro di una ricerca presentata al Seo&Love 2020. Dalle soluzioni a sostegno delle persone con disabilità alla lotta alle discriminazioni: diverse le iniziative messe in campo dai marchi. E l’opinione pubblica li premia in reputazione e ricavi.

“Se oggi non si riesce a comprendere il valore della diversità, si perde il treno”; perché oggi “le persone scelgono in base ai valori trasmessi dalle aziende”: così Francesca Vecchioni, fondatrice e presidente di DiversityLab, organizzazione non profit nata per “fare cultura dell’inclusione”. Una considerazione, la sua, nata commentando i dati della Diversity Brand Index, ricerca realizzata da DiversityLab per misurare l’impatto delle politiche di inclusione dei brand sull’orientamento delle consumatrici e dei consumatori italiani.

Cittadinanza più attenta ai brand inclusivi


I risultati dello studio parlano chiaro: 6 persone su 10 dichiarano di indirizzare le loro preferenze di acquisto verso marche percepite come inclusive. Si tratta del 63% delle persone interpellate sulla base di un campione rappresentativo di 1.043 cittadine e cittadini al centro di un’indagine da cui sono emersi 482 brand considerati tra i più sensibili all’articolato tema della diversity. Questione che include sette forme di diversità riconosciute in letteratura: credo/religione, disabilità, età, etnia, genere e identità di genere, orientamento sessuale e affettivo, status socio-economico.

Scelte orientate dall’etica

La ricerca si riferisce all’anno 2019 e rispetto al 2018 e al 2017 riflette una maggiore propensione delle consumatrici e dei consumatori a prediligere brand sentiti più inclusivi: se infatti nel 2019 si osserva sul piano dei consumi un 63% di persone attente alla diversity, l’anno prima si registra un +51%, mentre nel 2017 si raggiunge un +52%. Segno di una tendenza consolidata a tutto vantaggio di aziende impegnate a considerare diritti sociali, civili, qualità di vita delle persone oltre le barriere della discriminazione. In pratica “vuol dire che le nostre scelte davanti allo scaffale, anche a parità di prodotto, sono orientate dal fattore etico di un brand consonante ai nostri valori”, afferma la vicepresidente di Diversity Lab, Gabriella Crafa illustrando anche altri dati della ricerca. Come il +89,8% del Net Promoter Score, cioè l’indice del passaparola, in questo caso positivo e in crescita del 4,7% rispetto all’anno precedente per i marchi considerati attivi nelle strategie di inclusione: dato contrapposto al -86% dei marchi non inclusivi che secondo quanto evidenzia Diversity generano invece “un numero di detrattori preponderante”.

Crescita dei ricavi favorita dalla diversity


Un dato, quello della reputazione, che per le aziende significa inoltre vantaggi di tipo economico. Il Diversity Brand Index conferma infatti la convenienza a investire in politiche aziendali nel rispetto della diversità: nel 2019, mettendo a confronto i marchi i più inclusivi con quelli meno inclusivi, emerge un divario in termini di crescita dei ricavi pari a un +23% a favore dei brand che investono in pratiche rispettose delle diversità. Tutto questo con un ritorno in positivo dal punto di vista del passaparola, della reputazione e della fedeltà di consumatrici e consumatori.

Buone pratiche: il progetto Thisables


La strada seguita dai brand giudicati più inclusivi è caratterizzata dalla ricerca di soluzioni per rendere il più possibile migliore la qualità di vita delle persone e per promuovere il rispetto dei loro diritti, dei loro bisogni, della loro identità. Gabriella Crafa cita l’esempio di Ikea. Che con il progetto ThisAbles punta a facilitare la fruizione dei suoi prodotti a vantaggio di persone con varie forme di disabilità: una serie di accorgimenti sul fronte del design che rende più facile aprire un frigorifero, accendere o spegnere una lampada, alzarsi da un divano e così via.

Ikea premiata per la campagna #Fateloacasavostra


Sempre Ikea, con il suo ramo italiano, viene premiata al Diversity Brand Summit, svolto a Milano a giugno 2020 su iniziativa di Diversity e della società di consulenza Focus MGMT. Un premio su 21 aziende selezionate dal Diversity Brand Index conquistato grazie alla campagna audiovisiva #Fateloacasavostra, laddove quel “fatelo a casa vostra” diventa rivendicazione dell’essere se stessi, per manifestare la propria affettività, la propria identità, il proprio orientamento sessuale, sentendosi liberi di farlo come a casa nostra, ovunque ci si trovi, senza essere discriminati.

Huawei e l’app StorySign per bambine e bambini sordi


L’altro premio della rassegna lo conquista Huawei per aver lanciato l’app StorySign, pensata per facilitare l’apprendimento di bambine e bambini sordi grazie alla possibilità di libri traducibili in tempo reale nella lingua dei segni per godere in modo più agevole della bellezza di una favola, di una storia, di un racconto.

Per una nuova visione del potere dei brand


Si tratta di esempi considerati espressione di nuove forme costruttive di responsabilità sempre più apprezzate dall’opinione pubblica: “Le persone – sostiene Francesca Vecchioni – vogliono che i brand usino il loro potere per arrivare agli altri. Ed è la stessa cosa che dobbiamo fare noi. Ognuno di noi deve riuscire a usare il proprio potere come vogliamo che facciano i brand”.

Un percorso rivoluzionario che riguarda le azioni e le scelte quotidiane di tutte e tutti noi.

Charlie Barnao: riflessioni costruttive sul caso Floyd

Caso Floyd

Ci sono punti di contatto tra l’uccisione di George Floyd, il cittadino afroamericano deceduto a maggio del 2020 a seguito di un’operazione di polizia a Minneapolis, negli Stati Uniti, e altri casi di morte violenta come ad esempio quelli in Italia di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi ed Emanuele Scieri?

Per Charlie Barnao, professore di sociologia e di sociologia della sopravvivenza all’Università “Magna Graecia” di Catanzaro, la risposta è “sì”. In base ai risultati di una sua ricerca ancora in corso, il sociologo arriva infatti a un’ipotesi di fondo: “L’ipotesi centrale attorno alla quale si sviluppa questo lavoro è che esiste una correlazione tra il modello addestrativo delle forze armate ed episodi di violenza sadica, incontrollata e di tortura perpetrati dagli attori sociali formati sulla base di quel modello”, sono le dichiarazioni di Barnao fatte nel corso di un seminario sul “caso Floyd” organizzato dall’ateneo catanzarese.


Più in generale, lo studioso invita a riflettere non soltanto sui metodi di addestramento, ma sugli aspetti culturali e valoriali considerati sempre più incisivi nella società contemporanea: si tratta di un tema “la cui rilevanza in termini di attualità è data prima di tutto dal contesto culturale, economico e politico in cui ci troviamo”, osserva il professore universitario ponendo l’accento sulle “nuove e sempre più pressanti politiche sicuritarie” e su “un marcato processo di militarizzazione della società tutta”.


La questione affrontata da Barnao rileva intanto dal punto di vista dei processi formativi “inadeguati” capaci di influenzare a vari livelli la “cultura militare”. Secondo lo scienziato sociale, si tratta quindi di riconsiderare i modelli psicologico-educativi per prevenire fenomeni come quelli di violenza osservati in situazioni di ordine pubblico descritti dalla cronaca nera e giudiziaria.

Un’attenzione per la formazione e per gli aspetti educativi che spinge ad associare la morte di George Floyd non soltanto al razzismo, ma anche a dinamiche legate al concetto di autoritarismo di nuova genesi. Da qui la proposta di Barnao per nuovi modelli psicologico-educativi basati in particolare sulla psicologia umanistica.

Linguaggio giornalistico, stereotipi e pregiudizi: comunicare senza discriminare

Linguaggio Giornalistico

“Sappiamo che l’esposizione ripetuta a discorsi di incitamento all’odio può aumentare i pregiudizi” e “desensibilizzare gli individui verso le aggressioni verbali”; in pratica “si normalizza quello che di solito sarebbe considerato un comportamento socialmente condannabile”: nel 2018, dalle colonne del New York Times, lo psichiatra Richard Alan Friedman sottolinea l’effetto delle parole e dei “discorsi incendiari” nel dibattito politico dell’America di Donald Trump.

Riflessioni sul ruolo delle neuroscienze e della psicologia per dimostrare il peso specifico del linguaggio violento e discriminatorio.

Deontologia giornalistica: la Carta di Roma


Una questione, quella del pregiudizio e degli stereotipi, centrale anche per la deontologia giornalistica. Un esempio è la Carta di Roma pensata per un’informazione corretta nei confronti delle persone straniere, strumento deontologico oggi recepito nel Testo unico dei doveri del giornalista. “Se ripetiamo la parola invasione un numero indeterminato di volte, quella parola finirà per dare una forma spaventosa al fenomeno migratorio a prescindere dai dati reali”, è la riflessione di Valerio Cataldi, giornalista e presidente dell’Associazione Carta di Roma, organizzazione impegnata a promuovere i principii e le raccomandazioni deontologiche volute in forma specifica dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) sulla base delle sollecitazioni dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati.

No “clandestini”


Da qui le linee guida per l’applicazione della Carta di Roma curate dall’associazione presieduta da Cataldi con il contributo di diverse organizzazioni specializzate a vario titolo in materia di migrazione. Tra le raccomandazioni c’è proprio quella di un uso rispettoso e appropriato delle parole per evitare discriminazioni, oltre le generalizzazioni, per non fare “di tutta l’erba un fascio”. E dunque, no all’abuso del termine “clandestino”: meglio espressioni più neutre come “migrante irregolare”. “La parola clandestino – spiega Cataldi – è un esempio lampante di come si riesce a trasformare una notizia e a dare connotato negativo a una persona, ad un gruppo di persone, stabilendo a priori che si muova di nascosto, al buio, come una minaccia costante alla nostra sicurezza”.

Attenzione ai titoli


Sempre nelle linee guida si esprime la necessità di dare informazioni come quelle relative all’appartenenza etnica, religiosa, o al paese di provenienza soltanto se pertinenti e necessarie per la comprensione di un fatto, di una notizia, di un fenomeno di rilevanza giornalistica. Attenzione, quindi, ai titoli: “Scrivere per esempio <<Nord africano arrestato per un furto>> implica attribuire alla appartenenza a un’area geografica un ruolo nella comprensione della notizia” anche quando questo ruolo non risulta giustificato dalla realtà delle cose.

“Parlare Civile”


Si tratta di accortezze descritte anche nel progetto Parlare Civile, iniziativa formativa ed editoriale per indicare buone pratiche, impostazioni giornalistiche sconsigliate, suggerimenti per comunicare senza discriminare. Immigrazione, disabilità, orientamento sessuale, violenza di genere tra le principali tematiche messe a fuoco in questo progetto descritto in una delle dirette live promosse dal nostro Network.

Immigrazione


“Romeno senza patente distrugge famiglia”: è uno dei titoli che Parlare Civile considera sbagliati. Un titolo tratto da un quotidiano free press del 2010 riferito a un incidente stradale: un’impropria specificazione della nazionalità che potrebbe rafforzare il pregiudizio della “naturale” pericolosità sociale associata in automatico all’essere persona di origine romena. Un taglio della notizia in linea con la cosiddetta “etnicizzazione dei reati e del crimine”, puntando il dito contro determinati gruppi etnici e sociali al di là delle vere o presunte responsabilità individuali.

Disabilità


“Il mondo piange i bambini di Newtown. Killer ex alunno autistico”: è un titolo di un’agenzia di stampa nazionale “battuto” nel 2012 in relazione a una strage avvenuta negli Stati Uniti a colpi d’arma da fuoco per mano di un giovane. Un esempio che Parlare Civile considera di cattiva pratica perché, già nel titolo, si mettono in connessione terminologica e di idee autismo e massacro. Un modo per stigmatizzare le persone con autismo e considerarle già di per sé predisposte all’aggressività omicida: questa la critica mossa a diversi giornali di tutto il mondo, Italia compresa, anche dall’allora presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino. Aspetti che si aggiungono alle rappresentazioni stereotipate – dal un lato secondo pietismo, dall’altro secondo eroismo – descritte in chiave ironica nel video “Carrozzati’s Karma”, parodia di “Occidentali’s Karma” ad opera di due donne con disabilità, le attiviste Maria Chiara ed Elena Paolini.

Orientamento sessuale


“Gioco erotico tra gay finisce male, un morto”: il titolo è di un quotidiano online. Si tratta di un articolo del 2011 ripreso da Parlare Civile come esempio di narrazione distorta e discriminatoria. Nel pezzo, infatti, si riportano a partire dal titolo elementi allusivi, per una morte di cui non si conoscevano ancora le cause, se naturali, non naturali o accidentali. Scatta subito l’ipotesi giornalistica di un “gioco erotico” finito male e ci si sofferma sull’abitudine della vittima “di ricevere in casa uomini con i quali intratteneva rapporti sessuali”. Un collegamento tra le dinamiche del fatto e la sfera sessuale che non sarebbe avvenuto nel caso di un individuo “notoriamente eterosessuale”, fa notare Parlare Civile a proposito di una rappresentazione che in automatico collega l’omosessualità al torbido, alla trasgressione, alla devianza.

Violenza di genere


“Delitto passionale”, “movente passionale”, “dramma della gelosia”: espressioni passate in rassegna da Parlare Civile a proposito di abitudini linguistiche spesso osservate nella cronaca della violenza esercitata da uomini nei confronti delle donne. Femminicidi descritti con parole che sembrano frutto della ricerca più o meno consapevole di giustificazioni, moventi, attenuanti nei confronti dei carnefici: qualcosa che rimanda al clima culturale “delitto d’onore” presente nell’ordinamento giuridico italiano fino a non molto tempo fa. Un uso sbagliato delle parole che fa il paio con “raptus di follia”, rimedio linguistico abusato per fatti che spesso nulla c’entrano con la follia e con l’incapacità di intendere e di volere. Approcci da revisionare per spostare l’attenzione e i sentimenti di empatia sulle vittime, per raccontare storie, progetti, sogni, vite spezzate. Schemi da rivedere per raccontare i fatti prestando attenzione anche alle forme d’aiuto, secondo un giornalismo costruttivo che guarda ai problemi ponendosi sempre alla ricerca di soluzioni e possibili vie d’uscita.