Sei passi per costruire un giornalismo riflessivo

Giornalismo Riflessivo

“Le notizie dovrebbero aiutare i loro lettori a capire il mondo”. Non una parte di mondo, aggiungerei io alle parole di Shirish Kulkarni, un giornalista investigativo pluripremiato, che sta conducendo ricerche sulla narrazione di notizie attraverso il cosiddetto “giornalismo modulare”.

Shirish in un suo recente speech ha incoraggiato i giornalisti a vedere il loro lavoro come un servizio alle loro comunità e a pensare molto più profondamente al significato di ciò che si fa. “Il giornalismo non è per i giornalisti ma per i cittadini”, ha detto. “Dobbiamo avere i cittadini nella nostra mente in ogni punto di ciò che facciamo.

Shirish ha spiegato perché una redazione diversificata è molto più attrezzata per coprire le notizie. “C’è razzismo nelle nostre redazioni e quei punti di vista razzisti hanno infettato la nostra società. Il discorso giornalistico e politico spesso descrive gli immigrati come opportunisti e immeritevoli. Se le persone di colore guidassero le decisioni editoriali nelle redazioni, tutte le nostre discussioni su immigrazione, disuguaglianza, istruzione e criminalità sarebbero completamente diverse. Dobbiamo affrontarlo con urgenza”.

Il giornalismo riflessivo favorisce la comprensione della realtà

Nel suo speech, Shirish affronta molti punti nodali, tra cui:

Riflettiamo profondamente su ciò che facciamo, come giornalisti? Il nostro lavoro rafforza gli atteggiamenti e le strutture prevalenti o consente al pubblico di avere una comprensione più completa del problema in questione? E come esempio ha descritto le news di nera: “Migliorano le cose o guidano un discorso che rende impossibile avere discussioni basate sull’evidenza sulla riabilitazione contro la punizione nella nostra società?”

Altro punto importante, che incrocia il giornalismo costruttivo: i cittadini vogliono il contesto, non solo le ultime notizie, eppure le testate giornalistiche sono concentrate sull’abitudine di aggiornare costantemente la prima riga delle breaking news, e tutto il resto passa in secondo piano. E così le news sul fronte del cambiamento climatico descrivono l’emergenza ma non il contesto, e non spingono abbastanza sulle soluzioni.

Ancora una considerazione: il giornalismo dovrebbe fornire ai cittadini uno spazio per esercitare il libero arbitrio. “Le notizie non stanno accadendo solo a noi come vittime passive delle notizie. Siamo anche cittadini delle nostre comunità e abbiamo il nostro potere. Dobbiamo offrire nella nostra copertura un modo affinché le persone si sentano coinvolte nel mondo e possano fare la differenza”, ha detto Shirish, facendo eco ad alcuni dei principi solutions journalism, suggerendo di imparare da game designer e professionisti del teatro che stimolano il coinvolgimento attingendo alla curiosità del pubblico.

Il tono delle notizie adatto a tutti

Il tono, poi, dovrebbe essere accessibile per tutti e i media dovrebbero ascoltare diverse prospettive, mentre i giornalisti dovrebbero essere trasparenti riguardo alle loro segnalazioni e più consapevoli sui propri limiti, per assumere una nuova credibilità. Il pubblico dovrebbe sapere esattamente come e perché i giornalisti raccontano una particolare storia. “Non siamo esperti”, ha detto Shirish. “Molti di noi sono generalisti. A volte dobbiamo dire “non sappiamo” invece di dire qualcosa che non sappiamo”.

Come giornalisti, infine, dovremmo apprendere e utilizzare le riflessioni precedenti e raccontarle utilizzando di più lo storytelling, ricordando quanta forza hanno le storie nelle persone. Solo così potremo raggiungere questi obiettivi.

Come cambia il giornalismo nell’era dei social

Giornalismo e social media


I social stanno prendendo sempre più la scena, arrivando a influenzare le scelte editoriali di testate giornalistiche importanti. Accade al New York Times dove Bari Weiss, 36 anni, editor della sezione opinioni, lascia il quotidiano sbattendo la porta evidenziando che il giornale è ormai sottomesso alla cosidetta “cancel culture”, la “cultura della cancellazione”, quella che suggerisce di tener fuori tutto ciò che è scomodo, perché può urtare la sensibilità di qualcuno, a scapito del pluralismo e della libertà di opinione.


La Weiss aveva sposato la linea di voler ospitare sulla testata opinioni molto differenti, per avere accesso a un panorama ideologico e politico il più completo possibile, ma le resistenze sono state tante, e lei ha mollato: «Dalle elezioni 2016 avremmo dovuto imparare l’importanza di comprendere gli altri americani, la necessità di resistere al tribalismo e la centralità del libero scambio di idee in una società democratica». Ma le cose non sono andate così. «Un nuovo tipo di consenso sta emergendo nel giornale. Una linea di pensiero per cui la verità non è un processo di scoperta collettivo, ma un’ortodossia di illuminati col compito di informare gli altri».


La colpa, secondo la Weiss, è della “dittatura” di Twitter, social su cui chiunque abbia un’opinione diversa, provocatoria, eccessiva, propria, finisce triturato dagli attacchi. «Il nome di quel social non è nella gerenza del New York Times. Ma Twitter è ormai diventato il direttore del giornale. Le storie vengono scelte e scritte in modo che quell’audience sia soddisfatta e non si scateni, piuttosto che permettere a un pubblico curioso di leggere cosa succede davvero nel mondo per poi trarre le proprie conclusioni».


Non c’è più posto, insomma, per la curiosità intellettuale e per il confronto tra tesi da parte dei lettori. Un episodio isolato o il sintomo di una tendenza in atto? Occorrerà riflettere molto, per capire dove stia andando il giornalismo.

Adolescenti e notizie: quale relazione?

adolescenti e notizie

Quello tra gli adolescenti e le notizie è un rapporto interessante da analizzare. E per farlo voglio partire da una domanda che mi ha posto mia figlia:

Oh, ma non è possibile. E che è, nel mondo succedono solo tragedie?

Alice ha 16 anni e, a pranzo, ha un orecchio alla Tv, che sta mettendo in onda il Tg. All’improvviso non riesce più a mangiare la pasta. Sbotta in questa esclamazione che mi fa capire quanto il suo cervello da adolescente consapevole si stia rifiutando di incamerare orrori a ripetizione. Le si chiude improvvisamente lo stomaco, tra una notizia e un’altra impilata nel bollettino di guerra subìto all’ora di pranzo, quando la famiglia si riunisce e vorrebbe trovare un quarto d’ora di pace in attesa di un pomeriggio di compiti e lavoro.

Ma non potrebbero parlare di Greta? E’ la frase che arriva subito dopo, a sostenere un processo che non è solo di elaborazione-rifiuto ma anche di proposta, di missione, di sfida da parte di un mondo, quello dei teenager, che ha eletto Greta Thunberg come riferimento di una causa globale, oggi avvertita in modo più consapevole e responsabile grazie alle proteste della ragazzina svedese e all’eco mediatica che ne è conseguita.

Così è nata Lavoradio, progetto di giornalismo costruttivo

Alice non poteva sapere (o non ricordava) che sette anni prima, di fronte all’ennesimo Tg catastrofico assorbito all’ora di pranzo, dissi a lei e al fratello che quel flusso di notizie era solo una parte della verità, non la verità, e che – nello specifico mi riferivo al tema del lavoro – oltre alle notizie su proteste, licenziamenti, mobilità e disoccupazione – c’erano sicuramente tantissime buone nuove relative alla nascita di nuove imprese, startup, assunzioni, o persone che se lo inventavano, il lavoro. C’erano ma non transitavano per l’informazione mainstream. C’erano ma erano seppellite sotto cumuli di detriti e macerie del “lavoro che non c’è”.

C’erano ma si trovavano su riviste come Millionaire, di cui mi sono nutrito per tantissimi anni (e ancora continuo a farlo). E così, da quel moto di ribellione al giornalismo catastrofico, nacque in me l’idea di confezionare una rubrica radiofonica che analizzasse il contesto del lavoro non ignorandone i mille problemi, ma mettendo l’accento su ciò che stava cambiando e sulle opportunità che si stavano aprendo.

Così è nata Lavoradio, da quello stesso moto di ribellione che è sorto spontaneo in Alice, che evidentemente non si vuole arrendere rispetto al bombardamento negativo che i Tg mainstream producono ogni giorno.

Credo che sia giunto il momento di coalizzare le generazioni e provare a far invertire la rotta. Ho chiesto ad Alice di scrivere una lettera ai direttori dei Tg: non so se lo farà. Non so se lo farà e qualcuno mai la leggerà. Non so se arriverà e verrà cestinata come un fastidio, e tutto scorrerà come prima. So di certo che da quel giorno, a pranzo, preferiamo non guardare più il Tg.

Spegnete i telegiornali

Lo dico da giornalista, il gesto è forte ma necessario, e vado a raccontarlo in ogni incontro che faccio, anche in ambito giornalistico. Spegnete i Tg, facciamo abbassare l’audience, e forse così i direttori si convinceranno che questa informazione tossica non funziona più. O meglio, fa danni, soprattutto nei cervelli di chi non ha gli strumenti per difendersene.

Scientificamente si chiama euristica della disponibilità: una scorciatoia mentale che si basa su esempi immediati che arrivano alla mente di una determinata persona quando valuta un argomento, un concetto, un metodo o una decisione specifici.   

In altre parole, quello che “dice la tv” è la verità assoluta. Quando racconto questa cosa al mio amico Renato, lui accenna un sorriso e dice: “Lo dico io, a mia madre, che guarda troppi telegiornali e troppa televisione, e poi crede che aprendo la porta di casa trova i banditi che la vogliono ammazzare”.

Adolescenti e anziani sono persone da tutelare, come tutti noi. Da difendere, dalle distorsioni di Tg tossici come un’iniezione di veleno.