Non smettete di farvi domande

Se vi siete persi le puntate precedenti le trovate qua. Mi sono immaginato un corso universitario, mi sono immaginato una classe di giovani donne e uomini prepararsi a conquistarsi il proprio posto nella società, mi sono immaginato come vorrei fosse un corso universitario.

L’ho fatto per raccontarvi il Constructive Network.

Sssh…venite con me, la quarta lezione è appena cominciata.


La scorsa volta abbiamo cominciato a parlare della maieutica, questo metodo che deriva da Socrate, utile per far emergere quello che già effettivamente è presente nell’uomo, attraverso delle domande costruttive, che aiutano a scavare in profondità.
Quindi abbiamo ipotizzato che chi usa questo metodo crede che la verità sia dentro ognuno di noi, ricordate?

– Sì prof.

Abbiamo ipotizzato che se al posto di “verità” ci mettessimo “creatività”, o intuizione, si potrebbe pensare che attraverso delle domande costruttive, e relativo ascolto, si potrebbe risvegliare la creatività, intesa come «facoltà umana di produrre nuove idee per migliorare la vita» come ha scritto Luca Stanchieri in “Il meglio di sé”, vero?

Sì.

Sapete perché di queste domande? Perché il CENSIS nel presentare il 51° rapporto sulla situazione sociale del paese, a livello nazionale scriveva che si stava “chiudendo un lungo ciclo di sviluppo senza espansione economica, secondo processi a bassa interferenza reciproca, in cui il futuro è rimasto incollato al presente.” E aggiungeva come proposta risolutiva che “l’immaginazione e la preparazione del nuovo devono fare leva sul binomio tecnologia-territorio”.
Era il 2017 ma credo che sia ancora attuale.

– Quindi lei dice che l’innovazione e la preparazione del nuovo, che possiamo chiamare creatività, intuizione o una propria verità, possono emergere con la maieutica?

Credo possa essere una strada. Creatività, innovazione, crescita economica, autorealizzazione e benessere psicofisico potrebbero essere tutti legati no?  Ma ditemi pure la vostra opinione, possono delle domande ben fatte portare a una sorta di autorealizzazione con relative conseguenze nella società?

– Prof. mi ha fatto scoprire il Teeteto

– E?

– Bè mi ha colpito molto leggere le parole attribuite a Socrate ” ed è chiaro che da me non hanno mai appreso nulla, ma che da essi, da sé, molte e belle cose hanno trovato e generato”. Oggi siamo pieni di guru, decaloghi su come raggiungere il successo in 10 semplici mosse, dispensatori di verità in ogni luogo…

– Eh già i cosiddetti motivatori..

– Già, da un lato abbiamo quelli che danno solo risposte e mentre qui stiamo dicendo che sarebbe importante fare solo domande, senza nemmeno interferire…

– Bella osservazione!
Sì, prendetela come provocazione, però credo che ognuno di voi abbia provato almeno una volta il colpo di genio, l’intuizione.
Poi qualcuno ha messo a terra la propria idea e altri l’anno ricacciata nel profondo magari criticati dalla propria cerchia di amici, familiari, professori come me…

– È perché forse vogliamo ricette pronte, con la scusa di non aver tempo per provarci, sbagliare, riprovare…un po’ si lega alle scorse lezioni. La paura di fallire perché abbiamo un’errata concezione del fallimento oppure perché provarci necessita uno sforzo di attivazione come diceva Scitovsky…

– Esatto, ma cosa accadrebbe se nelle nostre PMI, che sono circa l’80% del nostro PIL, invece dei motivatori si usassero le domande? Se ripartissimo da quell’intuizione nata quando un imprenditore ha aperto la sua attività, se arrivassimo al suo perché!?

– Sbaglio o c’è una similitudine con il coaching umanistico?

– Esatto Lino, raccontaci quello che sai?

– Se non ricordo male nasce negli Stati Uniti verso gli inizi degli anni ’90, principalmente per ottenere risultati nel campo sportivo e deve la sua formalizzazione al pilota di automobilismo inglese Sir John Whitmore che diventa poi consulente aziendale e lo utilizzato per far migliorare le performance produttive.

– Chapeau! Passione o esperienza diretta?

-Curiosità, mi sono letto anche io alcuni libri di Luca Stanchieri, un coach che ritiene appunto che “Il coaching è soprattutto un modello di conversazione che permette al pensiero creativo e progettuale di avviarsi in un percorso aperto allo sviluppo

– Grazie Lino. Ora immagino che voi tutti abbiate sentito parlare almeno una volta del “coaching”, vero?

Bè sì, negli ultimi anni le multinazionali parlano di coaching aziendale…

Prof, anche il coaching sportivo o il life coaching…

– Vero.
Ecco io però non avevo, fino a qualche anno fa, sentito parlare di quello umanistico, quello che si focalizza sull’essere umano, al di là della professione che compie. Ora senza giudicare quale disciplina sia meglio vorrei portarvi a riflettere su una cosa.
Un coach sportivo saprà già che deve lavorare sulle prestazioni sportive del suo assistito giusto?

– Giusto.

– Ma se un coach non si focalizza sulla professione ma sull’uomo, da dove parte?

– ….

– Non può che partire che dall’ascolto. Per ottenere i giusti risultati il coach deve informarsi e imparare a destreggiarsi nelle realtà del suo “allievo”, non può dare nozioni o consigli perché non è il suo campo, ma deve solo immedesimarsi.
Ricordate Diderot che per descrivere i mestieri nell’Encyclopédie ha dovuto immedesimarsi perchè non trovava chi era in grado di descrivere il lavoro?
Vi ricordate la massima attribuita a Socrate?

So di non sapere

– Esatto, e cosa fa un bambino quando non sa una cosa?

Domande su domande

– Brava Sara, capite dove vi voglio portare? Porsi su un piano dialogico in cui non si ha nulla da insegnare, ma anzi ponendosi come bisognosi di apprendere, permette di far emergere il perché delle cose. Vedete, io credo che la creatività è presente in ogni individuo, ma non può essere estranea al contesto in cui l’individuo vive e dalle relazioni che esso ha, per questo essa è espressione di un intero territorio, di una cultura, di convenzioni.
Ma, e qui riprendo l’autore che diceva Lino prima, anche di “ottimismo di una visione migliore del futuro che spesso lotta contro la paura, il rischio, la passività”

Interessante prof, ma perché ci ha parlato del  il Constructive Network?

– Ah giusto. Perché volevo farvi un’altra domanda in cui c’entra l’autorealizzazione: la felicità può dipendere dall’informazione?

In che senso?

– Il modo in cui vi informate, quello che leggete, dove lo fate può influire sulla vostra felicità?

Credo di si?

– Lo credo anche io, ed è per questo che è nato il Constructive Network.
E qui torna il buon uso delle domande.
Perché come vi dicevo, raccontare una storia in chiave costruttiva è una scelta che parte dalle domande. Come si usano, determina il risultato di un articolo. Si può scrivere puntando il faro sul problema o sulla soluzione.
Chiunque di noi, nel momento in cui ha in mano una storia da raccontare compie una serie di scelte.

Quindi non si è obiettivi?

– Bella domanda!
Vedete, chi scrive o chi racconta è sempre dentro la storia. Ne sceglie il focus, i dettagli, l’inizio, la fine, il taglio, il messaggio. Naturalmente sceglie anche le domande da porsi durante la raccolta di informazioni e la stesura del pezzo.

– Quello che voglio dirvi è che senza dubbio i media ci condizionano: guardatevi questo video intervista tra Assunta Corbo e Sonia Monticelli.
Quindi la nostra autorealizzazione è minata anche dall’informazione.
Fortunatamente in più parti del mondo se ne sono accorti e sono nate diverse realtà che voglio offrire una nuova opportunità ai media, che siano giornalisti, blogger e/o comunicatori.
Ma non solo, vogliono anche aiutare il lettore a identificare i contenuti di qualità.
In Italia c’è il Constructive Network.

Quindi da un lato abbiamo l’importanza delle domande per ritrovare la propria creatività dall’altra per raccontare le storie, raccontare questa creatività e fare buona informazione.

Secondo voi possono essere due leve che contribuiscono a far crescere un territorio? Pensateci, ne parleremo la prossima lezione.


Ci vediamo in aula 24 la prossima settimana.

Francesco Sicchiero
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