Di quali storie volete far parte?

Se vi siete persi le puntate precedenti le potete trovare qui. Mi sono immaginato un corso universitario, mi sono immaginato una classe di giovani donne e uomini prepararsi a conquistarsi il proprio posto nella società, mi sono immaginato come vorrei fosse un corso universitario.

L’ho fatto per raccontarvi il Constructive Network.

Sssh…venite con me, la terza lezione è appena cominciata.


Ben ritrovati! Allora oggi vi vorrei parlare di Richard Sennett e del suo saggio: “L’uomo artigiano”. Il Sociologo scrive che gran parte del sapere artigiano è…?

– Tacito: lo si sa fare, ma non lo si sa esprimere…

Bravi, avete letto il libro e quindi avrete visto come emerge una figura, quella dell’artigiano, che ha sempre fatto fatica a stare alla luce. In fondo Efesto veniva collocato nel ventre di un vulcano, quasi a sottolineare questa sua difficoltà no? Ma voglio concentrarmi su questo: il gran “saper fare” del mondo artigiano manca spesso della componente “far sapere”.

Bè ma lo è sempre stato, se nel libro Sennett scrive che perfino Diderot, a proposito delle sue ricerche per l’Encyclopédie, disse: «su un migliaio di lavoratori, è già una fortuna trovarne una dozzina che siano capaci di spiegare con chiarezza gli attrezzi o le macchine che usano».

– Vero, perfino Diderot, per comprendere e poter poi descrivere nella sua opera il sapere più fedelmente, decise di sperimentare, di immedesimarsi…

– Vuole dire che per comprendere un motore devo andare da un meccanico e smontarlo con lui?

– Bè Andrea, sarebbe utile ma dubito che avremo il tempo di testare tutto prima di acquistarlo. Quello che voglio farvi notare è la frase del prologo: «è possibile realizzare una vita materiale più umana, se solo si comprende meglio il processo del fare»?
Vedete, avere una cultura anche generale delle dinamiche del lavoro, permette di  apprezzare il prodotto di chi, spesso, ha un sapere tacito e quindi ha difficoltà a raccontarlo.

-Non la seguo prof.

– Vi ricordate la lezione precedente?
Il comfort genera un’abitudine, dà una soddisfazione immediata, crea una certa apatia. Ne consegue la difficoltà di cercare nuovi stimoli. Il premio Nobel per l’Economia nel 2017, Richard Thaler, ha basato il suo libro sulla “spinta gentile” necessaria per combattere quella sorta di inerzia nell’adagiarsi, tipica dell’uomo.
Abbiamo bisogno di prodotti creativi!

Prendete un prodotto artigiano, se ci pensate comprendere “il processo del fare”, apprendere un processo produttivo, scoprire da dove viene, con che materiali è fatto…il prodotto già carico di una storia trascinerà con sé una storia ancor maggiore, fatta di riti lavorativi, scelte, “saperi” taciti ed espressioni di un territorio…

– …

– Ricordate la suddivisione tra prodotti difensivi e prodotti creativi?

– Si

– Quello che voglio dirvi è che anche un tavolo, un bene difensivo perché vi permette di mangiare comodamente senza doverlo fare a terra, si potrebbe trasformare in un bene creativo scoprendo il processo del fare o che il legno utilizzato, per esempio, è quello degli alberi caduti in seguito alla tempesta Vaia, o ancora il nome e la storia del falegname, i suoi valori..

– Ma questo è marketing.

– Io vi chiedo di andare oltre, non si tratta semplicemente di fare una sorta di greenwashing o un buon content marketing, storytelling, pubblicità…
Qui vi chiedo di andare in profondità, cercare le pepite d’oro di ogni realtà che incontrate.

– Immedesimarsi come Diderot?

– Magari non servirà proprio come Diderot ma è fondamentale domandarsi cosa c’è dietro un prodotto, sia da consumatori – per sapere cosa state acquistando – sia da comunicatori – per saperlo raccontare a dovere. Il Marketing si troverà di fronte a una grande sfida, quella di portare veramente il suo contributo per la collettività, dovrà “saper contaminare tutte le funzioni aziendali, non solo quelle che riguardano la comunicazione e le pubbliche relazioni. E forse le istanze più urgenti non arriveranno dal mercato ma dalla società”. Lo scrive Paolo Iabichino nella prefazione dell’ultimo libro di Kotler.

Ne abbiamo parlato la scorsa lezione, ricordate? Il 37% degli intervistati da IPSOS ammette che il comportamento delle marche influenza le scelte d’acquisto, la collettività sta diventando più attenta e sensibile.

– Prof, qui credo possa contribuire il Brand Journalism…

– Continua…

– Ricordo una lezione sul Brand Journalism di Michela Trada: a fine ‘800, la Johnson&Johnson produceva prodotti antisettici ma non trovava la domanda a causa della mancanza di cultura della sterilizzazione. Da un’esigenza informativa e di utilità iniziò la base del Brand Journalism, l’azienda creò un opuscolo e lo regalò a tutti gli addetti e alla popolazione, creò cultura. Ne giovò l’azienda e ne giovò la comunità.

– Vero Sara, il Brand Journalism o giornalismo d’impresa, è quella tecnica comunicativa che utilizza gli stili giornalistici per raccontare non una notizia, ma un brand. In questo caso il focus si sposta dalla vendita di un prodotto, tipico della pubblicità tradizionale, alla conoscenza del marchio, del brand, sotto la “protezione” deontologica giornalistica. Alcuni prodotti/ servizi possiedono una storia ancor prima di essere venduti ed il consumatore che ne fa parte, contribuisce alla storia.
“Le storie non sono tutte uguali: certo, molto dipende da chi la racconta la storia, moltissimo dal perché lo fa”. Questa frase è del podcast dell’Osservatorio Storytelling.

La mia domanda è, di che storia volete far parte?

Ci vediamo giovedì prossimo in aula 24.

Francesco Sicchiero
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