Covid-19: indicazioni pratiche per una narrazione costruttiva

Quando ci si trova in una pandemia come quella del Covid-19 i ricercatori impegnati su questo fronte cercano di fare previsioni su come la malattia possa influire sul futuro delle persone e creano quelli che vengono definiti modelli epidemiologici. Si tratta, in sostanza, di simulazioni al computer e rappresentazioni matematiche del virus e dei suoi impatti. Questi lavori utilizzano, per esempio, equazioni che descrivono le variabili fondamentali da non sottovalutare, i dati che raccontano la storia delle epidemie precedenti e l’andamento dei vaccini. I capi di governo, e chi si occupa della sanità pubblica, si affidano a queste previsioni per prendere le decisioni che poi influiscono sulla nostra quotidianità. In questo scenario i giornalisti hanno un ruolo fondamentale perché devono consentire alla comunità di comprendere cosa sta accadendo e il perché di alcune decisioni che talvolta sembrano incomprensibili ai nostri occhi.

Da qui nasce l’esigenza, da parte della stampa, di conoscere meglio questi modelli epidemiologici: da quando il mondo intero è coinvolto nella pandemia da Covid-19 sono aumentati notevolmente gli studi e i documenti accademici. I giornalisti hanno familiarità con questi modelli? Perché se ciò non accade ci ritroviamo, come sperimentato più volte, di fronte a un’informazione superficiale e poco costruttiva.

Denise-Marie Ordway, giornalista del Journalist’s Resource, ha intervistato ricercatori e autori di studi scientifici per farsi spiegare al meglio come i giornalisti possano fare un lavoro migliore partendo proprio dagli studi e dai modelli messi a punto su basi matematiche. Senza questa capacità di interpretazione si rischiano errori importanti e l’esclusione di contesti cruciali.

Cosa possono fare i giornalisti impegnati nel racconto del Covid-19


La Ordway ha identificato, insieme ai ricercatori intervistati, 10 elementi che i giornalisti impegnati nella narrazione del Coronavirus non devono perdere di vista.

  1. Mettere ben in chiaro che i modelli epidemiologici presi in considerazione sono validi solo alla luce dei dati utilizzati e che i ricercatori sono al lavoro per recuperare altre informazioni. L’unica cosa che hanno a disposizione i ricercatori sono i dati presenti nel momento in cui lavorano al modello statistico. Anche se non precisi vengono comunque presi in considerazione perché servono come punto di partenza. Questo spiega il perché, talvolta, non sembrano tornare i dati relativi alle persone positive, ai tamponi effettuati e ai decessi.
  2. Spiegare che spesso i ricercatori fanno delle ipotesi nate dall’osservazione dei dati durante la creazione di modelli. Helen Jenkins, epidemiologa del Boston University School of Public Health, evidenzia come le persone pensano spesso  che un modello scientifico sia «una perfetta palla di cristallo che mostra il futuro e non tengono conto delle avvertenze che si applicano a questi studi». Diventa quindi importante, per un giornalista, spiegare con chiarezza la natura dei dati a disposizione e come vengono inseriti nella costruzione di un modello epidemiologico. Questo consente alle persone di comprendere le carenze degli studi scientifici.
  3. Tenere sempre a mente che i ricercatori utilizzano un’ampia varietà di modelli per studiare le malattie infettive e che questi sono progettati per rispondere a più domande. Per esempio alcuni di questi sono utili a studiare alcuni modelli di comportamento di un’intera popolazione di persone mentre altri consentono di esaminare il comportamento dei singoli individui.
  4. Evidenziare che quando si riporta una previsione numerica, per esempio la stima dei decessi a causa di Covid-19, si tratta di una stima approssimativa rappresentata da un intervallo di numeri possibili. I giornalisti, spesso, tendono a focalizzarsi su un numero solo: la stima, il numero più alto o il più basso. Ma questi studi non rilevano mai un dato solitario, indicano sempre un intervallo di valori. Brooke Nichols, economista della salute, afferma che «comprendere ed esprimere incertezza nei modelli matematici è la chiave per comprendere».
  5. Spiegare al proprio pubblico di riferimento cosa lo studio di cui si parla aggiunge rispetto a quel che già sappiamo e quali le domande che rimangono senza risposta. Questo tipo di scelta narrativa consente di far comprendere al lettore che si sta sempre parlando di una tessera del puzzle e non dell’intera figura.
  6. Quando si intervista un ricercatore scientifico in merito ai modelli epidemiologici tenere a mente queste 7 domande:
  • Che tipo di modello di studio è stato utilizzato e quali sono forze e debolezze?
  • Quali sono le ipotesi utilizzate per questa analisi?
  • Quale l’obiettivo di questo modello: a quali domande risponde?
  • Da dove provengono i dati utilizzati e in che modo l’utilizzo di questi dati specifici ha influito sui risultati?
  • Quali dati e fattori sono stati intenzionalmente esclusi da questo studio e perché?
  • Questo studio si è focalizzato su uno scenario migliore o peggiore?
  • Quali avvertenze devono essere prese in considerazione per analizzare i risultati di questo studio?

7. Verificare gli studi effettuati dai ricercatori senza una comprovata esperienza. Può capitare che dei ricercatori con una scarsa esperienza nella costruzione di modelli epidemiologici possano cimentarsi nel realizzare delle indagini che poi rendono fruibili online. Questi studi possono  contenere degli errori dovuti alla scarsa esperienza che vanno verificati prima di essere raccontati. Un buon metodo è intervistare un ricercatore di maggiore esperienza. La collaborazione tra giornalisti e studiosi è fondamentale per facilitare il processo di scoperta.

8. Diffidare dei modelli epidemiologi di scienziati che non sono esperti in materia. Il solo fatto che un ricercatore abbia creato un modello di successo per investigare un altro ambito della salute non garantisce che il suo lavoro possa essere di aiuto in un caso di epidemia.

9. Usare Twitter e altri social media per cercare cosa gli accademici affermano in merito alle nuove ricerche effettuate. Intercettare delle conversazioni sui social media può essere un buon modo per farsi una prima idea su un nuovo studio pubblicato o diffuso. Spesso i ricercatori utilizzano queste piattaforme per esprimere una propria opinione sapendo di essere intercettati dai media.

10. Restare informati sui modelli epidemiologici. Questo aiuta certamente a restare focalizzato, a fare le domande migliori e a spiegare le ricerche sul coronavirus in un linguaggio semplice e comprensibile.

Un’informazione di qualità su un tema così importante come quello della pandemia da Covid-19 è possibile solo con l’impegno e la dedizione di tutti.



assunta corbo

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