Pandemia: il ruolo dell’educazione e del sistema scolastico

Pandemia

Lo scorso ottobre, si è svolto l’UNESCO Global Meeting: quest’anno al centro dell’incontro è stata posta la crisi sanitaria, sociale, umana ed economica causata dalla pandemia da Covid-19 che ha evidenziato la fragilità e l’interdipendenza tra i Paesi. Tutti gli Stati del mondo sono stati colpiti.  

L’emergenza comporta il peggioramento delle disuguaglianze all’interno delle comunità rendendo più vulnerabili gli educandi che vivono in povertà, le donne, le bambine, le vittime di crisi e conflitti e le persone con disabilità. La crisi non può essere ridotta solo all’emergenza sanitaria giacché ha posto in serio pericolo i diritti fondamentali e umani compreso il diritto all’educazione. Occorre sottolineare l’importanza dell’educazione, della scuola e dei docenti come agenti essenziali per fomentare la pace, la non violenza, la cittadinanza mondiale e lo sviluppo sostenibile.

Gli obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile

Ci troviamo di fronte a una grande minaccia che potrebbe ostacolare i progressi raggiunti e il perseguimento degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDG):


– Sradicare la povertà in tutte le sue forme e ovunque nel mondo.
– Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare l’alimentazione e promuovere l’agricoltura sostenibile.
– Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età.
– Garantire un’istruzione di qualità inclusiva ed equa e promuovere opportunità di apprendimento continuo per tutti.
– Raggiungere l’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione di tutte le donne e ragazze.
– Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile di acqua e servizi igienici per tutti.
– Garantire l’accesso all’energia a prezzo accessibile, affidabile, sostenibile e moderna per tutti.
– Promuovere una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, la piena occupazione e il lavoro dignitoso per tutti.
– Costruire un’infrastruttura resiliente, promuovere l’industrializzazione inclusiva e sostenibile e sostenere l’innovazione.
– Ridurre le disuguaglianze all’interno dei e fra i Paesi.
– Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili.
– Garantire modelli di consumo e produzione sostenibili.
– Adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le loro conseguenze.
– Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine.
– Proteggere, ripristinare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, gestire in modo sostenibile le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e invertire il degrado dei suoli e fermare la perdita di biodiversità.
– Promuovere società pacifiche e inclusive orientate allo sviluppo sostenibile, garantire a tutti l’accesso alla giustizia e costruire istituzioni efficaci, responsabili e inclusive a tutti i livelli.
– Rafforzare le modalità di attuazione e rilanciare il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.

La mobilitazione delle Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali e regionali, le associazioni umanitarie per lo sviluppo e le organizzazioni della società civile al fine di sostenere l’educazione come chiave di risposta e il recupero per non lascare indietro nessuno Stato.

Il forgiare alleanze multisettoriali in appoggio dei Paesi per garantire la risposta dell’ambito educativo al Covid-19 e proteggere coloro che restano esclusi dall’aiuto statale.

Prendersi cura dell’educazione dei ragazzi

Nonostante gli sforzi fatti dai Governi, i docenti e il personale educativo devono rispondere alle sfide senza precedenti che la pandemia sta causando. Occorre sottolineare che l’educazione di qualità è un diritto umano e risulta essenziale per raggiungere un recupero equitativo, inclusivo e sostenibile di tutte le nazioni.

Per evitare quello che il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha definito come “una catastrofe generazionale” dobbiamo costruire società e sistemi educativi più resilienti, flessibili, inclusivi e con una prospettiva di genere.  Si può far fronte a questa crisi solo con la solidarietà internazionale e la cooperazione multilaterale. Inoltre, è necessario rispondere ai bisogni olistici di tutti gli alunni dalla prima infanzia fino all’età adulta specialmente gli emarginati e i vulnerabili. 

Mantenere l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e garantire un’educazione inclusiva ed equitativa, di qualità e promuovere le opportunità di apprendimento per le persone e trasformare l’educazione per promuovere lo sviluppo sostenibile senza lasciare nessuno indietro. L’educazione è il principale strumento per muovere una società, questo processo si manifesta anche attraverso la scuola. Luogo dove vengono formati i futuri adulti nonché cittadini dunque bisogna renderli consapevoli di se stessi e dei loro ruoli.

Oggi, questo luogo si è trasformato e per questo motivo è necessario definire la sua nuova identità.  La società si è evoluta, quindi, ci nuove necessità alle quali anche la scuola deve concorrere per trovare nuove soluzioni.   La scuola è il luogo dove i bambini e i ragazzi imparano a convivere e a relazionarsi tra di loro e con gli adulti. Inoltre, la scuola dev’essere un ente adeguato a gestire le diverse competenze.    L’apprendimento è uno strumento fondamentale per tutte le persone e anche in un momento storico complicato come quello che stiamo vivendo bisogna pensare a una riforma del sistema educativo.

Cosa succede in Italia

Per quanto riguarda il sistema scolastico del nostro Paese bisogna sottolineare la necessità di investimenti, fattore che invece negli ultimi anni non è stato riconosciuto. In Italia, il sistema scolastico è stato protagonista di continui interventi, ovvero riforme che lo hanno solo reso instabile. Secondo i dati OCSE, il nostro Paese è in grave ritardo nei livelli di istruzione rispetto ad altri Paesi. Secondo l’Eurostat, la dispersione scolastica in Italia è superiore del 40% rispetto alla media europea.  I giovani non inseriti in percorsi sono il 28 % rispetto al 15% del resto dell’Europa. Oggi, oltre al divario rispetto all’Europa occorre rimediare anche al divario tra nord e sud Italia. Occorre sensibilizzare le famiglie sul tema della scuola, migliorare i rapporti e la comunicazione tra il mondo delle imprese e dell’istruzione. Ci dev’essere flessibilità tra il mondo della scuola e delle aziende che devono avere un glossario comune.

Il digitale e la scuola

Le aziende devono far presente al mondo scolastico quali sono le figure necessarie per il sistema produttivo di modo che la scuola possa formarle.   Soprattutto, la scuola deve preparare gli studenti al continuo cambiamento che la tecnologia, lo sviluppo e il progresso apportano alla nostra società. Un grande problema presente oggi nel mondo scolastico è che i giovani sono nativi digitali mentre i loro insegnanti no, quindi, bisogna formare e aggiornare i docenti.  Inoltre, è emerso anche che molti docenti sono in grado di insegnare, magari conosco bene la propria materia ma non hanno il dono dell’insegnamento. In questi anni, invece, questo passaggio è stato tralasciato e oggi se ne vedono i risultati.  C’è anche la necessità di attrarre giovani verso la professione dell’insegnante. Occorre ricostruire rete e territori, assumere personale competente in grado di assumere ruoli autonomi.

I punti sui quali il nostro Paese deve intervenire sono tre:

  • Una scuola italiana in linea ed integrata nella scuola europea 
  • Una scuola italiana più integrata con i sistemi produttivi e il territorio
  • Una scuola che crea comunità inclusive e aperte.

Un altro punto cruciale è il riordino dei cicli, dove la scuola media dovrebbe essere il luogo d’orientamento per la scuola superiore e questo oggi non avviene in maniera adeguata.  La scuola deve funzionare come una comunità e deve rendere responsabili i giovani. I ragazzi devono essere consapevoli delle proprie scelte, dei talenti che hanno e dei progetti di vita che vogliono realizzare. Nel nostro Paese, gli studenti migliori vengono indirizzati ai licei, a quelli con una preparazione nella media vengono consigliati gli istituti tecnici mentre ai meno bravi vengono suggeriti gli istituti professionali.   

Gli studenti a 19 anni poi, quando terminano la scuola secondaria di secondo grado non hanno una formazione adeguata al mondo del lavoro. Le lacune vanno colmate perché avere meno conoscenze equivale ad avere meno competenze. Oggi, in Italia la media dei ragazzi che si iscrive all’Università è meno del 60%. A questo punto bisogna anche citare la realtà dei NIT, i ragazzi che non studiano e non lavorano.

In conclusione, devono essere rafforzate le attività pomeridiane e bisogna combattere il problema dell’abbandono scolastico che riguarda soprattutto il sesso maschile. Il mondo del lavoro deve riconoscere le competenze che hanno gli studenti, i curriculum vanno monitorati di continuo e tal fine occorre realizzare una carta d’identità delle competenze dei ragazzi. Il sistema scolastico e formativo deve funzionare, ciò vuol dire che agli studenti vengono gli strumenti e le nozioni per poi entrare nel mondo dell’Università o del lavoro, mentre, ai disoccupati dev’essere permesso una riqualificazione delle nuove abilità professionali e tecniche per essere reinseriti nel mercato del lavoro.      

Sei passi per costruire un giornalismo riflessivo

Giornalismo Riflessivo

“Le notizie dovrebbero aiutare i loro lettori a capire il mondo”. Non una parte di mondo, aggiungerei io alle parole di Shirish Kulkarni, un giornalista investigativo pluripremiato, che sta conducendo ricerche sulla narrazione di notizie attraverso il cosiddetto “giornalismo modulare”.

Shirish in un suo recente speech ha incoraggiato i giornalisti a vedere il loro lavoro come un servizio alle loro comunità e a pensare molto più profondamente al significato di ciò che si fa. “Il giornalismo non è per i giornalisti ma per i cittadini”, ha detto. “Dobbiamo avere i cittadini nella nostra mente in ogni punto di ciò che facciamo.

Shirish ha spiegato perché una redazione diversificata è molto più attrezzata per coprire le notizie. “C’è razzismo nelle nostre redazioni e quei punti di vista razzisti hanno infettato la nostra società. Il discorso giornalistico e politico spesso descrive gli immigrati come opportunisti e immeritevoli. Se le persone di colore guidassero le decisioni editoriali nelle redazioni, tutte le nostre discussioni su immigrazione, disuguaglianza, istruzione e criminalità sarebbero completamente diverse. Dobbiamo affrontarlo con urgenza”.

Il giornalismo riflessivo favorisce la comprensione della realtà

Nel suo speech, Shirish affronta molti punti nodali, tra cui:

Riflettiamo profondamente su ciò che facciamo, come giornalisti? Il nostro lavoro rafforza gli atteggiamenti e le strutture prevalenti o consente al pubblico di avere una comprensione più completa del problema in questione? E come esempio ha descritto le news di nera: “Migliorano le cose o guidano un discorso che rende impossibile avere discussioni basate sull’evidenza sulla riabilitazione contro la punizione nella nostra società?”

Altro punto importante, che incrocia il giornalismo costruttivo: i cittadini vogliono il contesto, non solo le ultime notizie, eppure le testate giornalistiche sono concentrate sull’abitudine di aggiornare costantemente la prima riga delle breaking news, e tutto il resto passa in secondo piano. E così le news sul fronte del cambiamento climatico descrivono l’emergenza ma non il contesto, e non spingono abbastanza sulle soluzioni.

Ancora una considerazione: il giornalismo dovrebbe fornire ai cittadini uno spazio per esercitare il libero arbitrio. “Le notizie non stanno accadendo solo a noi come vittime passive delle notizie. Siamo anche cittadini delle nostre comunità e abbiamo il nostro potere. Dobbiamo offrire nella nostra copertura un modo affinché le persone si sentano coinvolte nel mondo e possano fare la differenza”, ha detto Shirish, facendo eco ad alcuni dei principi solutions journalism, suggerendo di imparare da game designer e professionisti del teatro che stimolano il coinvolgimento attingendo alla curiosità del pubblico.

Il tono delle notizie adatto a tutti

Il tono, poi, dovrebbe essere accessibile per tutti e i media dovrebbero ascoltare diverse prospettive, mentre i giornalisti dovrebbero essere trasparenti riguardo alle loro segnalazioni e più consapevoli sui propri limiti, per assumere una nuova credibilità. Il pubblico dovrebbe sapere esattamente come e perché i giornalisti raccontano una particolare storia. “Non siamo esperti”, ha detto Shirish. “Molti di noi sono generalisti. A volte dobbiamo dire “non sappiamo” invece di dire qualcosa che non sappiamo”.

Come giornalisti, infine, dovremmo apprendere e utilizzare le riflessioni precedenti e raccontarle utilizzando di più lo storytelling, ricordando quanta forza hanno le storie nelle persone. Solo così potremo raggiungere questi obiettivi.

Diversity e inclusione: il consumatore chiede scelte etiche e costruttive

Diversity

Il tema della diversity al centro di una ricerca presentata al Seo&Love 2020. Dalle soluzioni a sostegno delle persone con disabilità alla lotta alle discriminazioni: diverse le iniziative messe in campo dai marchi. E l’opinione pubblica li premia in reputazione e ricavi.

“Se oggi non si riesce a comprendere il valore della diversità, si perde il treno”; perché oggi “le persone scelgono in base ai valori trasmessi dalle aziende”: così Francesca Vecchioni, fondatrice e presidente di DiversityLab, organizzazione non profit nata per “fare cultura dell’inclusione”. Una considerazione, la sua, nata commentando i dati della Diversity Brand Index, ricerca realizzata da DiversityLab per misurare l’impatto delle politiche di inclusione dei brand sull’orientamento delle consumatrici e dei consumatori italiani.

Cittadinanza più attenta ai brand inclusivi


I risultati dello studio parlano chiaro: 6 persone su 10 dichiarano di indirizzare le loro preferenze di acquisto verso marche percepite come inclusive. Si tratta del 63% delle persone interpellate sulla base di un campione rappresentativo di 1.043 cittadine e cittadini al centro di un’indagine da cui sono emersi 482 brand considerati tra i più sensibili all’articolato tema della diversity. Questione che include sette forme di diversità riconosciute in letteratura: credo/religione, disabilità, età, etnia, genere e identità di genere, orientamento sessuale e affettivo, status socio-economico.

Scelte orientate dall’etica

La ricerca si riferisce all’anno 2019 e rispetto al 2018 e al 2017 riflette una maggiore propensione delle consumatrici e dei consumatori a prediligere brand sentiti più inclusivi: se infatti nel 2019 si osserva sul piano dei consumi un 63% di persone attente alla diversity, l’anno prima si registra un +51%, mentre nel 2017 si raggiunge un +52%. Segno di una tendenza consolidata a tutto vantaggio di aziende impegnate a considerare diritti sociali, civili, qualità di vita delle persone oltre le barriere della discriminazione. In pratica “vuol dire che le nostre scelte davanti allo scaffale, anche a parità di prodotto, sono orientate dal fattore etico di un brand consonante ai nostri valori”, afferma la vicepresidente di Diversity Lab, Gabriella Crafa illustrando anche altri dati della ricerca. Come il +89,8% del Net Promoter Score, cioè l’indice del passaparola, in questo caso positivo e in crescita del 4,7% rispetto all’anno precedente per i marchi considerati attivi nelle strategie di inclusione: dato contrapposto al -86% dei marchi non inclusivi che secondo quanto evidenzia Diversity generano invece “un numero di detrattori preponderante”.

Crescita dei ricavi favorita dalla diversity


Un dato, quello della reputazione, che per le aziende significa inoltre vantaggi di tipo economico. Il Diversity Brand Index conferma infatti la convenienza a investire in politiche aziendali nel rispetto della diversità: nel 2019, mettendo a confronto i marchi i più inclusivi con quelli meno inclusivi, emerge un divario in termini di crescita dei ricavi pari a un +23% a favore dei brand che investono in pratiche rispettose delle diversità. Tutto questo con un ritorno in positivo dal punto di vista del passaparola, della reputazione e della fedeltà di consumatrici e consumatori.

Buone pratiche: il progetto Thisables


La strada seguita dai brand giudicati più inclusivi è caratterizzata dalla ricerca di soluzioni per rendere il più possibile migliore la qualità di vita delle persone e per promuovere il rispetto dei loro diritti, dei loro bisogni, della loro identità. Gabriella Crafa cita l’esempio di Ikea. Che con il progetto ThisAbles punta a facilitare la fruizione dei suoi prodotti a vantaggio di persone con varie forme di disabilità: una serie di accorgimenti sul fronte del design che rende più facile aprire un frigorifero, accendere o spegnere una lampada, alzarsi da un divano e così via.

Ikea premiata per la campagna #Fateloacasavostra


Sempre Ikea, con il suo ramo italiano, viene premiata al Diversity Brand Summit, svolto a Milano a giugno 2020 su iniziativa di Diversity e della società di consulenza Focus MGMT. Un premio su 21 aziende selezionate dal Diversity Brand Index conquistato grazie alla campagna audiovisiva #Fateloacasavostra, laddove quel “fatelo a casa vostra” diventa rivendicazione dell’essere se stessi, per manifestare la propria affettività, la propria identità, il proprio orientamento sessuale, sentendosi liberi di farlo come a casa nostra, ovunque ci si trovi, senza essere discriminati.

Huawei e l’app StorySign per bambine e bambini sordi


L’altro premio della rassegna lo conquista Huawei per aver lanciato l’app StorySign, pensata per facilitare l’apprendimento di bambine e bambini sordi grazie alla possibilità di libri traducibili in tempo reale nella lingua dei segni per godere in modo più agevole della bellezza di una favola, di una storia, di un racconto.

Per una nuova visione del potere dei brand


Si tratta di esempi considerati espressione di nuove forme costruttive di responsabilità sempre più apprezzate dall’opinione pubblica: “Le persone – sostiene Francesca Vecchioni – vogliono che i brand usino il loro potere per arrivare agli altri. Ed è la stessa cosa che dobbiamo fare noi. Ognuno di noi deve riuscire a usare il proprio potere come vogliamo che facciano i brand”.

Un percorso rivoluzionario che riguarda le azioni e le scelte quotidiane di tutte e tutti noi.

Charlie Barnao: riflessioni costruttive sul caso Floyd

Caso Floyd

Ci sono punti di contatto tra l’uccisione di George Floyd, il cittadino afroamericano deceduto a maggio del 2020 a seguito di un’operazione di polizia a Minneapolis, negli Stati Uniti, e altri casi di morte violenta come ad esempio quelli in Italia di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi ed Emanuele Scieri?

Per Charlie Barnao, professore di sociologia e di sociologia della sopravvivenza all’Università “Magna Graecia” di Catanzaro, la risposta è “sì”. In base ai risultati di una sua ricerca ancora in corso, il sociologo arriva infatti a un’ipotesi di fondo: “L’ipotesi centrale attorno alla quale si sviluppa questo lavoro è che esiste una correlazione tra il modello addestrativo delle forze armate ed episodi di violenza sadica, incontrollata e di tortura perpetrati dagli attori sociali formati sulla base di quel modello”, sono le dichiarazioni di Barnao fatte nel corso di un seminario sul “caso Floyd” organizzato dall’ateneo catanzarese.


Più in generale, lo studioso invita a riflettere non soltanto sui metodi di addestramento, ma sugli aspetti culturali e valoriali considerati sempre più incisivi nella società contemporanea: si tratta di un tema “la cui rilevanza in termini di attualità è data prima di tutto dal contesto culturale, economico e politico in cui ci troviamo”, osserva il professore universitario ponendo l’accento sulle “nuove e sempre più pressanti politiche sicuritarie” e su “un marcato processo di militarizzazione della società tutta”.


La questione affrontata da Barnao rileva intanto dal punto di vista dei processi formativi “inadeguati” capaci di influenzare a vari livelli la “cultura militare”. Secondo lo scienziato sociale, si tratta quindi di riconsiderare i modelli psicologico-educativi per prevenire fenomeni come quelli di violenza osservati in situazioni di ordine pubblico descritti dalla cronaca nera e giudiziaria.

Un’attenzione per la formazione e per gli aspetti educativi che spinge ad associare la morte di George Floyd non soltanto al razzismo, ma anche a dinamiche legate al concetto di autoritarismo di nuova genesi. Da qui la proposta di Barnao per nuovi modelli psicologico-educativi basati in particolare sulla psicologia umanistica.

Giovani e internet: crescere con la rete in modo costruttivo

Giovani e internet

I giovani sono costantemente connessi alla rete tramite smartphone e tablet. L’iper utilizzo di device, il confronto con un numero elevato di stimoli, ma anche di occasioni di
giudizio, a cui si collega a una fruizione fatta per lo più da soli, ha comportato anche l’emergenza di fenomeni delicati e a tratti allarmanti. Si pensi al cyberbullismo.

In Italia i Neet – giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano (Not in
Education, Employment or Training) – sono circa 2,2 milioni (dati del 2016) e rappresentano il 24.3% della popolazione. Si tratta della quota più alta di tutta l’Unione Europea. Il fenomeno assume entità differenti a seconda del territorio di riferimento: al Nord sono il 16.7%, al Centro sono il 19,7% e al Sud arriva al 34%. In termini di produttività, questa situazione pesa sul nostro Paese 21 miliardi di euro (l’1,3% del Pil).

ValoryApp: la start-up che pensa alla relazione tra i giovani e internet

In questo contesto attuale ben chiaro e definito, si inserisce ValoryApp, start-up innovativa a vocazione sociale che offre servizi innovativi di supporto alla crescita personale e professionale dei giovani attraverso una piattaforma digitale ideata ad hoc per giovani dai 14 ai 29 anni.

“Si tratta del primo social responsabile supportato costantemente da un team di professionisti a disposizione dei ragazzi per un orientamento personalizzato. Mediante attività coinvolgenti all’interno dell’App e la partecipazione ad eventi “live” i giovani verranno aiutati a trovare i percorsi di apprendimento e orientamento più adatti a sviluppare una maggiore consapevolezza delle loro abilità e della loro vocazione, con l’obiettivo di contribuire a migliorare il loro benessere e ad avviarli con successo al mondo del lavoro, valorizzando le loro passioni – dichiara Simona Dell’Utri, fondatrice di ValoryApp.

La piattaforma digitale, la prima del suo genere in Italia si configura come un’App e vuole essere un luogo di interscambio di riferimento per le nuove generazioni, in cui trovare idee, suggerimenti e consigli personalizzati per valorizzare le proprie passioni e interessi; confrontare le proprie storie con quelle dei coetanei; partecipare a contest collegati
allo sviluppo di percorsi professionali e professionalizzanti. Al suo interno è possibile anche trovare un supporto di professionisti psicologi disponibili a supportarli e motivarli, aiutandoli a incrementare la fiducia in se stessi e negli altri.

Mariangela Campo, una delle co-founder del nostro Network, ha intervistato Simona Dell’Utri per farsi raccontare la relazione tra i giovani e internet e il progetto ValoryApp