Nasce la Giornata nazionale dell’informazione costruttiva

Giornata Nazionale Informazione Costruttiva

Il prossimo 3 maggio si terrà in Italia la prima Giornata nazionale dell’Informazione Costruttiva. Un evento organizzato dal Movimento Mezzopieno che ha come obiettivo quello di sensibilizzare giornalisti, comunicatori e opinione pubblica sul giornalismo che racconta le storie costruttive della nostra realtà. Anche il nostro Network figura tra i promotori dell’evento insieme ad altre realtà del mondo dei media e della comunicazione.

Il 3 maggio è una ricorrenza importante che rimanda alla Giornata Internazionale della Libertà di Stampa, un’occasione per riflettere sull’importanza dei principi in difesa della libertà di parola e di informazione, del pluralismo e dell’indipendenza dei media. Sono diritti, questi, sanciti dalla Costituzione Italiana e dalle democrazie di tutto il mondo. Un tema importante che ha portato, negli ultimi anni, a una sempre maggiore sensibilizzazione da parte di giornalisti di tutto il mondo.

Il nostro network è tra le realtà che, a livello internazionale, si sta facendo promotore del giornalismo che costruisce e che racconta soluzioni e non solo problemi. La missione comune a noi e ai colleghi italiani e internazionali impegnati su questo fronte è quella di proporre modelli più costruttivi e responsabili e cambiare il livello del dialogo sui principali temi di attualità.

Obiettivi della Giornata nazionale dell’informazione costruttiva

La Giornata nazionale dell’informazione costruttiva nasce con l’intento di far sentire la nostra voce. Tutti insieme per un giornalismo che rispetti il lettore e che proponga storia che aiutino a comprendere la realtà e a conoscere tutte le sfumature dell’era in cui viviamo.

Il prossimo 3 maggio, quindi, siamo tutti invitati – professionisti dell’informazione e della comunicazione – a pubblicare e dare risalto a notizie, approfondimenti, reportage e storie costruttive. Lo possiamo fare attraverso il nostri blog personali, i social media o le testate locali o nazionali con cui collaboriamo. L’evento avrà una risonanza nazionale ed è è aperta a tutti i giornalisti e ai professionisti dell’informazione e della comunicazione.

In particolare l’evento ha come obiettivi :

  1. Coordinare le esperienze italiane che stanno lavorando per un modello positivo di comunicazione e un giornalismo costruttivo
  2. Valorizzare il lavoro di giornalisti e di giornaliste, testate ed editori impegnati in un’informazione per la crescita della società e del bene comune
  3. Coinvolgere i lettori, le lettrici e la società in un confronto sull’informazione costruttiva
  4. Redigere un protocollo nazionale sulla buona informazione, creato e condiviso dal collettivo di giornalisti aderenti alla campagna

Come partecipare attivamente

I giornalisti e le giornaliste che decidono di partecipare possono:
Scrivere un articolo secondo la deontologia e i criteri del buon giornalismo costruttivo
Pubblicarlo con il riferimento in calce alla Giornata nazionale dell’informazione costruttiva 2021 e con l’hashtag #GNIC2021
Celebrare il buon giornalismo costruttivo e chi lo pratica. Gli aderenti possono sviluppare una riflessione, dibattiti o confronti e condividerli sui propri canali a supporto della Giornata.

Sul sito è possibile compilare il form per aderire e partecipare all’iniziativa sia come singoli giornalisti che come redazioni.

Nel corso della giornata, dalle 10 alle 15, sarà possibile assistere a un evento live che vedrà l’alternarsi di diversi protagonisti della giornata. Ci sarà anche un talk dal titolo “Costruire il futuro attraverso l’informazione” moderato dalla nostra fondatrice Assunta Corbo e con la partecipazione di Vito Verrastro, fondatore di Lavoradio e co-fondatore di questo network, Michela Trada, vice direttrice di News48 e Mariangela Campo, fondatrice di Giornalismo a Scuola e co-fondatrice di questo network.

Giornalismo costruttivo: soluzioni come “vestiti” utili per chi li indossa

Giornalismo Costruttivo soluzioni

Da sempre l’umanità si ingegna sul “come” vivere. Il ragionare sulle soluzioni è, dunque, alla base della nostra storia. Si va dal come accendere il fuoco, al come procacciarsi il cibo, fino alla costruzione dei massimi sistemi politico-ideologico-culturali. In fondo, lo stesso giornalismo, inteso come attività volta a favorire la comprensione dei fatti di vita, sotto sotto pensa proprio alle soluzioni per un mondo migliore: lo fa anche quando parla soltanto dei problemi senza descriverne i rimedi. Ecco perché il giornalismo costruttivo non deve affatto stupirci. Anzi, dev’essere incoraggiato. Perché ci consente di ritrovare il senso di utilità sociale che anima il senso profondo della professione giornalistica.

La riflessione di Annarosa Macrì su il “il Quotidiano del Sud”

Di recente, proprio il giornalismo delle soluzioni che ispira il Constructive Network diventa oggetto di un bel dialogo tra me e Annarosa Macrì, giornalista di lungo corso, già collaboratrice di Enzo Biagi, già cronista Rai sul piano nazionale e poi per la Tgr della Calabria, la sua – la mia – regione. Lo spunto arriva da un post della pagina Facebook di Macrì animato da commenti sul tema dell’informazione che serve alla Calabria. Il flusso di queste opinioni scorre soprattutto su un doppio binario: da un lato ci si concentra sull’idea di un primato del giornalismo della “nera” fermo quasi del tutto alle cose che non vanno, alla criminalità, al malaffare; dall’altro c’è chi pensa a controbilanciare questo taglio con le “belle notizie”, le “good news”, ferme all’esito positivo, per promuovere le eccellenze calabresi, la cosiddetta “Calabria positiva”. Da qui, l’esigenza di dire la mia, per descrivere le sfumature del giornalismo costruttivo che guarda, sì, alle cose che non funzionano, ma per focalizzarsi sulle soluzioni, sul loro “come”, sui processi che li governano, sui loro stessi limiti.
Queste mie osservazioni vengono poi accolte nello spazio “Lettere e interventi”, la rubrica curata da Annarosa Macrì per “il Quotidiano del Sud”: le trovate accompagnate dalla risposta della giornalista per l’edizione calabrese del 15 marzo 2021 in forma cartacea recuperabile comunque nella versione digitale.

Una “terza via” tra la “nera” e le “good news”

Ma intanto, ecco alcuni passaggi dei due interventi. Il mio parte da una premessa: il giornalismo positivo che definisco “poco o per nulla utile” nella misura in cui non va a spiegare le dinamiche delle soluzioni. Poi pongo l’accento sul giornalismo basato soltanto sulle ‘cattive notizie’ che “rischia anch’esso di scivolare nello stereotipo e nella rappresentazione semplicistica dei contesti”. Infine, spiego il senso del giornalismo costruttivo sostenendo l’idea che la tensione verso la cosiddetta “realtà” debba essere integrata “laddove possibile” da “altre sfumature, da altre vie del giornalismo”, oltre la “rigida dicotomia” bianco/nero, positivo/negativo. Insomma: la linea del magazine News48.it, costola naturale del Constructive Network.

Macrì: problematico “offrire soluzioni”

Annarosa Macrì esordisce, invece, definendo “molto coraggiosi” i professionisti e le professioniste impegnate nel progetto editoriale di News48. Un giornale “squotidianizzato”, come lo definisce lei, “in un mondo dell’informazione che ha praticamente ridotto in stato comatoso i settimanali”: un “racconto lento” che “aiuta il lettore a uscire dall’affanno della rincorsa del flusso continuo di notizie”; un flusso “che a un certo punto non si riesce più a governare, figuriamoci a capire”.

Dopodiché, la sua analisi va dritta al cuore del giornalismo costruttivo: “Più problematica – sostiene Macrì – mi pare la vostra idea di ‘offrire soluzioni’ ai problemi”; “le soluzioni – prosegue – non sono mai tecniche, ma politico-economico-psicologico-sociali, e, dunque, non possono prescindere dalle ideologie”. “Offrire soluzioni vuol dire possedere una carta d’identità molto schierata, io credo. Che non è peccato…”, è la sua conclusione.

News48.it: coraggio, ma anche fiducia

La risposta di Macrì è per me fonte di gratitudine perché c’è l’attenzione di una giornalista pronta ad aprire una finestra di comprensione sul nostro operare. Le sue parole, inoltre, sono preziose poiché offrono spunti per descrivere meglio i presupposti metodologici del giornalismo delle soluzioni.
Intanto, è giusto soffermarci sul coraggio che ci viene riconosciuto. Vero: siamo coraggiosi, ma anche fiduciosi. La nostra fiducia deriva dalla consapevolezza di dover parlare a lettrici e lettori desiderosi di un taglio “diverso”. Il mio intervento per la rubrica di Annarosa Macrì fa riferimento, non a caso, al fatto che “esistono anche – e forse crescono sempre di più – quei segmenti di opinione pubblica, di donne e uomini, stanchi dell’informazione definita ‘spazzatura’, ‘urlata’, percepita come ‘gonfiata’, complice anch’essa della sfiducia e della logica del ‘son tutti uguali’”. Proprio a queste persone ci rivolgiamo. Lo facciamo anche arrivando più tardi se necessario, per approfondire il più possibile, oltre la corsa delle notizie flash e dell’essere veloci a tutti i costi.

Soluzioni secondo il vissuto di chi le incarna

Riguardo, poi, alle soluzioni, è doveroso chiarire che il giornalismo costruttivo non offre e non deve offrire rimedi. Noi del Constructive Network le soluzioni le descriviamo, nel senso che ce le facciamo raccontare. Le spieghiamo osservando la dimensione (soggettiva) di chi le sostiene e le vive, al di là delle preferenze di chi se ne occupa da cronista.
In pratica, noi raccontiamo storie di vita e di riscatto, progetti, percorsi di adattamento, forme concrete di resilienza. Aspetti degni di nota giornalistica perché vissuti come “realtà” costruttiva da chi li incarna.
In questa accezione, descrivere le soluzioni non vuol dire di per sé partigianeria. Esse, infatti, vengono considerate come “vestiti” o “scarpe” promosse da chi le indossa; qualcosa di benefico per la condizione esistenziale di chi le sceglie. Dopodiché, questi “abiti” e queste scarpe, per alcuni saranno soltanto “roba” da scartare, mentre per altri saranno fonte d’ispirazione per il “vestito” della propria ripartenza.
In buona sostanza, il giornalismo costruttivo è sì schierato, ma dalla parte della “cultura del come”. Che vuol dire guardare al modo per risolvere i problemi. Un modo considerato giusto in senso soggettivo, per determinate persone, in particolari contesti storico-sociali più o meno ampi.

Verità testimoniate, percepite, non assolute

Siamo, perciò, lontani dall’idea di intercettare verità assolute. Del resto, sappiamo che ogni scelta, ogni forma di soluzione – la stessa cronaca -, riflettono per loro natura la sensibilità soggettiva di chi le anima. Piuttosto che inseguire il mito dell’oggettività, puntiamo quindi all’onestà di accogliere testimonianze e punti di vista. Obiettivo: cercare di comprendere i punti di forza e di debolezza delle soluzioni secondo la percezione di chi ne è artefice e/o di chi ne fruisce.
In virtù di questo approccio portiamo avanti il nostro non facile, ma stimolante compito. Lo facciamo anche grazie alle critiche costruttive come quelle oneste di Annarosa Macrì. Che tra l’altro, a proposito di News48.it, chiude la sua riflessione così: “Per il resto, complimenti per il vostro progetto editoriale. Che è affascinante e serio. Anche per la qualità di scrittura dei vostri articoli, e non è un dettaglio”.

Covid-19: indicazioni pratiche per una narrazione costruttiva

Covid-19 buon giornalismo

Quando ci si trova in una pandemia come quella del Covid-19 i ricercatori impegnati su questo fronte cercano di fare previsioni su come la malattia possa influire sul futuro delle persone e creano quelli che vengono definiti modelli epidemiologici. Si tratta, in sostanza, di simulazioni al computer e rappresentazioni matematiche del virus e dei suoi impatti. Questi lavori utilizzano, per esempio, equazioni che descrivono le variabili fondamentali da non sottovalutare, i dati che raccontano la storia delle epidemie precedenti e l’andamento dei vaccini. I capi di governo, e chi si occupa della sanità pubblica, si affidano a queste previsioni per prendere le decisioni che poi influiscono sulla nostra quotidianità. In questo scenario i giornalisti hanno un ruolo fondamentale perché devono consentire alla comunità di comprendere cosa sta accadendo e il perché di alcune decisioni che talvolta sembrano incomprensibili ai nostri occhi.

Da qui nasce l’esigenza, da parte della stampa, di conoscere meglio questi modelli epidemiologici: da quando il mondo intero è coinvolto nella pandemia da Covid-19 sono aumentati notevolmente gli studi e i documenti accademici. I giornalisti hanno familiarità con questi modelli? Perché se ciò non accade ci ritroviamo, come sperimentato più volte, di fronte a un’informazione superficiale e poco costruttiva.

Denise-Marie Ordway, giornalista del Journalist’s Resource, ha intervistato ricercatori e autori di studi scientifici per farsi spiegare al meglio come i giornalisti possano fare un lavoro migliore partendo proprio dagli studi e dai modelli messi a punto su basi matematiche. Senza questa capacità di interpretazione si rischiano errori importanti e l’esclusione di contesti cruciali.

Cosa possono fare i giornalisti impegnati nel racconto del Covid-19


La Ordway ha identificato, insieme ai ricercatori intervistati, 10 elementi che i giornalisti impegnati nella narrazione del Coronavirus non devono perdere di vista.

  1. Mettere ben in chiaro che i modelli epidemiologici presi in considerazione sono validi solo alla luce dei dati utilizzati e che i ricercatori sono al lavoro per recuperare altre informazioni. L’unica cosa che hanno a disposizione i ricercatori sono i dati presenti nel momento in cui lavorano al modello statistico. Anche se non precisi vengono comunque presi in considerazione perché servono come punto di partenza. Questo spiega il perché, talvolta, non sembrano tornare i dati relativi alle persone positive, ai tamponi effettuati e ai decessi.
  2. Spiegare che spesso i ricercatori fanno delle ipotesi nate dall’osservazione dei dati durante la creazione di modelli. Helen Jenkins, epidemiologa del Boston University School of Public Health, evidenzia come le persone pensano spesso  che un modello scientifico sia «una perfetta palla di cristallo che mostra il futuro e non tengono conto delle avvertenze che si applicano a questi studi». Diventa quindi importante, per un giornalista, spiegare con chiarezza la natura dei dati a disposizione e come vengono inseriti nella costruzione di un modello epidemiologico. Questo consente alle persone di comprendere le carenze degli studi scientifici.
  3. Tenere sempre a mente che i ricercatori utilizzano un’ampia varietà di modelli per studiare le malattie infettive e che questi sono progettati per rispondere a più domande. Per esempio alcuni di questi sono utili a studiare alcuni modelli di comportamento di un’intera popolazione di persone mentre altri consentono di esaminare il comportamento dei singoli individui.
  4. Evidenziare che quando si riporta una previsione numerica, per esempio la stima dei decessi a causa di Covid-19, si tratta di una stima approssimativa rappresentata da un intervallo di numeri possibili. I giornalisti, spesso, tendono a focalizzarsi su un numero solo: la stima, il numero più alto o il più basso. Ma questi studi non rilevano mai un dato solitario, indicano sempre un intervallo di valori. Brooke Nichols, economista della salute, afferma che «comprendere ed esprimere incertezza nei modelli matematici è la chiave per comprendere».
  5. Spiegare al proprio pubblico di riferimento cosa lo studio di cui si parla aggiunge rispetto a quel che già sappiamo e quali le domande che rimangono senza risposta. Questo tipo di scelta narrativa consente di far comprendere al lettore che si sta sempre parlando di una tessera del puzzle e non dell’intera figura.
  6. Quando si intervista un ricercatore scientifico in merito ai modelli epidemiologici tenere a mente queste 7 domande:
  • Che tipo di modello di studio è stato utilizzato e quali sono forze e debolezze?
  • Quali sono le ipotesi utilizzate per questa analisi?
  • Quale l’obiettivo di questo modello: a quali domande risponde?
  • Da dove provengono i dati utilizzati e in che modo l’utilizzo di questi dati specifici ha influito sui risultati?
  • Quali dati e fattori sono stati intenzionalmente esclusi da questo studio e perché?
  • Questo studio si è focalizzato su uno scenario migliore o peggiore?
  • Quali avvertenze devono essere prese in considerazione per analizzare i risultati di questo studio?

7. Verificare gli studi effettuati dai ricercatori senza una comprovata esperienza. Può capitare che dei ricercatori con una scarsa esperienza nella costruzione di modelli epidemiologici possano cimentarsi nel realizzare delle indagini che poi rendono fruibili online. Questi studi possono  contenere degli errori dovuti alla scarsa esperienza che vanno verificati prima di essere raccontati. Un buon metodo è intervistare un ricercatore di maggiore esperienza. La collaborazione tra giornalisti e studiosi è fondamentale per facilitare il processo di scoperta.

8. Diffidare dei modelli epidemiologi di scienziati che non sono esperti in materia. Il solo fatto che un ricercatore abbia creato un modello di successo per investigare un altro ambito della salute non garantisce che il suo lavoro possa essere di aiuto in un caso di epidemia.

9. Usare Twitter e altri social media per cercare cosa gli accademici affermano in merito alle nuove ricerche effettuate. Intercettare delle conversazioni sui social media può essere un buon modo per farsi una prima idea su un nuovo studio pubblicato o diffuso. Spesso i ricercatori utilizzano queste piattaforme per esprimere una propria opinione sapendo di essere intercettati dai media.

10. Restare informati sui modelli epidemiologici. Questo aiuta certamente a restare focalizzato, a fare le domande migliori e a spiegare le ricerche sul coronavirus in un linguaggio semplice e comprensibile.

Un’informazione di qualità su un tema così importante come quello della pandemia da Covid-19 è possibile solo con l’impegno e la dedizione di tutti.



Trovare e condividere la notizia giusta

La notizia giusta

C’è un vecchio film – The Paper (1994), una brillante commedia di Ron Howard, dove uno spumeggiante Michael Keaton nei panni di un caporedattore di uno scalcinato quotidiano locale di New York, è pronto a rischiare ogni cosa pur di dare la notizia giusta.

Spende un’intera giornata a cercare la fonte che possa confermare la sua storia. Rischia la carriera, è disposto a far fallire il giornale (ferma le rotative), si perde persino la nascita del suo primo figlio, pur di scrivere quella che considera la notizia corretta da sbattere in prima pagina.


È la storia di un vecchio giornalismo, quello che era solo su carta, quando ancora non c’erano i social e Internet emetteva i primi vagiti. In questo lockdown mi è tornato spesso in mente Henry Hackett (è il personaggio interpretato da Keaton): pensate lui spende un intero giorno, per scrivere e dare una notizia. Oggi ne produciamo migliaia in pochi minuti, se non secondi. E non è solo una questione tecnologica.

La notizia giusta: una scelta di responsabilità


Henry potrebbe scegliere la strada più facile: pubblicare una notizia che ritiene sbagliata. Attenzione sbagliata, non falsa. Perché se lui non indagasse, rinunciasse ad approfondire, potrebbe tranquillamente pubblicare quello che possiede, pressato com’è dal dover chiudere una pagina e andare in stampa. E non è vero che oggi la tecnologia ci ha tolto il problema: perché se si vuole essere posizionati bene su Google, non si può aspettare. Potrebbe pubblicare, potrebbe dire che a uccidere due colletti bianchi di Wall Street sono i due ragazzi neri fermati dalla polizia e arrestati.


Ma intuisce e poi scopre che questa storia deve essere approfondita e ha ragione, perché ha deciso che deve scrivere la notizia giusta. Ecco oggi, in questa prima infodemia della storia, non solo rispetto alle fake news mi chiedo quante siano le notizie davvero giuste. Quante volte in questo travolgente matrix di informazioni e notizie che corrono a velocità quantica, abbiamo provato, almeno per un minuto a fare come Hackett. Perché si, è purtroppo vero che ci sono giornalisti, che non fanno bene il loro mestiere, che confermano i peggiori stereotipi, con cui viene additata la categoria.

Stiamo condividendo la notizia vera o quella giusta?

Però, come scrive il Direttore di Polis Charlie Beckett ci sono milioni di reporter che ogni giorno, per raccontarci il Covid-19 stanno rischiando la loro salute, rinunciando a vedere i loro famigliari, figli, pur di raccontare una storia. Come Hackett, anche loro, vogliono scrivere la notizia giusta. E oggi noi siamo tutti reporter, tutti editori. E ovviamente non possiamo spendere la nostra giornata a verificare quello che leggiamo. Però possiamo chiederci se stiamo condividendo non la notizia vera, bensì quella giusta.

Ecco perché dopo tante analisi io credo che le fake news non siano un problema socio-culturale-educativo di stampo vittoriano, ma squisitamente giornalistico. E allora come giornalisti dovremmo provare a trovare un modo e un luogo dove provare a spiegare che cos’è non la verità – che è meglio lasciare alla metafisica – ma una notizia giusta. E forse chissà che non ne nasca tanto un rapporto di fiducia – altro concetto fuorviante dice sempre Beckett quando si parla di fake news – ma un modello di comunità, di collaborazione tra chi legge e chi scrive.

E che il buon vecchio giornalismo di una volta, fatto di suole consumate, può ancora, dare risposte, tanto più valide se accompagnato a un consapevole uso della tecnologia e dell’Intelligenza Artificiale come scrive Francesco Marconi.


E poi ci siamo noi, lettori. Non siamo figure marginali e passive. Non lo siamo mai stati e tanto meno possiamo esserlo oggi. Siamo quelli che valorizzano e riconoscono il lavoro di Henry. Anche se non conferma le nostre idee e la nostra visione del mondo. E sì, è una gran bella responsabilità.

10 motivi per cui abbiamo bisogno di un giornalismo delle soluzioni

giornalismo delle soluzioni

Il giornalismo delle soluzioni è un giornalismo che racconta il problema oltre la sua essenza e guarda alle possibili risposte. Si tratta di un approccio all’informazione che costruisce, propone, allarga la visione.


Sul blog del Solutions Journalism Network con cui collaboriamo, sono state elencate le 10 ragioni per cui abbiamo bisogno, oggi più che mai, di un giornalismo che racconta soluzioni.

  • È un giornalismo che offre una visione completa della società. Quando raccontiamo i problemi ma non le risposte stiamo omettendo una vasta area di attività umane e stiamo alimentando credenze ingannevoli sulla realtà.
  • Ci offre un feedback sui meccanismi della società molto più efficace e utile. Quando le persone ricevono feedback con un taglio costruttivo elevano la propria capacità di risolvere i problemi.
  • Fornisce informazioni essenziali per risolvere dei problemi. Sapere che qualcosa non funziona senza avere altre informazioni orientate alle soluzioni, infatti, non ci racconta come possiamo sistemare il problema.
  • Rafforza la comunità. É un modo per informare i lettori su come possono applicare i propri talenti per affrontare e essere di aiuto ai problemi sociali.

Tra nuove visioni e opportunità nascoste

  • Completa la teoria del cambiamento del giornalismo. Esistono due modi in cui i giornalisti possono contribuire alla società: il primo è raccontare le cose dannose, il secondo è raccontare le cose utili. Due sono le opportunità ma la scelta cade spesso sulla prima delle due.
  • Rivela opportunità nascoste per il cambiamento sociale. Visto l’approccio al racconto negativo dei media, buona parte delle attività di problem solving non vengono narrate e, quindi, le possibilità di cambiamento non si realizzano.
  • Allena la comprensione della società da parte dei giornalisti. La continua esposizione a modelli edificanti allena l’abilità dei giornalisti di raccontare ciò che funziona e criticare cosa non funziona.

Le risposte alle esigenze del lettore e del giornalismo

  • Affina il giornalismo tradizionale. Coprire notizie di attività che guardano alla soluzione, aiuta i giornalisti ad aggiungere profondità, contrasti e varietà al proprio lavoro. E può anche rivelare ipotesi nascoste o angoli ciechi.
  • Affina il giornalismo investigativo. Alcune storie di giornalismo investigativo possono essere rafforzate con una discussione su come problemi simili siano stati orientati altrove. Quando le persone vedono come i problemi possono essere risolti, i fallimenti risultano meno accettabili. Esistono modelli positivi bloccati da interessi acquisti. Il giornalismo costruttivo e delle soluzioni e il giornalismo investigativo possono diventare due facce della stessa medaglia
  • Attrae un nuovo pubblico. Esiste una buon fetta di consumatori di notizie che sono stanchi di una dieta di notizie tristi e non si accontentano più di essere destinatari passivi di racconti di crisi, punti critici e scandali. I cittadini, soprattutto i più giovani, sono interessanti nella ricerca, nell’ampliamento e nella rafforzamento di cosa funziona, e molti sarebbero disposti a pagare per notizie che ritengono essere di aiuto. Il giornalismo delle soluzioni incontra questo bisogno del mercato.

Il giornalismo delle soluzioni ci rende più concreti e ottimisti

Giornalismo delle Soluzioni

Notizie raccontate secondo i principi del solutions journalism (giornalismo delle soluzioni) e del giornalismo costruttivo, sono più amate dai lettori. Lo ha dimostrato uno studio effettuato da Engaging News nel 2014 e confermato il follow up eseguito nel 2015.


Lo studio, che viene ben raccontato sul blog del Solutions Journalism Network con cui collaboriamo, evidenzia in linea generale come i lettori si soffermino più a lungo sulle notizie che sono focalizzate su risposte e soluzioni rispetto al tempo speso per leggere una notizia che si limita a narrare un problema. La ricerca mette anche in risalto come gli articoli costruttivi siano quelli condivisi con più piacere dai lettori. Lo studio, realizzato in collaborazione con The Deseret News, ha evidenziato in particolare tre aspetti.

  • I lettori si sentono meno impotenti.


Chi si imbatte in una storia di giornalismo costruttivo o delle soluzioni sviluppa un sentiment più forte nei confronti delle soluzioni. Accade che al termine della lettura abbia la percezione che, per quanto grande sia il problema, esistono strade che portano alle soluzioni e alle risposte possibili. Sono quelle che hanno intrapreso persone, istituzioni, comunità in giro per il mondo.

  • I lettori amano trascorrere più tempo sulle pagine che raccontano storie costruttive.


Secondo lo studio condotto, i lettori trascorrono il 25% di tempo (circa 30 secondi) in più sulle pagine che hanno un contenuto che racconta soluzioni e risposte. Parliamo di secondi, va bene, ma questo è un segnale di come le storie che ci catturano siano quelle che ci fanno sentire in grado di poter cambiare le cose.

  • I lettori, dopo aver letto la storia costruttiva, lasciano il sito se non trovano altro.


Questo è un dato interessante: non è sufficiente produrre una sola storia di qualità. Risulta più produttivo offrire ai lettori una sorta di viaggio nelle soluzioni proponendo storie differenti: che siano risposte agli stessi problemi oppure a problemi di diversa natura.

Segni di un cambiamento in atto: il lettore sta diventando più critico


Trovo questi dati significativi di un cambiamento che noi del Constructive Network stiamo toccando con mano in particolare negli ultimi mesi. Il lettore che viene catturato dal click facile esiste ancora. Al suo fianco, però, comincia a delinearsi sempre di più un lettore critico che sceglie le proprie fonti, abbraccia le storie costruttive e vuole nutrirsi di informazioni utili davvero.


Il Covid-19 ce lo ha insegnato: non ci basta più riconoscere il problema, abbiamo la necessità di sentire che questo sia in qualche modo gestibile o risolvibile. Abbiamo bisogno di risposte, di sguardi orientati a ciò che possiamo fare ora per migliorare il futuro. Siamo arrivati a questa pandemia con un tasso di cinismo molto alto e con una bassa fiducia nei media. E questo, badate bene, è quanto accade in tutto il mondo.

Dialogando con giornalisti internazionali ho avuto conferma che la poca credibilità nei confronti dei media non è affare solo italiano. Non che sia una notizia che debba farci stare meglio, ma di sicuro ci permette di fare una riflessione più approfondita sul punto in cui siamo come esseri umani.
Siamo arrivati al 2020 sfiduciati e cinici. Con in testa tanti problemi sociali e sulle spalle il senso di colpa per averli generati. Poi è arrivato il Covid-19 e in qualche modo ha mischiato le carte in tavola. Chi ha voluto vedere l’opportunità nella difficoltà, ha potuto cogliere nuove esigenze comunicative.

Le nuove domande nate con il Covid-19


Chi legge oggi si chiede: come ne usciamo? Torneremo alla vita di prima? Cosa sta cambiando e cosa cambierà nelle nostre abitudini? Come devo fare per continuare a vivere la mia quotidianità?


Sono le storie che vengono cercate dal lettore critico. Egli si sofferma su di esse, prende appunti, condivide con amici e famiglia, ci torna per ricordare e conserva per ripassare. Sono storie che insegnano, educano, aiutano. Vale per il Covid-19 oggi ma possiamo ampliare lo sguardo a ogni altro problema che riguarda l’umanità intera o la singola comunità.

Continuiamo a imparare da questa pandemia: rivediamo le domande per guidare le nostre storie.

Notizie: quale effetto hanno sul nostro stato d’animo

notizie e stato d'animo

Le notizie di qualità sono quelle che rispettano fortemente il lettore. Perché, oggi, non possiamo più prescindere dall’effetto che le notizie hanno sul nostro stato d’animo.

E allora partiamo da una domanda importante: Cosa succede alle nostre emozioni quando leggiamo le notizie? Assunta Corbo, giornalista e founder del nostro network, ne ha parlato con la psicoterapeuta Sonia Monticelli.

Durante l’intervista si sono affrontati molti temi interessanti e utili per poterci avvicinare alle notizie nel modo più costruttivo possibile. “Quello che leggiamo determina il nostro stato d’animo ma influisce anche su come noi viviamo la nostra quotidianità” afferma Sonia Monticelli.

Le notizie negative e il loro effetto sulle emozioni

Esistono delle notizie che possono influire in modo più importante sul nostro stato d’animo: sono quelle negative. Queste, hanno un tale potere che finiscono per farci quasi desiderare di avere ragione a pensare che il mondo non sia affatto un luogo piacevole. Si parla, in questi casi, di bias di conferma. Cerchiamo in quello che leggiamo l’approvazione rispetto a quello che pensiamo.

Quando si tratta di notizie brutte, finiamo per alimentare uno stato d’animo negativo, nervoso e stressato. Attiviamo, in questi casi, il cortisolo, l’ormone dello stress. Utile in una vera situazione di pericolo ma meno funzionale in una situazione – come quella delle notizie – in cui il pericolo è raccontato ma non percepito “è come se quell’ormone non avesse spazio di uscita. L’alternativa per lui è quella di attivare una sorta di dipendenza da quelle notizie”.

Il problema, quindi, non è la singola notizia negativa ma è l’abitudine alle notizie che generano sentimenti di paura, stress, frustrazione e rabbia.

Abbiamo bisogno di notizie buone allora?

Non è così e Sonia Monticelli spiega il perché: si tratta comunque di escludere una parte della realtà. Il mondo là fuori non è fatto solo di belle storie e buone notizie. “Vorrebbe dire negare le fatiche che riguardano tutti noi”. Le buone notizie, afferma Monticelli, possono comunque generare uno stato d’animo negativo per qualcuno. Esse, infatti, ci restituiscono l’immagine di un mondo perfetto che non corrisponde alla realtà che vediamo ogni giorno: fatta di imperfezioni e situazioni da risolvere.

Quale può essere, allora, la soluzione? “Dobbiamo imparare a essere lettori critici cercando di unire lo sguardo di speranza costruttiva con le notizie che ci fanno comprendere il mondo”.

Guarda l’intera intervista di Assunta Corbo a Sonia Monticelli. E poi raccontaci cosa ne pensi.

Giornalismo costruttivo: cosa non è

Il Giornalismo Costruttivo cosa non è

Il giornalismo costruttivo è un approccio all’informazione che si è andato delineando negli ultimi anni come risposta a una esigenza ben chiara: recuperare la credibilità della stampa e fornire al lettore notizie rispettose, più complete e orientate alle soluzioni più che ai problemi.

Come accade spesso quando si delineano nuovi principi che regolano ambiti storici, può risultare meno chiaro comprendere i confini dentro cui muoversi. Le sfumature sottili che dividono l’informazione da come la viviamo per lo più oggi e il giornalismo costruttivo sono sottili e richiedono chiarezza.

Ecco, allora, cosa non è il giornalismo delle soluzioni e costruttivo in cui crediamo noi del Constructive Network.

Il giornalismo costruttivo non racconta buone notizie

Le notizie positive raccontano solo un aspetto della realtà, esattamente come fa il giornalismo che distrugge e lancia titoloni negativi. Certamente le buone notizie fanno stare meglio di quelle cattive, ma ci portano a correre il rischio di non riconoscere la realtà dei fatti. Se il giornalismo positivo ci fa credere che il mondo sia perfetto e non occorra fare di più, il giornalismo che definiamo distruttivo ci racconta che siamo talmente invasi dai problemi che non potremmo mai fare nulla. La soluzione sta nelle sfumature: raccontare i problemi aprendosi alle opportunità. Abbiamo bisogno di un giornalismo che ci aiuti a comprendere cosa sta accadendo e cosa possiamo fare. Esistono strade percorribili? E ora che conosciamo il problema cosa possiamo fare? C’è chi fa bene e può essere un esempio da seguire?

Il giornalismo costruttivo mon ama le breaking news

Ci vuole tempo per informarsi bene. E ci vuol ancora più tempo per costruire una narrazione corretta della realtà che viviamo. Oggi siamo abituati ai lanci su Twitter dell’ultima notizia, alle breaking news che spesso non sono altro che la ripresa di storie raccontate da altri.
Il giornale DeCorrespondent versione inglese ha lanciato l’hashtag #unbreakingnews proprio a sottolineare la necessità di un racconto più approfondito. Cosa fare allora? Leggere tutto ma diventare lettori critici capaci di identificare le fonti più attente per comprendere meglio la complessità del mondo.

Il giornalismo costruttivo non ha sempre la soluzione giusta

C’è un detto popolare che dice che se esiste un problema esistono anche le soluzioni. Ma queste potrebbero ancora non essere state scoperte. Scegliere il giornalismo costruttivo non significa avere tutte le risposte nel taschino. Significa, invece, cercare le possibili risposte, sollecitarle quando è possibile, raccontarle con i propri punti di forza e i propri limiti. E dopo averle condivise con il lettore seguirne l’evoluzione e accettare ogni variazione possibile. Questa è l’informazione di qualità: non è assoluta.

Il giornalismo costruttivo non crea eroi

Si nota, sui media, la tendenza a creare dei miti di riferimento. Persone che sembrano avercela fatta senza alcuna difficoltà. Grandi imprenditori, eroi del nostro tempo che ci appaiono infallibili. Il risultato di queste narrazioni è quello di creare un forte distanziamento tra il protagonista della notizia e chi legge o ascolta nel quale si può generare un senso di frustrazione e impotenza. Siamo tutti esseri umani e quindi ci comportiamo da esseri umani: quando abbiamo successo e quando no. Il giornalismo costruttivo questa cosa non se la dimentica: il lettore deve potersi identificare, cogliere ispirazioni e crescere grazie all’articolo letto. Quante cose si possono scoprire dalla storia di una persona? Innumerevoli.

Il giornalismo costruttivo sceglie con cura le parole

Ogni parola pubblicata crea una visione della realtà nel lettore, una sua personale percezione dello stato in cui si trova il mondo. Noi giornalisti, in questo senso, abbiamo una una grande responsabilità: anche per una sola parola scritta o detta, anche nei confronti di un solo lettore. Tenendo a mente valori come empatia, rispetto, dignità di chi legge le notizie, il giornalismo costruttivo sceglie con cura le parole e il messaggio che vuole offrire al pubblico che legge o ascolta.

Linguaggio giornalistico, stereotipi e pregiudizi: comunicare senza discriminare

Linguaggio Giornalistico

“Sappiamo che l’esposizione ripetuta a discorsi di incitamento all’odio può aumentare i pregiudizi” e “desensibilizzare gli individui verso le aggressioni verbali”; in pratica “si normalizza quello che di solito sarebbe considerato un comportamento socialmente condannabile”: nel 2018, dalle colonne del New York Times, lo psichiatra Richard Alan Friedman sottolinea l’effetto delle parole e dei “discorsi incendiari” nel dibattito politico dell’America di Donald Trump.

Riflessioni sul ruolo delle neuroscienze e della psicologia per dimostrare il peso specifico del linguaggio violento e discriminatorio.

Deontologia giornalistica: la Carta di Roma


Una questione, quella del pregiudizio e degli stereotipi, centrale anche per la deontologia giornalistica. Un esempio è la Carta di Roma pensata per un’informazione corretta nei confronti delle persone straniere, strumento deontologico oggi recepito nel Testo unico dei doveri del giornalista. “Se ripetiamo la parola invasione un numero indeterminato di volte, quella parola finirà per dare una forma spaventosa al fenomeno migratorio a prescindere dai dati reali”, è la riflessione di Valerio Cataldi, giornalista e presidente dell’Associazione Carta di Roma, organizzazione impegnata a promuovere i principii e le raccomandazioni deontologiche volute in forma specifica dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) sulla base delle sollecitazioni dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati.

No “clandestini”


Da qui le linee guida per l’applicazione della Carta di Roma curate dall’associazione presieduta da Cataldi con il contributo di diverse organizzazioni specializzate a vario titolo in materia di migrazione. Tra le raccomandazioni c’è proprio quella di un uso rispettoso e appropriato delle parole per evitare discriminazioni, oltre le generalizzazioni, per non fare “di tutta l’erba un fascio”. E dunque, no all’abuso del termine “clandestino”: meglio espressioni più neutre come “migrante irregolare”. “La parola clandestino – spiega Cataldi – è un esempio lampante di come si riesce a trasformare una notizia e a dare connotato negativo a una persona, ad un gruppo di persone, stabilendo a priori che si muova di nascosto, al buio, come una minaccia costante alla nostra sicurezza”.

Attenzione ai titoli


Sempre nelle linee guida si esprime la necessità di dare informazioni come quelle relative all’appartenenza etnica, religiosa, o al paese di provenienza soltanto se pertinenti e necessarie per la comprensione di un fatto, di una notizia, di un fenomeno di rilevanza giornalistica. Attenzione, quindi, ai titoli: “Scrivere per esempio <<Nord africano arrestato per un furto>> implica attribuire alla appartenenza a un’area geografica un ruolo nella comprensione della notizia” anche quando questo ruolo non risulta giustificato dalla realtà delle cose.

“Parlare Civile”


Si tratta di accortezze descritte anche nel progetto Parlare Civile, iniziativa formativa ed editoriale per indicare buone pratiche, impostazioni giornalistiche sconsigliate, suggerimenti per comunicare senza discriminare. Immigrazione, disabilità, orientamento sessuale, violenza di genere tra le principali tematiche messe a fuoco in questo progetto descritto in una delle dirette live promosse dal nostro Network.

Immigrazione


“Romeno senza patente distrugge famiglia”: è uno dei titoli che Parlare Civile considera sbagliati. Un titolo tratto da un quotidiano free press del 2010 riferito a un incidente stradale: un’impropria specificazione della nazionalità che potrebbe rafforzare il pregiudizio della “naturale” pericolosità sociale associata in automatico all’essere persona di origine romena. Un taglio della notizia in linea con la cosiddetta “etnicizzazione dei reati e del crimine”, puntando il dito contro determinati gruppi etnici e sociali al di là delle vere o presunte responsabilità individuali.

Disabilità


“Il mondo piange i bambini di Newtown. Killer ex alunno autistico”: è un titolo di un’agenzia di stampa nazionale “battuto” nel 2012 in relazione a una strage avvenuta negli Stati Uniti a colpi d’arma da fuoco per mano di un giovane. Un esempio che Parlare Civile considera di cattiva pratica perché, già nel titolo, si mettono in connessione terminologica e di idee autismo e massacro. Un modo per stigmatizzare le persone con autismo e considerarle già di per sé predisposte all’aggressività omicida: questa la critica mossa a diversi giornali di tutto il mondo, Italia compresa, anche dall’allora presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino. Aspetti che si aggiungono alle rappresentazioni stereotipate – dal un lato secondo pietismo, dall’altro secondo eroismo – descritte in chiave ironica nel video “Carrozzati’s Karma”, parodia di “Occidentali’s Karma” ad opera di due donne con disabilità, le attiviste Maria Chiara ed Elena Paolini.

Orientamento sessuale


“Gioco erotico tra gay finisce male, un morto”: il titolo è di un quotidiano online. Si tratta di un articolo del 2011 ripreso da Parlare Civile come esempio di narrazione distorta e discriminatoria. Nel pezzo, infatti, si riportano a partire dal titolo elementi allusivi, per una morte di cui non si conoscevano ancora le cause, se naturali, non naturali o accidentali. Scatta subito l’ipotesi giornalistica di un “gioco erotico” finito male e ci si sofferma sull’abitudine della vittima “di ricevere in casa uomini con i quali intratteneva rapporti sessuali”. Un collegamento tra le dinamiche del fatto e la sfera sessuale che non sarebbe avvenuto nel caso di un individuo “notoriamente eterosessuale”, fa notare Parlare Civile a proposito di una rappresentazione che in automatico collega l’omosessualità al torbido, alla trasgressione, alla devianza.

Violenza di genere


“Delitto passionale”, “movente passionale”, “dramma della gelosia”: espressioni passate in rassegna da Parlare Civile a proposito di abitudini linguistiche spesso osservate nella cronaca della violenza esercitata da uomini nei confronti delle donne. Femminicidi descritti con parole che sembrano frutto della ricerca più o meno consapevole di giustificazioni, moventi, attenuanti nei confronti dei carnefici: qualcosa che rimanda al clima culturale “delitto d’onore” presente nell’ordinamento giuridico italiano fino a non molto tempo fa. Un uso sbagliato delle parole che fa il paio con “raptus di follia”, rimedio linguistico abusato per fatti che spesso nulla c’entrano con la follia e con l’incapacità di intendere e di volere. Approcci da revisionare per spostare l’attenzione e i sentimenti di empatia sulle vittime, per raccontare storie, progetti, sogni, vite spezzate. Schemi da rivedere per raccontare i fatti prestando attenzione anche alle forme d’aiuto, secondo un giornalismo costruttivo che guarda ai problemi ponendosi sempre alla ricerca di soluzioni e possibili vie d’uscita.

Brand Journalism: uno strumento che trasmette valori

brand journalism

Noi siamo il brand di noi stessi ma, più semplicemente, “noi siamo”. Come si esplicita questa affermazione, cosa significa percepire il proprio sé come unicità di prodotto e di esistenza? Quando decidiamo di comunicare qualcosa di afferente al nostro io non dobbiamo mai dimenticare di essere autentici e coerenti con la nostra essenza, con la nostra Mission e la nostra vision. Il Brand journalism è lo strumento che ci permette di trasmettere i nostri valori donando al lettore/utente un’informazione duratura, sincera, credibile e utile.

Brand Journalism o giornalismo d’impresa, è quella tecnica comunicativa che utilizza gli stili giornalistici per raccontare non una notizia, ma un brand. In questo caso il focus si sposta dalla vendita di un prodotto, tipico della pubblicità tradizionale, alla conoscenza del marchio, del brand, sotto la “protezione” deontologica giornalistica. Se è vero che la specializzazione è fondamentale per raggiungere nicchie di mercato, diventare influenti e costruire un business solido, è altrettanto certo che essa rappresenti un numero finito di possibilità nell’universo; al contrario, l’essere umano in quanto tale, è unico e non replicabile. Comunicare ciò che siamo informando sui nostri valori e sui nostri scopi, permetterà quindi agli altri individui di sceglierci per ciò che siamo e non per ciò che facciamo.

La forza del brand journalism sta proprio nella genuinità dell’informazione, nel non comunicare più “a 360 gradi” e per luoghi comuni, ma nel raccontare e nel narrare un’azienda, un’impresa (e noi stessi), per quello che è e che realizza, esattamente come i giornalisti fanno per un episodio di cronaca o di costume. Ogni strumento comunicativo (sito e social stessi) deve procedere in questa direzione.

Il Brand journalism costruttivo

Ulteriore garanzia di professionalità e qualità informativa per utenti e lettori è data dal Brand Journalism costruttivo; il professionista che adotta questa tecnica non andrà mai a promuovere un marchio per criteri e valori che non lo rappresentano. Fare giornalismo aziendale in modo costruttivo significa rispettare i manifesti del solutions journalism che, in Italia, sono ben rappresentati dal nostro Constructive Network.

Le storie e le narrazioni di impresa verranno quindi contestualizzate e anche i dati statistici saranno utilizzati come know how aggiunto e valoriale; il tutto senza sensazionalismi e dettagli poco pertinenti. Un’azienda o un libero professionista, dunque, che decide di affidare la sua comunicazione ad un brand journalist, può aspirare a diventare un punto di riferimento nel settore in cui opera e niente aumenta la Brand Awareness più di questo.

Il Brand Journalism, soprattutto il Brand journalism costruttivo, diventa, poi, un’opportunità anche per il professionista stesso. Utilizzare ed essere portavoce di questa tecnica comunicativa significa informare, comunicare approfonditamente, essere simbolo di coerenza e di unicità; oggi assistiamo sempre più di frequente ad un giornalismo composto di breaking news il cui scopo principale è quello di battere la concorrenza sul tempo favorendo il click-baiting a discapito della qualità dell’informazione.

Il Brand Journalism costruttivo si pone come soluzione alla comunicazione mass market; la libertà della divulgazione sta nella genuinità del contenuto.