Nasce la Giornata nazionale dell’informazione costruttiva

Giornata Nazionale Informazione Costruttiva

Il prossimo 3 maggio si terrà in Italia la prima Giornata nazionale dell’Informazione Costruttiva. Un evento organizzato dal Movimento Mezzopieno che ha come obiettivo quello di sensibilizzare giornalisti, comunicatori e opinione pubblica sul giornalismo che racconta le storie costruttive della nostra realtà. Anche il nostro Network figura tra i promotori dell’evento insieme ad altre realtà del mondo dei media e della comunicazione.

Il 3 maggio è una ricorrenza importante che rimanda alla Giornata Internazionale della Libertà di Stampa, un’occasione per riflettere sull’importanza dei principi in difesa della libertà di parola e di informazione, del pluralismo e dell’indipendenza dei media. Sono diritti, questi, sanciti dalla Costituzione Italiana e dalle democrazie di tutto il mondo. Un tema importante che ha portato, negli ultimi anni, a una sempre maggiore sensibilizzazione da parte di giornalisti di tutto il mondo.

Il nostro network è tra le realtà che, a livello internazionale, si sta facendo promotore del giornalismo che costruisce e che racconta soluzioni e non solo problemi. La missione comune a noi e ai colleghi italiani e internazionali impegnati su questo fronte è quella di proporre modelli più costruttivi e responsabili e cambiare il livello del dialogo sui principali temi di attualità.

Obiettivi della Giornata nazionale dell’informazione costruttiva

La Giornata nazionale dell’informazione costruttiva nasce con l’intento di far sentire la nostra voce. Tutti insieme per un giornalismo che rispetti il lettore e che proponga storia che aiutino a comprendere la realtà e a conoscere tutte le sfumature dell’era in cui viviamo.

Il prossimo 3 maggio, quindi, siamo tutti invitati – professionisti dell’informazione e della comunicazione – a pubblicare e dare risalto a notizie, approfondimenti, reportage e storie costruttive. Lo possiamo fare attraverso il nostri blog personali, i social media o le testate locali o nazionali con cui collaboriamo. L’evento avrà una risonanza nazionale ed è è aperta a tutti i giornalisti e ai professionisti dell’informazione e della comunicazione.

In particolare l’evento ha come obiettivi :

  1. Coordinare le esperienze italiane che stanno lavorando per un modello positivo di comunicazione e un giornalismo costruttivo
  2. Valorizzare il lavoro di giornalisti e di giornaliste, testate ed editori impegnati in un’informazione per la crescita della società e del bene comune
  3. Coinvolgere i lettori, le lettrici e la società in un confronto sull’informazione costruttiva
  4. Redigere un protocollo nazionale sulla buona informazione, creato e condiviso dal collettivo di giornalisti aderenti alla campagna

Come partecipare attivamente

I giornalisti e le giornaliste che decidono di partecipare possono:
Scrivere un articolo secondo la deontologia e i criteri del buon giornalismo costruttivo
Pubblicarlo con il riferimento in calce alla Giornata nazionale dell’informazione costruttiva 2021 e con l’hashtag #GNIC2021
Celebrare il buon giornalismo costruttivo e chi lo pratica. Gli aderenti possono sviluppare una riflessione, dibattiti o confronti e condividerli sui propri canali a supporto della Giornata.

Sul sito è possibile compilare il form per aderire e partecipare all’iniziativa sia come singoli giornalisti che come redazioni.

Nel corso della giornata, dalle 10 alle 15, sarà possibile assistere a un evento live che vedrà l’alternarsi di diversi protagonisti della giornata. Ci sarà anche un talk dal titolo “Costruire il futuro attraverso l’informazione” moderato dalla nostra fondatrice Assunta Corbo e con la partecipazione di Vito Verrastro, fondatore di Lavoradio e co-fondatore di questo network, Michela Trada, vice direttrice di News48 e Mariangela Campo, fondatrice di Giornalismo a Scuola e co-fondatrice di questo network.

Il giornalismo delle soluzioni è affidabile, interessante ed edificante: lo afferma un nuovo studio commissionato dal Solutions Journalism Network

giornalismo delle soluzioni

Ci sono ancora degli scettici sul giornalismo delle soluzioni? Certo che sì. Da un lato siamo ancora all’inizio del viaggio, Dall’altro fa parte del gioco quando si attua un cambiamento importante e profondo. Ma noi siamo qui anche per risolvere i dubbi e lavorare sulle sfumature. Le stesse che ci portano a raccontare l’intera storia nel nostro magazine News48.


In questi ultimi mesi stiamo lavorando a stretto contatto con il Solutions Journalism Network per favorire la divulgazione del giornalismo costruttivo e delle soluzioni in Italia. Questo per noi significa restare a contatto con chi questo approccio all’informazione lo ha definito, teorizzato e poi raccontato al mondo. Ma significa anche essere coinvolti in alcune opportunità straordinarie che ci aiutano a fare meglio.


Ed è questa la novità: il giornalismo delle soluzioni è in grado di fare meglio, di incrementare il coinvolgimento dei lettori e di consentire una crescita significativa per gli editori. Lo afferma la prima ricerca condotta sull’audience da parte della società di ricerche sul mondo dei media SmithGeiger e commissionata dal Solutions Journalism Network. L’indagine ha coinvolto 638 persone di età compresa tra i 18 e i 54 anni. Di questi il 47% sono consumatori di notizie locali.

Il giornalismo delle soluzioni può fare meglio


Questa ricerca è molto importante nella fase di divulgazione del giornalismo costruttivo in cui ci troviamo perché afferma che la narrazione costruttiva offre dei chiari vantaggi sia per i giornalisti sia per i consumatori di notizie. Andrew Finlayson, vicepresidente di SmithGeiger, afferma: “Questi risultati affermano in modo inequivocabile l’attrattiva, l’impatto e l’efficacia significativi dell’approccio del giornalismo alle soluzioni in particolare nelle notizie locali”.
Il trend di questi ultimi anni, e in particolare durante la pandemia, è stato caratterizzato da una costante e continua perdita di fiducia nelle notizie. Motivo per cui si è andato delineando uno spazio sempre più ampio per il giornalismo costruttivo e delle soluzioni. Questo si è rivelato essere un ottimo modo per costruire e recuperare la relazione tra le redazioni e la comunità.

Il giornalismo delle soluzioni è interessante e alimenta la fiducia

Il primo dato interessante dell’indagine condotta da SmithGeiger è che il 51% degli intervistati ha affermato di preferire le storie di giornalismo delle soluzioni (di questi il 53% appartiene alla fascia di età 18-45 anni e il 47% alla fascia di età 45-54 anni). Il 32% degli intervistati, invece, afferma di ritenere che siano più interessanti le storie incentrate sul problema. L’83% degli intervistati, inoltre, ha affermato di fidarsi delle storie di giornalismo delle soluzioni mentre il 61% ha dichiarato che questo tipo di narrazione è più interessante da leggere e ascoltare. Solo il 55% ha affermato di avere più fiducia nelle storie orientate solo al problema e il 54% le trova più interessanti. Questi dati risultano coerenti anche considerando le differenze demografiche come età, sesso, posizione e convinzioni politiche.

Come vengono percepite le storie di giornalismo costruttivo e delle soluzioni? 5 sono stati i parametri presi in considerazione:

  • Aiutano a fare la differenza nella mia comunità (dal 42% al 25%)
  • Garantiscono la profondità delle informazioni (dal 41% al 30%)
  • Forniscono un nuovo approccio (dal 40% al 25%)
  • Raccontano ciò che conta (dal 37% al 28%)
  • Offrono la qualità della narrazione (dal 37% al 30%)

Il giornalismo delle soluzioni aiuta a comprendere la realtà

Tra gli intervistati, l’88% ha affermato che una storia di giornalismo delle soluzioni ha provocato una reazione positiva in loro mentre il 74% ritiene che questo accada con un racconto incentrato sul problema. “Edificante” è stato il termine con cui il 52% degli intervistati ha definito il giornalismo costruttivo e delle soluzioni. Mentre il 37% di loro hanno affermato di poter definire ponderata la narrazione costruttiva. Circa il 10% delle persone coinvolte nel sondaggio ritiene che un articolo o un servizio di giornalismo costruttivo ha consentito loro di comprendere meglio un problema e di avergli permesso di guardare in altre direzioni rispetto alla copertura tradizionale dei media.
Ultimo dato significativo della ricerca è che il 79% degli intervistati ritiene che le notizie locali che riportano problemi specifici e le soluzioni per poterli risolvere siano essenziali e importanti per poter costruire una nuova comunità.

Il 2021 è l’anno delle soluzioni

I dati dell’indagine condotta da SmithGeiger ci invitano a leggere dentro le scelte e le necessità dei lettori e degli ascoltatori. Chi consuma le notizie ha un grande bisogno di ritrovare speranza, rassicurazione e quella sensazione di poter migliorare le cose. Questo è il momento giusto per avvicinarsi a questa nuova forma di giornalismo. I ricercatori che hanno condotto l’indagine hanno definito il 2021 come “l’anno delle soluzioni”. Una definizione importante che nasce dall’ascolto delle persone: è forte il bisogno di ritrovare connessione con la propria comunità e questo può accadere attraverso nuove storie. Che siano costruttive, edificanti, ponderate e orientate alle soluzioni.


Giornalismo costruttivo: soluzioni come “vestiti” utili per chi li indossa

Giornalismo Costruttivo soluzioni

Da sempre l’umanità si ingegna sul “come” vivere. Il ragionare sulle soluzioni è, dunque, alla base della nostra storia. Si va dal come accendere il fuoco, al come procacciarsi il cibo, fino alla costruzione dei massimi sistemi politico-ideologico-culturali. In fondo, lo stesso giornalismo, inteso come attività volta a favorire la comprensione dei fatti di vita, sotto sotto pensa proprio alle soluzioni per un mondo migliore: lo fa anche quando parla soltanto dei problemi senza descriverne i rimedi. Ecco perché il giornalismo costruttivo non deve affatto stupirci. Anzi, dev’essere incoraggiato. Perché ci consente di ritrovare il senso di utilità sociale che anima il senso profondo della professione giornalistica.

La riflessione di Annarosa Macrì su il “il Quotidiano del Sud”

Di recente, proprio il giornalismo delle soluzioni che ispira il Constructive Network diventa oggetto di un bel dialogo tra me e Annarosa Macrì, giornalista di lungo corso, già collaboratrice di Enzo Biagi, già cronista Rai sul piano nazionale e poi per la Tgr della Calabria, la sua – la mia – regione. Lo spunto arriva da un post della pagina Facebook di Macrì animato da commenti sul tema dell’informazione che serve alla Calabria. Il flusso di queste opinioni scorre soprattutto su un doppio binario: da un lato ci si concentra sull’idea di un primato del giornalismo della “nera” fermo quasi del tutto alle cose che non vanno, alla criminalità, al malaffare; dall’altro c’è chi pensa a controbilanciare questo taglio con le “belle notizie”, le “good news”, ferme all’esito positivo, per promuovere le eccellenze calabresi, la cosiddetta “Calabria positiva”. Da qui, l’esigenza di dire la mia, per descrivere le sfumature del giornalismo costruttivo che guarda, sì, alle cose che non funzionano, ma per focalizzarsi sulle soluzioni, sul loro “come”, sui processi che li governano, sui loro stessi limiti.
Queste mie osservazioni vengono poi accolte nello spazio “Lettere e interventi”, la rubrica curata da Annarosa Macrì per “il Quotidiano del Sud”: le trovate accompagnate dalla risposta della giornalista per l’edizione calabrese del 15 marzo 2021 in forma cartacea recuperabile comunque nella versione digitale.

Una “terza via” tra la “nera” e le “good news”

Ma intanto, ecco alcuni passaggi dei due interventi. Il mio parte da una premessa: il giornalismo positivo che definisco “poco o per nulla utile” nella misura in cui non va a spiegare le dinamiche delle soluzioni. Poi pongo l’accento sul giornalismo basato soltanto sulle ‘cattive notizie’ che “rischia anch’esso di scivolare nello stereotipo e nella rappresentazione semplicistica dei contesti”. Infine, spiego il senso del giornalismo costruttivo sostenendo l’idea che la tensione verso la cosiddetta “realtà” debba essere integrata “laddove possibile” da “altre sfumature, da altre vie del giornalismo”, oltre la “rigida dicotomia” bianco/nero, positivo/negativo. Insomma: la linea del magazine News48.it, costola naturale del Constructive Network.

Macrì: problematico “offrire soluzioni”

Annarosa Macrì esordisce, invece, definendo “molto coraggiosi” i professionisti e le professioniste impegnate nel progetto editoriale di News48. Un giornale “squotidianizzato”, come lo definisce lei, “in un mondo dell’informazione che ha praticamente ridotto in stato comatoso i settimanali”: un “racconto lento” che “aiuta il lettore a uscire dall’affanno della rincorsa del flusso continuo di notizie”; un flusso “che a un certo punto non si riesce più a governare, figuriamoci a capire”.

Dopodiché, la sua analisi va dritta al cuore del giornalismo costruttivo: “Più problematica – sostiene Macrì – mi pare la vostra idea di ‘offrire soluzioni’ ai problemi”; “le soluzioni – prosegue – non sono mai tecniche, ma politico-economico-psicologico-sociali, e, dunque, non possono prescindere dalle ideologie”. “Offrire soluzioni vuol dire possedere una carta d’identità molto schierata, io credo. Che non è peccato…”, è la sua conclusione.

News48.it: coraggio, ma anche fiducia

La risposta di Macrì è per me fonte di gratitudine perché c’è l’attenzione di una giornalista pronta ad aprire una finestra di comprensione sul nostro operare. Le sue parole, inoltre, sono preziose poiché offrono spunti per descrivere meglio i presupposti metodologici del giornalismo delle soluzioni.
Intanto, è giusto soffermarci sul coraggio che ci viene riconosciuto. Vero: siamo coraggiosi, ma anche fiduciosi. La nostra fiducia deriva dalla consapevolezza di dover parlare a lettrici e lettori desiderosi di un taglio “diverso”. Il mio intervento per la rubrica di Annarosa Macrì fa riferimento, non a caso, al fatto che “esistono anche – e forse crescono sempre di più – quei segmenti di opinione pubblica, di donne e uomini, stanchi dell’informazione definita ‘spazzatura’, ‘urlata’, percepita come ‘gonfiata’, complice anch’essa della sfiducia e della logica del ‘son tutti uguali’”. Proprio a queste persone ci rivolgiamo. Lo facciamo anche arrivando più tardi se necessario, per approfondire il più possibile, oltre la corsa delle notizie flash e dell’essere veloci a tutti i costi.

Soluzioni secondo il vissuto di chi le incarna

Riguardo, poi, alle soluzioni, è doveroso chiarire che il giornalismo costruttivo non offre e non deve offrire rimedi. Noi del Constructive Network le soluzioni le descriviamo, nel senso che ce le facciamo raccontare. Le spieghiamo osservando la dimensione (soggettiva) di chi le sostiene e le vive, al di là delle preferenze di chi se ne occupa da cronista.
In pratica, noi raccontiamo storie di vita e di riscatto, progetti, percorsi di adattamento, forme concrete di resilienza. Aspetti degni di nota giornalistica perché vissuti come “realtà” costruttiva da chi li incarna.
In questa accezione, descrivere le soluzioni non vuol dire di per sé partigianeria. Esse, infatti, vengono considerate come “vestiti” o “scarpe” promosse da chi le indossa; qualcosa di benefico per la condizione esistenziale di chi le sceglie. Dopodiché, questi “abiti” e queste scarpe, per alcuni saranno soltanto “roba” da scartare, mentre per altri saranno fonte d’ispirazione per il “vestito” della propria ripartenza.
In buona sostanza, il giornalismo costruttivo è sì schierato, ma dalla parte della “cultura del come”. Che vuol dire guardare al modo per risolvere i problemi. Un modo considerato giusto in senso soggettivo, per determinate persone, in particolari contesti storico-sociali più o meno ampi.

Verità testimoniate, percepite, non assolute

Siamo, perciò, lontani dall’idea di intercettare verità assolute. Del resto, sappiamo che ogni scelta, ogni forma di soluzione – la stessa cronaca -, riflettono per loro natura la sensibilità soggettiva di chi le anima. Piuttosto che inseguire il mito dell’oggettività, puntiamo quindi all’onestà di accogliere testimonianze e punti di vista. Obiettivo: cercare di comprendere i punti di forza e di debolezza delle soluzioni secondo la percezione di chi ne è artefice e/o di chi ne fruisce.
In virtù di questo approccio portiamo avanti il nostro non facile, ma stimolante compito. Lo facciamo anche grazie alle critiche costruttive come quelle oneste di Annarosa Macrì. Che tra l’altro, a proposito di News48.it, chiude la sua riflessione così: “Per il resto, complimenti per il vostro progetto editoriale. Che è affascinante e serio. Anche per la qualità di scrittura dei vostri articoli, e non è un dettaglio”.

Nina Fasciaux: il solutions journalism eleva il dibattito pubblico

solutions journalism

Viviamo in un mondo complesso. E tutto fa pensare che lo sarà sempre di più. Siamo immersi in una società che non pone alcun fermo ai problemi ma sceglie di fermare la narrazione. Eppure, noi giornalisti abbiamo un ruolo fondamentale: possiamo educare il lettore, ispirarlo e spingerlo a credere in un mondo che ha mille volti. Non solo quello positivo a tutti i costi ma nemmeno quello negativo allo stremo. Il giornalismo in cui crediamo in questo network è un giornalismo che costruisce, che racconta risposte e soluzioni, che allarga lo sguardo e cerca le sfumature. Il non detto. Il non ancora raccontato. È in questi angoli che si celano le storie di cui abbiamo bisogno. Quelle che elevano il dibattito pubblico e ci impediscono di trovare scuse di fronte ai grandi problemi della società.

Nina Fasciaux è Manager in Europe & International coordinator del Solutions Journalism Network che ha come mission quella di divulgare il giornalismo delle soluzioni in tutti i Paesi del mondo. Una realtà che lavora intensamente e creando connessioni tra giornalisti di ogni parte del globo con l’intento di mostrare nuove strade percorribili e riuscire a cambiare il paradigma dell’informazione. Per me Nina è un punto di riferimento importante e con lei ho appreso gli elementi base del giornalismo delle soluzioni che sono diventate la mission del nostro network. Ed è questa la ragione per cui ho voluto fortemente che fosse presente in questo blog per raccontarci ciò in cui crede e cosa sta accadendo in Europa.

Nina, raccontaci cos è il solutions journalism e perché è così importante soprattutto in questo momento storico

Il solutions journalism riporta le risposte ai problemi. Si tratta di un approccio importante oggi perché sono numerosi gli studi che affermano che le persone si sono allontanate dalle notizie perché troppo negative e perché influiscono troppo sul loro umore. Il solutions journalism gioca un ruolo fondamentale nella società perché consente di riconnettere le persone alle persone. L’eccesso di negatività nell’informazione ha portato a una concentrazione di articoli sui problemi che ha stimolato un sensazione di impotenza nelle persone. Ma c’è un’altra ragione per cui il solutions journalism gioca un ruolo importante oggi: influenza i decision maker e ci toglie dalla tentazione di trovare scuse per non risolvere i problemi.

Perché credi nel solutions journalism?

Le notizie sono qualcosa di molto complesso. Dietro ogni storia ci sono più sfumature. Quando ho lavorato in Russia come giornalista, per 5 anni, leggevo le notizie sulla Russia che venivano date in Europa e tutto sembrava eccessivamente negativo: non era totalmente falso, ma non era nemmeno completamente vero. Si trattava per lo più di un racconto dei russi senza i russi. Credo che per noi giornalisti sia frustrante rapportarsi sempre con lo stesso tipo di storie. Spesso è sufficiente cambiare nome della città, nomi dei protagonisti e la data per avere una storia che, in realtà, assomiglia a tutte le altre. Ho sentito il bisogno di raccontare storie nuove.

La prima cosa da fare se si è un giornalista e si vuole avvicinare il solutions journalism

Il primo aspetto fondamentale è comprendere a fondo che non si tratta di giornalismo positivo ma di un giornalismo che ha un suo approccio critico. Questo ci porta a porci domande che vanno più a fondo nei fatti: ci sono sfumature che nessuno ha raccontato di questa storia? Chi sta facendo meglio? Nel caso, poi, di storie che partono dai dati è interessante rintracciare la devianza positiva: dove le cose stanno funzionando? Quello può diventare il punto di partenza del racconto.

La prima cosa da fare se si è studenti di giornalismo interessati al solutions journalism

Credo che l’approccio migliore sia quello di tenere a mente che non è necessario focalizzarsi sulla storia ma è importante allargare la visuale per cogliere ciò che è meno evidente.

Quando non è possibile fare solutions journalism?

Sicuramente nelle breaking news che hanno un taglio lampo che non approfondisce. Però è possibile lanciare una notizia e poi prendersi il tempo per tornare indietro, osservare e raccontare.

E invece, quando è necessario?

Sicuramente in tematiche come il cambiamento climatico o le violenze: in quei casi in cui la narrazione è la stessa da 15 anni. Abbiamo l’opportunità di elevare il dibattito pubblico ed evitare l’apatia. Prova a pensare: se dici che la casa brucia l’effetto è la paralisi, se dici la casa brucia e abbiamo due soluzioni per salvarci la percezione cambia totalmente.

Quali sono i Paesi europei più orientati al solutions journalism?

Ci sono diverse realtà interessanti. Mediacité in Francia sta facendo un ottimo lavoro così come la BBC nel Regno Unito. Molto attivi sono anche i danesi e in Europa Centrale e dell’Est Transition sta lavorando molto bene in questo senso.

Solutions journalism e Covid-19: come si può migliorare la narrazione?

Sono due le considerazioni da fare. La prima è un invito a sezionare il problema in più parti: questa è la chiave quando il tema è molto ampio. Definire le più piccole parti del problema ed entrarci dentro. Non raccontare il Covid-19 in modo generico ma porre l’attenzione sulla vulnerabilità delle persone in questa situazione, per esempio. La seconda riflessione riguarda le lezioni da imparare dalla prima ondata o dagli altri Paesi. Con questo sguardo alle soluzioni e alle possibili risposte replicabili si riesce a offrire una informazione di qualità.

Viaggiatori improbabili

Turismo Costruttivo

Ho percorso il Siq di Petra, in Giordania, centinaia di volte.
All’inizio degli anni ’90 a cavallo, poi a piedi, qualche volta in calesse, quando sono stanca e riesco a strappare un passaggio.


Ho camminato sulla terra battuta quando ancora ricopriva l’attuale lastricato romano portato alla luce nel tempo. Sono stata ospite dei beduini prima che dovessero lasciare il sito archeologico che abitavano da anni. Ho visto cumuli di sabbia rivelare mosaici bizantini e pareti di roccia multicolore crollare sotto i colpi del tempo. Sono stata sorpresa da neve, inondazioni, afa; conosco le albe, i tramonti e le sfumature dei raggi del sole a ogni ora sulla facciata del Kazneh.
Ho osservato, accompagnato, parlato e mangiato con migliaia di persone e di turisti.

Ma non ho mai visto nessuna donna visitare il sito in abiti da sera, con veli di tulle, a piedi scalzi, truccata e pettinata come se fosse appena uscita da un salone di bellezza.
Quelle che lo fanno, posano. Cioè fingono. Cioè veicolano un’immagine di un viaggiatore che non esiste.

Non sarò mai una di loro per molte ragioni legate a età e prestanza fisica. Ma soprattutto non sono e non avrei mai potuto essere come loro perché il modo finto di raccontare il mondo è l’opposto dell’essenza del viaggio, che è verità, incontro, scambio, conoscenza. E fatica.  

Non sarebbe ora di invertire la tendenza e di tornare davvero a parlare di luoghi e di persone?

#TurismoCostruttivo: perché?

Ho scelto di cominciare proprio da qui le mie riflessioni su quello che ho chiamato #turismocostruttivo. In sintesi, è la filosofia su cui fondo le mie attività legate al turismo e al viaggio: articoli, guide, consulenze, formazione.
Costruttivo significa reale, con i piedi per terra. Significa fornire un’informazione pensando a chi dovrà fruirne: il viaggiatore.

Certo, le circostanze ci hanno imposto una pausa forzata, ci hanno insegnato a usare (e abusare di) ogni strumento a nostra disposizione per mantenere il contatto con il mondo, dai video ai podcast, alle letture. Tutti realizzati nell’ottica del fruitore, tutti risultato di studio, piani di lavoro, sceneggiature, montaggi. Insomma, anche questi costruiti, come le foto delle improbabili visitatrici di Petra in abito immacolato.

La differenza sta nelle modalità, oltre che nei contenuti. Qual è l’intento? E come viene perseguito? Fra promozione, informazione e pubblicità il confine a volte è netto, altre sottile e sfumato.
Si può informare in maniera costruttiva anche vendendo, scegliendo un taglio narrativo che induca la domanda ma che sia utile, reale. Onesto negli obiettivi, anche quando sono pubblicitari.
Farsi fotografare in abito lungo con Petra sullo sfondo, invece, falsa totalmente la realtà perché quell’immagine non parla solo di un luogo ma intende fornire anche il punto di vista di un viaggiatore.

Un punto di vista sbagliato. Inesistente.

Chi visita davvero Petra non ha quella faccia, non ha quegli abiti (e di certo non così puliti), né quella pettinatura. Ha sandali o scarpe comode, verosimilmente ricoperte di sabbia perché tra l’ingresso del sito e il Kazneh c’è circa un chilometro di terra (e lastricato romano). Probabilmente avrà canottiera e occhiali da sole oppure sciarpa, cappello e guanti in base alla stagione. Avrà le gote rosse, gli occhi che brillano per l’emozione, la mascella spalancata davanti allo spettacolo maestoso del luogo. Ma certamente non i capelli perfettamente spettinati e rossetto senza un minimo di sbavatura. Avrà bevuto dalla borraccia, starà cercando di dribblare gli altri turisti per fare la foto più vuota possibile, guarderà l’orologio perché la giornata di visita è lunghissima e bisogna calibrare bene i tempi.

Quella persona nella foto non corrisponde a nessuno di noi. E allora perché funziona?

Le ragioni di chi la pubblica appaiono ovvie: consenso, valore, contratto. Ma quelle di chi conferisce consensi e di conseguenza valore sono più complesse. Identificazione? Modello? Sogno? Abitudine? L’analisi del follower di viaggiatori in modalità distorte non è l’obiettivo del mio pensiero libero.
Preferisco sollevare la questione e riflettere sulla superficialità dell’approccio, sull’importanza di analizzare il messaggio che riceviamo. Sulla necessità, per me sempre più impellente, di dare aria, di fare vuoto, di divulgare. Per tornare a un turismo reale, autentico. Costruttivo.

Pandemia: il ruolo dell’educazione e del sistema scolastico

Pandemia

Lo scorso ottobre, si è svolto l’UNESCO Global Meeting: quest’anno al centro dell’incontro è stata posta la crisi sanitaria, sociale, umana ed economica causata dalla pandemia da Covid-19 che ha evidenziato la fragilità e l’interdipendenza tra i Paesi. Tutti gli Stati del mondo sono stati colpiti.  

L’emergenza comporta il peggioramento delle disuguaglianze all’interno delle comunità rendendo più vulnerabili gli educandi che vivono in povertà, le donne, le bambine, le vittime di crisi e conflitti e le persone con disabilità. La crisi non può essere ridotta solo all’emergenza sanitaria giacché ha posto in serio pericolo i diritti fondamentali e umani compreso il diritto all’educazione. Occorre sottolineare l’importanza dell’educazione, della scuola e dei docenti come agenti essenziali per fomentare la pace, la non violenza, la cittadinanza mondiale e lo sviluppo sostenibile.

Gli obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile

Ci troviamo di fronte a una grande minaccia che potrebbe ostacolare i progressi raggiunti e il perseguimento degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDG):


– Sradicare la povertà in tutte le sue forme e ovunque nel mondo.
– Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare l’alimentazione e promuovere l’agricoltura sostenibile.
– Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età.
– Garantire un’istruzione di qualità inclusiva ed equa e promuovere opportunità di apprendimento continuo per tutti.
– Raggiungere l’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione di tutte le donne e ragazze.
– Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile di acqua e servizi igienici per tutti.
– Garantire l’accesso all’energia a prezzo accessibile, affidabile, sostenibile e moderna per tutti.
– Promuovere una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, la piena occupazione e il lavoro dignitoso per tutti.
– Costruire un’infrastruttura resiliente, promuovere l’industrializzazione inclusiva e sostenibile e sostenere l’innovazione.
– Ridurre le disuguaglianze all’interno dei e fra i Paesi.
– Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili.
– Garantire modelli di consumo e produzione sostenibili.
– Adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le loro conseguenze.
– Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine.
– Proteggere, ripristinare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, gestire in modo sostenibile le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e invertire il degrado dei suoli e fermare la perdita di biodiversità.
– Promuovere società pacifiche e inclusive orientate allo sviluppo sostenibile, garantire a tutti l’accesso alla giustizia e costruire istituzioni efficaci, responsabili e inclusive a tutti i livelli.
– Rafforzare le modalità di attuazione e rilanciare il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.

La mobilitazione delle Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali e regionali, le associazioni umanitarie per lo sviluppo e le organizzazioni della società civile al fine di sostenere l’educazione come chiave di risposta e il recupero per non lascare indietro nessuno Stato.

Il forgiare alleanze multisettoriali in appoggio dei Paesi per garantire la risposta dell’ambito educativo al Covid-19 e proteggere coloro che restano esclusi dall’aiuto statale.

Prendersi cura dell’educazione dei ragazzi

Nonostante gli sforzi fatti dai Governi, i docenti e il personale educativo devono rispondere alle sfide senza precedenti che la pandemia sta causando. Occorre sottolineare che l’educazione di qualità è un diritto umano e risulta essenziale per raggiungere un recupero equitativo, inclusivo e sostenibile di tutte le nazioni.

Per evitare quello che il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha definito come “una catastrofe generazionale” dobbiamo costruire società e sistemi educativi più resilienti, flessibili, inclusivi e con una prospettiva di genere.  Si può far fronte a questa crisi solo con la solidarietà internazionale e la cooperazione multilaterale. Inoltre, è necessario rispondere ai bisogni olistici di tutti gli alunni dalla prima infanzia fino all’età adulta specialmente gli emarginati e i vulnerabili. 

Mantenere l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e garantire un’educazione inclusiva ed equitativa, di qualità e promuovere le opportunità di apprendimento per le persone e trasformare l’educazione per promuovere lo sviluppo sostenibile senza lasciare nessuno indietro. L’educazione è il principale strumento per muovere una società, questo processo si manifesta anche attraverso la scuola. Luogo dove vengono formati i futuri adulti nonché cittadini dunque bisogna renderli consapevoli di se stessi e dei loro ruoli.

Oggi, questo luogo si è trasformato e per questo motivo è necessario definire la sua nuova identità.  La società si è evoluta, quindi, ci nuove necessità alle quali anche la scuola deve concorrere per trovare nuove soluzioni.   La scuola è il luogo dove i bambini e i ragazzi imparano a convivere e a relazionarsi tra di loro e con gli adulti. Inoltre, la scuola dev’essere un ente adeguato a gestire le diverse competenze.    L’apprendimento è uno strumento fondamentale per tutte le persone e anche in un momento storico complicato come quello che stiamo vivendo bisogna pensare a una riforma del sistema educativo.

Cosa succede in Italia

Per quanto riguarda il sistema scolastico del nostro Paese bisogna sottolineare la necessità di investimenti, fattore che invece negli ultimi anni non è stato riconosciuto. In Italia, il sistema scolastico è stato protagonista di continui interventi, ovvero riforme che lo hanno solo reso instabile. Secondo i dati OCSE, il nostro Paese è in grave ritardo nei livelli di istruzione rispetto ad altri Paesi. Secondo l’Eurostat, la dispersione scolastica in Italia è superiore del 40% rispetto alla media europea.  I giovani non inseriti in percorsi sono il 28 % rispetto al 15% del resto dell’Europa. Oggi, oltre al divario rispetto all’Europa occorre rimediare anche al divario tra nord e sud Italia. Occorre sensibilizzare le famiglie sul tema della scuola, migliorare i rapporti e la comunicazione tra il mondo delle imprese e dell’istruzione. Ci dev’essere flessibilità tra il mondo della scuola e delle aziende che devono avere un glossario comune.

Il digitale e la scuola

Le aziende devono far presente al mondo scolastico quali sono le figure necessarie per il sistema produttivo di modo che la scuola possa formarle.   Soprattutto, la scuola deve preparare gli studenti al continuo cambiamento che la tecnologia, lo sviluppo e il progresso apportano alla nostra società. Un grande problema presente oggi nel mondo scolastico è che i giovani sono nativi digitali mentre i loro insegnanti no, quindi, bisogna formare e aggiornare i docenti.  Inoltre, è emerso anche che molti docenti sono in grado di insegnare, magari conosco bene la propria materia ma non hanno il dono dell’insegnamento. In questi anni, invece, questo passaggio è stato tralasciato e oggi se ne vedono i risultati.  C’è anche la necessità di attrarre giovani verso la professione dell’insegnante. Occorre ricostruire rete e territori, assumere personale competente in grado di assumere ruoli autonomi.

I punti sui quali il nostro Paese deve intervenire sono tre:

  • Una scuola italiana in linea ed integrata nella scuola europea 
  • Una scuola italiana più integrata con i sistemi produttivi e il territorio
  • Una scuola che crea comunità inclusive e aperte.

Un altro punto cruciale è il riordino dei cicli, dove la scuola media dovrebbe essere il luogo d’orientamento per la scuola superiore e questo oggi non avviene in maniera adeguata.  La scuola deve funzionare come una comunità e deve rendere responsabili i giovani. I ragazzi devono essere consapevoli delle proprie scelte, dei talenti che hanno e dei progetti di vita che vogliono realizzare. Nel nostro Paese, gli studenti migliori vengono indirizzati ai licei, a quelli con una preparazione nella media vengono consigliati gli istituti tecnici mentre ai meno bravi vengono suggeriti gli istituti professionali.   

Gli studenti a 19 anni poi, quando terminano la scuola secondaria di secondo grado non hanno una formazione adeguata al mondo del lavoro. Le lacune vanno colmate perché avere meno conoscenze equivale ad avere meno competenze. Oggi, in Italia la media dei ragazzi che si iscrive all’Università è meno del 60%. A questo punto bisogna anche citare la realtà dei NIT, i ragazzi che non studiano e non lavorano.

In conclusione, devono essere rafforzate le attività pomeridiane e bisogna combattere il problema dell’abbandono scolastico che riguarda soprattutto il sesso maschile. Il mondo del lavoro deve riconoscere le competenze che hanno gli studenti, i curriculum vanno monitorati di continuo e tal fine occorre realizzare una carta d’identità delle competenze dei ragazzi. Il sistema scolastico e formativo deve funzionare, ciò vuol dire che agli studenti vengono gli strumenti e le nozioni per poi entrare nel mondo dell’Università o del lavoro, mentre, ai disoccupati dev’essere permesso una riqualificazione delle nuove abilità professionali e tecniche per essere reinseriti nel mercato del lavoro.      

Lego non produce più kit di guerra. È una scelta etica?

Lego non produce più kit di guerra

Lego non produce più kit di guerra.

A metà dicembre 2020 si è diffusa la notizia che la Lego, la storica azienda danese di mattoncini colorati, ha deciso di non produrre più kit per costruire armi, mezzi di guerra come carri armati o velivoli, figure umane di soldati.

Lo stop alla produzione ufficiale è arrivato dopo che la Ong German Peace Society – United War Resisters ha protestato contro la Lego per aver messo in commercio un kit per costruire il V-22 Osprey, un velivolo usato nei conflitti in Afghanistan, Iraq, Mali, Yemen e Siria dalle Forze Armate americane e giapponesi. 

Il kit faceva parte della serie Technic, una linea di prodotti per ragazzi dai 9 anni in poi che presenta una maggiore complessità rispetto alla linea tradizionale, con elementi aggiuntivi che permettono l’interconnessione delle varie parti in plastica, ed è già fuori commercio. 

La Ong ha giustificato la sua protesta così: 

“L’obiettivo fondamentale è evitare armi realistiche e attrezzature militari che i bambini potrebbero riconoscere e che riconducono a situazioni violente”.

Contemporaneamente alla dichiarazione della Ong, la Lego ha dichiarato: 

“Abbiamo deciso di non produrre più kit di guerra per evitare che il marchio venga associato a questioni che glorificano i conflitti e i comportamenti non etici e dannosi”.

Ci ho ragionato sopra a lungo, e sono arrivata alla conclusione che la Lego non ha fatto una scelta etica decidendo di non produrre più kit di guerra.

Ecco perché. 

I giochi di guerra non faranno dei nostri figli dei guerrafondai

Per prima cosa sono madre di due figli adolescenti, in secondo luogo lavoro spesso con ragazzi dagli 11 ai 14 anni

Dalla mia esperienza diretta ho constatato che il gioco con le armi, con i soldatini, con i carri armati, o con tutti i giocattoli che riproducono l’armamentario di guerra, non farà dei nostri bambini e ragazzi delle persone aggressive, violente e guerrafondaie.

Quando proibiamo a bambini e ragazzi di giocare con i soldatini, con i carri armati o con le pistole, ecc. perché odiamo la violenza e la guerra, riflettiamo esclusivamente le nostre paure e le nostre preoccupazioni di adulti.

Perché i genitori non amano i kit di guerra

Ci sono 2 motivi, in particolare, per cui i genitori non vogliono che i loro figli giochino con le armi:

1. Pensano che sia indicativo delle loro scelte professionali future.

A mio avviso, e lo psicanalista Bruno Bettelheim rinforza la mia tesi nel libro “Un genitore quasi perfetto”, il fatto che i bambini giochino con le armi è indicativo delle loro scelte future tanto poco quanto costruire torri lo è di un futuro da architetto o muratore, o giocare con le macchinine lo è di un futuro da meccanici o camionisti. 

2. Pensano che, giocando con le armi o con i giochi di guerra, i figli da adulti diventeranno violenti e aggressivi. 

Al contrario, è logico aspettarsi che, se un bambino gioca alla guerra e si sente più forte e più sicuro e riesce a scaricare la sua naturale aggressività, meno ne rimarrà accumulata in lui quando sarà adulto, a pressarlo per trovare uno sfogo assai più pericoloso.

Scrive Bettelheim:

Giocare alla guerra e con le armi consente di scaricare le frustrazioni accumulate, e quindi tende a ridurne il livello. 

Di conseguenza il bambino riuscirà a controllare i sentimenti aggressivi e ostili più facilmente che non se gliene fosse impedita la scarica a livello simbolico. 

Proibire questo tipo di giochi aumenta il senso di frustrazione e il risentimento del bambino che si vede negato un canale di sfogo che, per altro, vede usare liberamente da altri bambini“.

Questa mia opinione si riferisce esclusivamente ai bambini del mondo occidentale, quei bambini che le guerre le hanno viste solo attraverso uno schermo, per i quali le guerre si svolgono sempre in un posto lontano e non hanno nessuna attinenza diretta con la loro vita quotidiana.

Perché per i bambini che le guerre le vivono davvero, le cose sono molto diverse.

Quanto conta il contesto

Per fare un unico esempio, nella tesi di laurea magistrale di Elena Sofia Fanciulli, “L’inclusione degli alunni siriani nelle scuole in Grecia, Italia e Germania. Prospettive antropologiche sull’educazione”, si legge: 

Durante le mie ricerche sul campo ho potuto osservare i tipi di giochi ai quali i bambini e le bambine siriani giocavano nelle ore ricreative, tra i quali fingere di essere trafficanti o lanciare pietre e improvvisare una rivolta per liberare la Siria/Palestina (con tanto di M16 come giocattolo e Kefiah al collo)

Quel lancio di pietre si porta dietro il martirio a cui da troppi anni è sottoposta la Siria, quel giocare a trafficanti riproduce i mezzi con i quali famiglie intere hanno dovuto appigliarsi per fuggire da guerra e terrore, e il non voler studiare di molti piccoli siriani “perché papà mi ha detto che andremo in Belgio” nasconde le preoccupazioni di madri e padri che non se la sentono di terminare il loro viaggio in Grecia o in Italia, le quali, per svariati motivi, sono ancora oggi incapaci di mettere in piedi un sistema di integrazione sostenibile e inclusivo. 

C’è un mondo oltre lo strato superficiale dei gesti violenti di ciascuno studente siriano che tanto dovrà lottare per togliersi di dosso la pesante etichetta di profugo.

Secondo la Fanciulli la violenza non è un prodotto culturale quanto piuttosto il risultato di un posizionamento relazionale e contestuale

Covid-19: indicazioni pratiche per una narrazione costruttiva

Covid-19 buon giornalismo

Quando ci si trova in una pandemia come quella del Covid-19 i ricercatori impegnati su questo fronte cercano di fare previsioni su come la malattia possa influire sul futuro delle persone e creano quelli che vengono definiti modelli epidemiologici. Si tratta, in sostanza, di simulazioni al computer e rappresentazioni matematiche del virus e dei suoi impatti. Questi lavori utilizzano, per esempio, equazioni che descrivono le variabili fondamentali da non sottovalutare, i dati che raccontano la storia delle epidemie precedenti e l’andamento dei vaccini. I capi di governo, e chi si occupa della sanità pubblica, si affidano a queste previsioni per prendere le decisioni che poi influiscono sulla nostra quotidianità. In questo scenario i giornalisti hanno un ruolo fondamentale perché devono consentire alla comunità di comprendere cosa sta accadendo e il perché di alcune decisioni che talvolta sembrano incomprensibili ai nostri occhi.

Da qui nasce l’esigenza, da parte della stampa, di conoscere meglio questi modelli epidemiologici: da quando il mondo intero è coinvolto nella pandemia da Covid-19 sono aumentati notevolmente gli studi e i documenti accademici. I giornalisti hanno familiarità con questi modelli? Perché se ciò non accade ci ritroviamo, come sperimentato più volte, di fronte a un’informazione superficiale e poco costruttiva.

Denise-Marie Ordway, giornalista del Journalist’s Resource, ha intervistato ricercatori e autori di studi scientifici per farsi spiegare al meglio come i giornalisti possano fare un lavoro migliore partendo proprio dagli studi e dai modelli messi a punto su basi matematiche. Senza questa capacità di interpretazione si rischiano errori importanti e l’esclusione di contesti cruciali.

Cosa possono fare i giornalisti impegnati nel racconto del Covid-19


La Ordway ha identificato, insieme ai ricercatori intervistati, 10 elementi che i giornalisti impegnati nella narrazione del Coronavirus non devono perdere di vista.

  1. Mettere ben in chiaro che i modelli epidemiologici presi in considerazione sono validi solo alla luce dei dati utilizzati e che i ricercatori sono al lavoro per recuperare altre informazioni. L’unica cosa che hanno a disposizione i ricercatori sono i dati presenti nel momento in cui lavorano al modello statistico. Anche se non precisi vengono comunque presi in considerazione perché servono come punto di partenza. Questo spiega il perché, talvolta, non sembrano tornare i dati relativi alle persone positive, ai tamponi effettuati e ai decessi.
  2. Spiegare che spesso i ricercatori fanno delle ipotesi nate dall’osservazione dei dati durante la creazione di modelli. Helen Jenkins, epidemiologa del Boston University School of Public Health, evidenzia come le persone pensano spesso  che un modello scientifico sia «una perfetta palla di cristallo che mostra il futuro e non tengono conto delle avvertenze che si applicano a questi studi». Diventa quindi importante, per un giornalista, spiegare con chiarezza la natura dei dati a disposizione e come vengono inseriti nella costruzione di un modello epidemiologico. Questo consente alle persone di comprendere le carenze degli studi scientifici.
  3. Tenere sempre a mente che i ricercatori utilizzano un’ampia varietà di modelli per studiare le malattie infettive e che questi sono progettati per rispondere a più domande. Per esempio alcuni di questi sono utili a studiare alcuni modelli di comportamento di un’intera popolazione di persone mentre altri consentono di esaminare il comportamento dei singoli individui.
  4. Evidenziare che quando si riporta una previsione numerica, per esempio la stima dei decessi a causa di Covid-19, si tratta di una stima approssimativa rappresentata da un intervallo di numeri possibili. I giornalisti, spesso, tendono a focalizzarsi su un numero solo: la stima, il numero più alto o il più basso. Ma questi studi non rilevano mai un dato solitario, indicano sempre un intervallo di valori. Brooke Nichols, economista della salute, afferma che «comprendere ed esprimere incertezza nei modelli matematici è la chiave per comprendere».
  5. Spiegare al proprio pubblico di riferimento cosa lo studio di cui si parla aggiunge rispetto a quel che già sappiamo e quali le domande che rimangono senza risposta. Questo tipo di scelta narrativa consente di far comprendere al lettore che si sta sempre parlando di una tessera del puzzle e non dell’intera figura.
  6. Quando si intervista un ricercatore scientifico in merito ai modelli epidemiologici tenere a mente queste 7 domande:
  • Che tipo di modello di studio è stato utilizzato e quali sono forze e debolezze?
  • Quali sono le ipotesi utilizzate per questa analisi?
  • Quale l’obiettivo di questo modello: a quali domande risponde?
  • Da dove provengono i dati utilizzati e in che modo l’utilizzo di questi dati specifici ha influito sui risultati?
  • Quali dati e fattori sono stati intenzionalmente esclusi da questo studio e perché?
  • Questo studio si è focalizzato su uno scenario migliore o peggiore?
  • Quali avvertenze devono essere prese in considerazione per analizzare i risultati di questo studio?

7. Verificare gli studi effettuati dai ricercatori senza una comprovata esperienza. Può capitare che dei ricercatori con una scarsa esperienza nella costruzione di modelli epidemiologici possano cimentarsi nel realizzare delle indagini che poi rendono fruibili online. Questi studi possono  contenere degli errori dovuti alla scarsa esperienza che vanno verificati prima di essere raccontati. Un buon metodo è intervistare un ricercatore di maggiore esperienza. La collaborazione tra giornalisti e studiosi è fondamentale per facilitare il processo di scoperta.

8. Diffidare dei modelli epidemiologi di scienziati che non sono esperti in materia. Il solo fatto che un ricercatore abbia creato un modello di successo per investigare un altro ambito della salute non garantisce che il suo lavoro possa essere di aiuto in un caso di epidemia.

9. Usare Twitter e altri social media per cercare cosa gli accademici affermano in merito alle nuove ricerche effettuate. Intercettare delle conversazioni sui social media può essere un buon modo per farsi una prima idea su un nuovo studio pubblicato o diffuso. Spesso i ricercatori utilizzano queste piattaforme per esprimere una propria opinione sapendo di essere intercettati dai media.

10. Restare informati sui modelli epidemiologici. Questo aiuta certamente a restare focalizzato, a fare le domande migliori e a spiegare le ricerche sul coronavirus in un linguaggio semplice e comprensibile.

Un’informazione di qualità su un tema così importante come quello della pandemia da Covid-19 è possibile solo con l’impegno e la dedizione di tutti.



Sei passi per costruire un giornalismo riflessivo

Giornalismo Riflessivo

“Le notizie dovrebbero aiutare i loro lettori a capire il mondo”. Non una parte di mondo, aggiungerei io alle parole di Shirish Kulkarni, un giornalista investigativo pluripremiato, che sta conducendo ricerche sulla narrazione di notizie attraverso il cosiddetto “giornalismo modulare”.

Shirish in un suo recente speech ha incoraggiato i giornalisti a vedere il loro lavoro come un servizio alle loro comunità e a pensare molto più profondamente al significato di ciò che si fa. “Il giornalismo non è per i giornalisti ma per i cittadini”, ha detto. “Dobbiamo avere i cittadini nella nostra mente in ogni punto di ciò che facciamo.

Shirish ha spiegato perché una redazione diversificata è molto più attrezzata per coprire le notizie. “C’è razzismo nelle nostre redazioni e quei punti di vista razzisti hanno infettato la nostra società. Il discorso giornalistico e politico spesso descrive gli immigrati come opportunisti e immeritevoli. Se le persone di colore guidassero le decisioni editoriali nelle redazioni, tutte le nostre discussioni su immigrazione, disuguaglianza, istruzione e criminalità sarebbero completamente diverse. Dobbiamo affrontarlo con urgenza”.

Il giornalismo riflessivo favorisce la comprensione della realtà

Nel suo speech, Shirish affronta molti punti nodali, tra cui:

Riflettiamo profondamente su ciò che facciamo, come giornalisti? Il nostro lavoro rafforza gli atteggiamenti e le strutture prevalenti o consente al pubblico di avere una comprensione più completa del problema in questione? E come esempio ha descritto le news di nera: “Migliorano le cose o guidano un discorso che rende impossibile avere discussioni basate sull’evidenza sulla riabilitazione contro la punizione nella nostra società?”

Altro punto importante, che incrocia il giornalismo costruttivo: i cittadini vogliono il contesto, non solo le ultime notizie, eppure le testate giornalistiche sono concentrate sull’abitudine di aggiornare costantemente la prima riga delle breaking news, e tutto il resto passa in secondo piano. E così le news sul fronte del cambiamento climatico descrivono l’emergenza ma non il contesto, e non spingono abbastanza sulle soluzioni.

Ancora una considerazione: il giornalismo dovrebbe fornire ai cittadini uno spazio per esercitare il libero arbitrio. “Le notizie non stanno accadendo solo a noi come vittime passive delle notizie. Siamo anche cittadini delle nostre comunità e abbiamo il nostro potere. Dobbiamo offrire nella nostra copertura un modo affinché le persone si sentano coinvolte nel mondo e possano fare la differenza”, ha detto Shirish, facendo eco ad alcuni dei principi solutions journalism, suggerendo di imparare da game designer e professionisti del teatro che stimolano il coinvolgimento attingendo alla curiosità del pubblico.

Il tono delle notizie adatto a tutti

Il tono, poi, dovrebbe essere accessibile per tutti e i media dovrebbero ascoltare diverse prospettive, mentre i giornalisti dovrebbero essere trasparenti riguardo alle loro segnalazioni e più consapevoli sui propri limiti, per assumere una nuova credibilità. Il pubblico dovrebbe sapere esattamente come e perché i giornalisti raccontano una particolare storia. “Non siamo esperti”, ha detto Shirish. “Molti di noi sono generalisti. A volte dobbiamo dire “non sappiamo” invece di dire qualcosa che non sappiamo”.

Come giornalisti, infine, dovremmo apprendere e utilizzare le riflessioni precedenti e raccontarle utilizzando di più lo storytelling, ricordando quanta forza hanno le storie nelle persone. Solo così potremo raggiungere questi obiettivi.

Oltre il coronavirus: una nuova “equidistanza” negli spazi di vita

Oltre il coronavirus

Nel saggio “Pandeconomia. Le alternative possibili” lo studioso Tonino Perna indica una serie di soluzioni di rinascita culturale: centrale ripensare le città e il rapporto tra dimensione urbana e rurale secondo giustizia sociale e ricerca di armonia.

“È una delle indicazioni che ci vengono da questa pandemia: dobbiamo trovare la giusta distanza nel costruire, nel concepire gli spazi pubblici, nel rapporto con la Natura, non più ridotta a merce o a mera coreografia urbana”. La ricerca dello “spazio giusto per vivere decentemente” è una delle tante soluzioni suggerite da Tonino Perna, già professore ordinario di sociologia economica all’Università di Messina, impegnato a teorizzare e sostenere con spirito progettuale il concetto di sviluppo sostenibile: rimedi messi a fuoco dal sociologo nel saggio dal titolo “Pandeconomia. Le alternative possibili”, pubblicato a giugno del 2020 per la casa editrice Castelvecchi, collana Esc.

Per una nuova “equidistanza”


Perna descrive lo scenario della pandeconomia, vale a dire “la trasformazione dell’economia come del mercato mondiale al tempo della pandemia”, quella determinata dal coronavirus, per ragionare su possibili insegnamenti da tratte e sulle risposte da mettere in campo. Ne viene fuori un auspicato scenario di cambiamenti culturali, etici e socio-economici ricondotto nell’alveo concettuale della cosiddetta “equonomy”, cioè “un’economia che ritrova l’equilibrio nel nome dell’equità”. In pratica la costruzione di ciò che dev’essere una “altreconomia”, fondata sulla giustizia sociale per frenare le diseguaglianze sociali e le tensioni esasperate in questi momenti di difficoltà planetaria.

Proprio su queste premesse si fonda il concetto di “equidistanza”, una visione sociale, etica, ecologica della distanza che “se oggi è una necessità imposta dal contenimento della pandemia, un domani – spiega lo scienziato sociale – sarà un modo più umano, rispettoso dell’ambiente quanto dello spazio vivibile” da affermare.

Decongestionare le metropoli e riscoprire i borghi


Più in dettaglio, l’equidistanza “si può tradurre nel decongestionare le metropoli e ripopolare le aree interne, abbandonate, i borghi, in Europa come in tante aree del mondo che hanno una storia millenaria”. Il discorso riguarda “la correlazione tra tasso d’inquinamento e la diffusione del virus e la sua letalità”. Ma rileva anche in termini di rinnovata visione del mondo. La riscoperta dei borghi, dei piccoli centri, delle aree interne può essere, infatti, interpretata come tendenza coerente con il “recupero del valore del silenzio, delle pause, del ritmo interiore da ascoltare”. Un recupero che Perna osserva nel corso della pandemia contrapponendolo agli atteggiamenti di “una parte della popolazione che ha aspettato la riapertura delle attività e della mobilità per rituffarsi con furore nella vita precedente”.

“Un grande piano per le aree interne”


“Il riequilibrio tra città e campagna si impone – afferma Perna – e si dovrà tradurre in una ruralizzazione delle città e in una connessione migliore delle aree interne, collinari e montane, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione”. Rispetto, poi, al “caso italiano” un “grande piano di rinascita delle aree interne potrebbe essere finalmente implementato”, continua il sociologo considerando tra le altre cose che “nelle zone collinari del nostro Mezzogiorno oltre il 30% dei terreni agricoli è abbandonato”.

“Un maggior uso dello smart working”


Un modo per ridurre il sovraffollamento del traffico urbano è rappresentato dal lavoro a distanza. Un maggior uso dello smart working “dovrà restare”, dice Perna, “soprattutto nella Pubblica amministrazione e nel reparto amministrativo delle aziende private”. Ma “il più grande cambiamento si verificherà nel mondo della scuola e dell’università”. Con una previsione ben definita: “Non scompariranno di certo la lezione frontale e l’empatia che si deve creare tra docente e discenti, ma metodi e strumenti di insegnamento cambieranno”. Il tutto secondo un cambiamento epocale da affrontare puntando alla riduzione del digital divide, cioè le disparità in termini di accesso alla tecnologia digitale per smorzare disuguaglianze sociali e tra i territori.

La funzione sociale dei piccoli negozi


La rigenerazione degli spazi sociali si ottiene “valorizzando i cambiamenti positivi emersi in questo periodo”. Per esempio, attraverso “un recupero dell’economia di prossimità”. Perna fa riferimento alle piccole botteghe di generi alimentari e ai negozietti di frutta e verdura che “hanno avuto un boom di clienti” durante il periodo di chiusura, il lockdown, scattato l’inverno scorso, quando parte delle consumatrici e dei consumatori “ha voluto evitare le file nei supermercati” preferendo i piccoli esercizi alimentari “per non rischiare”. Per il sociologo, questi piccoli negozi torneranno in sordina man mano che si andrà verso una maggiore mobilità urbana, ma “sarebbe un peccato non trarne qualche insegnamento per il futuro, rispetto alla loro funzione sociale”. Anche perché “sono poi questi piccoli esercizi a mantenere, specie nelle aree marginali, i rapporti più stretti con le produzioni agroalimentari locali”.

Il ruolo del turismo locale


Il ragionamento fatto per i piccoli negozi vale anche per il turismo: “Le aziende che sopravvivranno – sottolinea Perna – lo dovranno soprattutto al turismo locale”. Il dato della rivalutazione del turismo locale in questo periodo di pandemia può assumere un duplice aspetto: “Potrebbe essere un fatto contingente, ma potrebbe segnare anche una svolta culturale”, e i turisti che hanno girato il mondo “potrebbero restare sorpresi nello scoprire mete poco apprezzate turisticamente del Bel Paese, fuori dalle grandi mode turistiche e dalle facili escursioni culturali”. Torna, quindi, la via alternativa della “equidistanza”, stavolta applicabile al turismo di massa per un modo “più umano” di concepirlo. Sullo sfondo sempre la necessità di una “equonomy” concepita dal sociologo come punto di incontro tra Occidente e Oriente, tra ricerca di giustizia sociale e desiderio di equilibrio e armonia.