Sei passi per costruire un giornalismo riflessivo

Giornalismo Riflessivo

“Le notizie dovrebbero aiutare i loro lettori a capire il mondo”. Non una parte di mondo, aggiungerei io alle parole di Shirish Kulkarni, un giornalista investigativo pluripremiato, che sta conducendo ricerche sulla narrazione di notizie attraverso il cosiddetto “giornalismo modulare”.

Shirish in un suo recente speech ha incoraggiato i giornalisti a vedere il loro lavoro come un servizio alle loro comunità e a pensare molto più profondamente al significato di ciò che si fa. “Il giornalismo non è per i giornalisti ma per i cittadini”, ha detto. “Dobbiamo avere i cittadini nella nostra mente in ogni punto di ciò che facciamo.

Shirish ha spiegato perché una redazione diversificata è molto più attrezzata per coprire le notizie. “C’è razzismo nelle nostre redazioni e quei punti di vista razzisti hanno infettato la nostra società. Il discorso giornalistico e politico spesso descrive gli immigrati come opportunisti e immeritevoli. Se le persone di colore guidassero le decisioni editoriali nelle redazioni, tutte le nostre discussioni su immigrazione, disuguaglianza, istruzione e criminalità sarebbero completamente diverse. Dobbiamo affrontarlo con urgenza”.

Il giornalismo riflessivo favorisce la comprensione della realtà

Nel suo speech, Shirish affronta molti punti nodali, tra cui:

Riflettiamo profondamente su ciò che facciamo, come giornalisti? Il nostro lavoro rafforza gli atteggiamenti e le strutture prevalenti o consente al pubblico di avere una comprensione più completa del problema in questione? E come esempio ha descritto le news di nera: “Migliorano le cose o guidano un discorso che rende impossibile avere discussioni basate sull’evidenza sulla riabilitazione contro la punizione nella nostra società?”

Altro punto importante, che incrocia il giornalismo costruttivo: i cittadini vogliono il contesto, non solo le ultime notizie, eppure le testate giornalistiche sono concentrate sull’abitudine di aggiornare costantemente la prima riga delle breaking news, e tutto il resto passa in secondo piano. E così le news sul fronte del cambiamento climatico descrivono l’emergenza ma non il contesto, e non spingono abbastanza sulle soluzioni.

Ancora una considerazione: il giornalismo dovrebbe fornire ai cittadini uno spazio per esercitare il libero arbitrio. “Le notizie non stanno accadendo solo a noi come vittime passive delle notizie. Siamo anche cittadini delle nostre comunità e abbiamo il nostro potere. Dobbiamo offrire nella nostra copertura un modo affinché le persone si sentano coinvolte nel mondo e possano fare la differenza”, ha detto Shirish, facendo eco ad alcuni dei principi solutions journalism, suggerendo di imparare da game designer e professionisti del teatro che stimolano il coinvolgimento attingendo alla curiosità del pubblico.

Il tono delle notizie adatto a tutti

Il tono, poi, dovrebbe essere accessibile per tutti e i media dovrebbero ascoltare diverse prospettive, mentre i giornalisti dovrebbero essere trasparenti riguardo alle loro segnalazioni e più consapevoli sui propri limiti, per assumere una nuova credibilità. Il pubblico dovrebbe sapere esattamente come e perché i giornalisti raccontano una particolare storia. “Non siamo esperti”, ha detto Shirish. “Molti di noi sono generalisti. A volte dobbiamo dire “non sappiamo” invece di dire qualcosa che non sappiamo”.

Come giornalisti, infine, dovremmo apprendere e utilizzare le riflessioni precedenti e raccontarle utilizzando di più lo storytelling, ricordando quanta forza hanno le storie nelle persone. Solo così potremo raggiungere questi obiettivi.

Oltre il coronavirus: una nuova “equidistanza” negli spazi di vita

Oltre il coronavirus

Nel saggio “Pandeconomia. Le alternative possibili” lo studioso Tonino Perna indica una serie di soluzioni di rinascita culturale: centrale ripensare le città e il rapporto tra dimensione urbana e rurale secondo giustizia sociale e ricerca di armonia.

“È una delle indicazioni che ci vengono da questa pandemia: dobbiamo trovare la giusta distanza nel costruire, nel concepire gli spazi pubblici, nel rapporto con la Natura, non più ridotta a merce o a mera coreografia urbana”. La ricerca dello “spazio giusto per vivere decentemente” è una delle tante soluzioni suggerite da Tonino Perna, già professore ordinario di sociologia economica all’Università di Messina, impegnato a teorizzare e sostenere con spirito progettuale il concetto di sviluppo sostenibile: rimedi messi a fuoco dal sociologo nel saggio dal titolo “Pandeconomia. Le alternative possibili”, pubblicato a giugno del 2020 per la casa editrice Castelvecchi, collana Esc.

Per una nuova “equidistanza”


Perna descrive lo scenario della pandeconomia, vale a dire “la trasformazione dell’economia come del mercato mondiale al tempo della pandemia”, quella determinata dal coronavirus, per ragionare su possibili insegnamenti da tratte e sulle risposte da mettere in campo. Ne viene fuori un auspicato scenario di cambiamenti culturali, etici e socio-economici ricondotto nell’alveo concettuale della cosiddetta “equonomy”, cioè “un’economia che ritrova l’equilibrio nel nome dell’equità”. In pratica la costruzione di ciò che dev’essere una “altreconomia”, fondata sulla giustizia sociale per frenare le diseguaglianze sociali e le tensioni esasperate in questi momenti di difficoltà planetaria.

Proprio su queste premesse si fonda il concetto di “equidistanza”, una visione sociale, etica, ecologica della distanza che “se oggi è una necessità imposta dal contenimento della pandemia, un domani – spiega lo scienziato sociale – sarà un modo più umano, rispettoso dell’ambiente quanto dello spazio vivibile” da affermare.

Decongestionare le metropoli e riscoprire i borghi


Più in dettaglio, l’equidistanza “si può tradurre nel decongestionare le metropoli e ripopolare le aree interne, abbandonate, i borghi, in Europa come in tante aree del mondo che hanno una storia millenaria”. Il discorso riguarda “la correlazione tra tasso d’inquinamento e la diffusione del virus e la sua letalità”. Ma rileva anche in termini di rinnovata visione del mondo. La riscoperta dei borghi, dei piccoli centri, delle aree interne può essere, infatti, interpretata come tendenza coerente con il “recupero del valore del silenzio, delle pause, del ritmo interiore da ascoltare”. Un recupero che Perna osserva nel corso della pandemia contrapponendolo agli atteggiamenti di “una parte della popolazione che ha aspettato la riapertura delle attività e della mobilità per rituffarsi con furore nella vita precedente”.

“Un grande piano per le aree interne”


“Il riequilibrio tra città e campagna si impone – afferma Perna – e si dovrà tradurre in una ruralizzazione delle città e in una connessione migliore delle aree interne, collinari e montane, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione”. Rispetto, poi, al “caso italiano” un “grande piano di rinascita delle aree interne potrebbe essere finalmente implementato”, continua il sociologo considerando tra le altre cose che “nelle zone collinari del nostro Mezzogiorno oltre il 30% dei terreni agricoli è abbandonato”.

“Un maggior uso dello smart working”


Un modo per ridurre il sovraffollamento del traffico urbano è rappresentato dal lavoro a distanza. Un maggior uso dello smart working “dovrà restare”, dice Perna, “soprattutto nella Pubblica amministrazione e nel reparto amministrativo delle aziende private”. Ma “il più grande cambiamento si verificherà nel mondo della scuola e dell’università”. Con una previsione ben definita: “Non scompariranno di certo la lezione frontale e l’empatia che si deve creare tra docente e discenti, ma metodi e strumenti di insegnamento cambieranno”. Il tutto secondo un cambiamento epocale da affrontare puntando alla riduzione del digital divide, cioè le disparità in termini di accesso alla tecnologia digitale per smorzare disuguaglianze sociali e tra i territori.

La funzione sociale dei piccoli negozi


La rigenerazione degli spazi sociali si ottiene “valorizzando i cambiamenti positivi emersi in questo periodo”. Per esempio, attraverso “un recupero dell’economia di prossimità”. Perna fa riferimento alle piccole botteghe di generi alimentari e ai negozietti di frutta e verdura che “hanno avuto un boom di clienti” durante il periodo di chiusura, il lockdown, scattato l’inverno scorso, quando parte delle consumatrici e dei consumatori “ha voluto evitare le file nei supermercati” preferendo i piccoli esercizi alimentari “per non rischiare”. Per il sociologo, questi piccoli negozi torneranno in sordina man mano che si andrà verso una maggiore mobilità urbana, ma “sarebbe un peccato non trarne qualche insegnamento per il futuro, rispetto alla loro funzione sociale”. Anche perché “sono poi questi piccoli esercizi a mantenere, specie nelle aree marginali, i rapporti più stretti con le produzioni agroalimentari locali”.

Il ruolo del turismo locale


Il ragionamento fatto per i piccoli negozi vale anche per il turismo: “Le aziende che sopravvivranno – sottolinea Perna – lo dovranno soprattutto al turismo locale”. Il dato della rivalutazione del turismo locale in questo periodo di pandemia può assumere un duplice aspetto: “Potrebbe essere un fatto contingente, ma potrebbe segnare anche una svolta culturale”, e i turisti che hanno girato il mondo “potrebbero restare sorpresi nello scoprire mete poco apprezzate turisticamente del Bel Paese, fuori dalle grandi mode turistiche e dalle facili escursioni culturali”. Torna, quindi, la via alternativa della “equidistanza”, stavolta applicabile al turismo di massa per un modo “più umano” di concepirlo. Sullo sfondo sempre la necessità di una “equonomy” concepita dal sociologo come punto di incontro tra Occidente e Oriente, tra ricerca di giustizia sociale e desiderio di equilibrio e armonia.

Trovare e condividere la notizia giusta

La notizia giusta

C’è un vecchio film – The Paper (1994), una brillante commedia di Ron Howard, dove uno spumeggiante Michael Keaton nei panni di un caporedattore di uno scalcinato quotidiano locale di New York, è pronto a rischiare ogni cosa pur di dare la notizia giusta.

Spende un’intera giornata a cercare la fonte che possa confermare la sua storia. Rischia la carriera, è disposto a far fallire il giornale (ferma le rotative), si perde persino la nascita del suo primo figlio, pur di scrivere quella che considera la notizia corretta da sbattere in prima pagina.


È la storia di un vecchio giornalismo, quello che era solo su carta, quando ancora non c’erano i social e Internet emetteva i primi vagiti. In questo lockdown mi è tornato spesso in mente Henry Hackett (è il personaggio interpretato da Keaton): pensate lui spende un intero giorno, per scrivere e dare una notizia. Oggi ne produciamo migliaia in pochi minuti, se non secondi. E non è solo una questione tecnologica.

La notizia giusta: una scelta di responsabilità


Henry potrebbe scegliere la strada più facile: pubblicare una notizia che ritiene sbagliata. Attenzione sbagliata, non falsa. Perché se lui non indagasse, rinunciasse ad approfondire, potrebbe tranquillamente pubblicare quello che possiede, pressato com’è dal dover chiudere una pagina e andare in stampa. E non è vero che oggi la tecnologia ci ha tolto il problema: perché se si vuole essere posizionati bene su Google, non si può aspettare. Potrebbe pubblicare, potrebbe dire che a uccidere due colletti bianchi di Wall Street sono i due ragazzi neri fermati dalla polizia e arrestati.


Ma intuisce e poi scopre che questa storia deve essere approfondita e ha ragione, perché ha deciso che deve scrivere la notizia giusta. Ecco oggi, in questa prima infodemia della storia, non solo rispetto alle fake news mi chiedo quante siano le notizie davvero giuste. Quante volte in questo travolgente matrix di informazioni e notizie che corrono a velocità quantica, abbiamo provato, almeno per un minuto a fare come Hackett. Perché si, è purtroppo vero che ci sono giornalisti, che non fanno bene il loro mestiere, che confermano i peggiori stereotipi, con cui viene additata la categoria.

Stiamo condividendo la notizia vera o quella giusta?

Però, come scrive il Direttore di Polis Charlie Beckett ci sono milioni di reporter che ogni giorno, per raccontarci il Covid-19 stanno rischiando la loro salute, rinunciando a vedere i loro famigliari, figli, pur di raccontare una storia. Come Hackett, anche loro, vogliono scrivere la notizia giusta. E oggi noi siamo tutti reporter, tutti editori. E ovviamente non possiamo spendere la nostra giornata a verificare quello che leggiamo. Però possiamo chiederci se stiamo condividendo non la notizia vera, bensì quella giusta.

Ecco perché dopo tante analisi io credo che le fake news non siano un problema socio-culturale-educativo di stampo vittoriano, ma squisitamente giornalistico. E allora come giornalisti dovremmo provare a trovare un modo e un luogo dove provare a spiegare che cos’è non la verità – che è meglio lasciare alla metafisica – ma una notizia giusta. E forse chissà che non ne nasca tanto un rapporto di fiducia – altro concetto fuorviante dice sempre Beckett quando si parla di fake news – ma un modello di comunità, di collaborazione tra chi legge e chi scrive.

E che il buon vecchio giornalismo di una volta, fatto di suole consumate, può ancora, dare risposte, tanto più valide se accompagnato a un consapevole uso della tecnologia e dell’Intelligenza Artificiale come scrive Francesco Marconi.


E poi ci siamo noi, lettori. Non siamo figure marginali e passive. Non lo siamo mai stati e tanto meno possiamo esserlo oggi. Siamo quelli che valorizzano e riconoscono il lavoro di Henry. Anche se non conferma le nostre idee e la nostra visione del mondo. E sì, è una gran bella responsabilità.

Non smettete di farvi domande

Se vi siete persi le puntate precedenti le trovate qua. Mi sono immaginato un corso universitario, mi sono immaginato una classe di giovani donne e uomini prepararsi a conquistarsi il proprio posto nella società, mi sono immaginato come vorrei fosse un corso universitario.

L’ho fatto per raccontarvi il Constructive Network.

Sssh…venite con me, la quarta lezione è appena cominciata.


La scorsa volta abbiamo cominciato a parlare della maieutica, questo metodo che deriva da Socrate, utile per far emergere quello che già effettivamente è presente nell’uomo, attraverso delle domande costruttive, che aiutano a scavare in profondità.
Quindi abbiamo ipotizzato che chi usa questo metodo crede che la verità sia dentro ognuno di noi, ricordate?

– Sì prof.

Abbiamo ipotizzato che se al posto di “verità” ci mettessimo “creatività”, o intuizione, si potrebbe pensare che attraverso delle domande costruttive, e relativo ascolto, si potrebbe risvegliare la creatività, intesa come «facoltà umana di produrre nuove idee per migliorare la vita» come ha scritto Luca Stanchieri in “Il meglio di sé”, vero?

Sì.

Sapete perché di queste domande? Perché il CENSIS nel presentare il 51° rapporto sulla situazione sociale del paese, a livello nazionale scriveva che si stava “chiudendo un lungo ciclo di sviluppo senza espansione economica, secondo processi a bassa interferenza reciproca, in cui il futuro è rimasto incollato al presente.” E aggiungeva come proposta risolutiva che “l’immaginazione e la preparazione del nuovo devono fare leva sul binomio tecnologia-territorio”.
Era il 2017 ma credo che sia ancora attuale.

– Quindi lei dice che l’innovazione e la preparazione del nuovo, che possiamo chiamare creatività, intuizione o una propria verità, possono emergere con la maieutica?

Credo possa essere una strada. Creatività, innovazione, crescita economica, autorealizzazione e benessere psicofisico potrebbero essere tutti legati no?  Ma ditemi pure la vostra opinione, possono delle domande ben fatte portare a una sorta di autorealizzazione con relative conseguenze nella società?

– Prof. mi ha fatto scoprire il Teeteto

– E?

– Bè mi ha colpito molto leggere le parole attribuite a Socrate ” ed è chiaro che da me non hanno mai appreso nulla, ma che da essi, da sé, molte e belle cose hanno trovato e generato”. Oggi siamo pieni di guru, decaloghi su come raggiungere il successo in 10 semplici mosse, dispensatori di verità in ogni luogo…

– Eh già i cosiddetti motivatori..

– Già, da un lato abbiamo quelli che danno solo risposte e mentre qui stiamo dicendo che sarebbe importante fare solo domande, senza nemmeno interferire…

– Bella osservazione!
Sì, prendetela come provocazione, però credo che ognuno di voi abbia provato almeno una volta il colpo di genio, l’intuizione.
Poi qualcuno ha messo a terra la propria idea e altri l’anno ricacciata nel profondo magari criticati dalla propria cerchia di amici, familiari, professori come me…

– È perché forse vogliamo ricette pronte, con la scusa di non aver tempo per provarci, sbagliare, riprovare…un po’ si lega alle scorse lezioni. La paura di fallire perché abbiamo un’errata concezione del fallimento oppure perché provarci necessita uno sforzo di attivazione come diceva Scitovsky…

– Esatto, ma cosa accadrebbe se nelle nostre PMI, che sono circa l’80% del nostro PIL, invece dei motivatori si usassero le domande? Se ripartissimo da quell’intuizione nata quando un imprenditore ha aperto la sua attività, se arrivassimo al suo perché!?

– Sbaglio o c’è una similitudine con il coaching umanistico?

– Esatto Lino, raccontaci quello che sai?

– Se non ricordo male nasce negli Stati Uniti verso gli inizi degli anni ’90, principalmente per ottenere risultati nel campo sportivo e deve la sua formalizzazione al pilota di automobilismo inglese Sir John Whitmore che diventa poi consulente aziendale e lo utilizzato per far migliorare le performance produttive.

– Chapeau! Passione o esperienza diretta?

-Curiosità, mi sono letto anche io alcuni libri di Luca Stanchieri, un coach che ritiene appunto che “Il coaching è soprattutto un modello di conversazione che permette al pensiero creativo e progettuale di avviarsi in un percorso aperto allo sviluppo

– Grazie Lino. Ora immagino che voi tutti abbiate sentito parlare almeno una volta del “coaching”, vero?

Bè sì, negli ultimi anni le multinazionali parlano di coaching aziendale…

Prof, anche il coaching sportivo o il life coaching…

– Vero.
Ecco io però non avevo, fino a qualche anno fa, sentito parlare di quello umanistico, quello che si focalizza sull’essere umano, al di là della professione che compie. Ora senza giudicare quale disciplina sia meglio vorrei portarvi a riflettere su una cosa.
Un coach sportivo saprà già che deve lavorare sulle prestazioni sportive del suo assistito giusto?

– Giusto.

– Ma se un coach non si focalizza sulla professione ma sull’uomo, da dove parte?

– ….

– Non può che partire che dall’ascolto. Per ottenere i giusti risultati il coach deve informarsi e imparare a destreggiarsi nelle realtà del suo “allievo”, non può dare nozioni o consigli perché non è il suo campo, ma deve solo immedesimarsi.
Ricordate Diderot che per descrivere i mestieri nell’Encyclopédie ha dovuto immedesimarsi perchè non trovava chi era in grado di descrivere il lavoro?
Vi ricordate la massima attribuita a Socrate?

So di non sapere

– Esatto, e cosa fa un bambino quando non sa una cosa?

Domande su domande

– Brava Sara, capite dove vi voglio portare? Porsi su un piano dialogico in cui non si ha nulla da insegnare, ma anzi ponendosi come bisognosi di apprendere, permette di far emergere il perché delle cose. Vedete, io credo che la creatività è presente in ogni individuo, ma non può essere estranea al contesto in cui l’individuo vive e dalle relazioni che esso ha, per questo essa è espressione di un intero territorio, di una cultura, di convenzioni.
Ma, e qui riprendo l’autore che diceva Lino prima, anche di “ottimismo di una visione migliore del futuro che spesso lotta contro la paura, il rischio, la passività”

Interessante prof, ma perché ci ha parlato del  il Constructive Network?

– Ah giusto. Perché volevo farvi un’altra domanda in cui c’entra l’autorealizzazione: la felicità può dipendere dall’informazione?

In che senso?

– Il modo in cui vi informate, quello che leggete, dove lo fate può influire sulla vostra felicità?

Credo di si?

– Lo credo anche io, ed è per questo che è nato il Constructive Network.
E qui torna il buon uso delle domande.
Perché come vi dicevo, raccontare una storia in chiave costruttiva è una scelta che parte dalle domande. Come si usano, determina il risultato di un articolo. Si può scrivere puntando il faro sul problema o sulla soluzione.
Chiunque di noi, nel momento in cui ha in mano una storia da raccontare compie una serie di scelte.

Quindi non si è obiettivi?

– Bella domanda!
Vedete, chi scrive o chi racconta è sempre dentro la storia. Ne sceglie il focus, i dettagli, l’inizio, la fine, il taglio, il messaggio. Naturalmente sceglie anche le domande da porsi durante la raccolta di informazioni e la stesura del pezzo.

– Quello che voglio dirvi è che senza dubbio i media ci condizionano: guardatevi questo video intervista tra Assunta Corbo e Sonia Monticelli.
Quindi la nostra autorealizzazione è minata anche dall’informazione.
Fortunatamente in più parti del mondo se ne sono accorti e sono nate diverse realtà che voglio offrire una nuova opportunità ai media, che siano giornalisti, blogger e/o comunicatori.
Ma non solo, vogliono anche aiutare il lettore a identificare i contenuti di qualità.
In Italia c’è il Constructive Network.

Quindi da un lato abbiamo l’importanza delle domande per ritrovare la propria creatività dall’altra per raccontare le storie, raccontare questa creatività e fare buona informazione.

Secondo voi possono essere due leve che contribuiscono a far crescere un territorio? Pensateci, ne parleremo la prossima lezione.


Ci vediamo in aula 24 la prossima settimana.

Diversity e inclusione: il consumatore chiede scelte etiche e costruttive

Diversity

Il tema della diversity al centro di una ricerca presentata al Seo&Love 2020. Dalle soluzioni a sostegno delle persone con disabilità alla lotta alle discriminazioni: diverse le iniziative messe in campo dai marchi. E l’opinione pubblica li premia in reputazione e ricavi.

“Se oggi non si riesce a comprendere il valore della diversità, si perde il treno”; perché oggi “le persone scelgono in base ai valori trasmessi dalle aziende”: così Francesca Vecchioni, fondatrice e presidente di DiversityLab, organizzazione non profit nata per “fare cultura dell’inclusione”. Una considerazione, la sua, nata commentando i dati della Diversity Brand Index, ricerca realizzata da DiversityLab per misurare l’impatto delle politiche di inclusione dei brand sull’orientamento delle consumatrici e dei consumatori italiani.

Cittadinanza più attenta ai brand inclusivi


I risultati dello studio parlano chiaro: 6 persone su 10 dichiarano di indirizzare le loro preferenze di acquisto verso marche percepite come inclusive. Si tratta del 63% delle persone interpellate sulla base di un campione rappresentativo di 1.043 cittadine e cittadini al centro di un’indagine da cui sono emersi 482 brand considerati tra i più sensibili all’articolato tema della diversity. Questione che include sette forme di diversità riconosciute in letteratura: credo/religione, disabilità, età, etnia, genere e identità di genere, orientamento sessuale e affettivo, status socio-economico.

Scelte orientate dall’etica

La ricerca si riferisce all’anno 2019 e rispetto al 2018 e al 2017 riflette una maggiore propensione delle consumatrici e dei consumatori a prediligere brand sentiti più inclusivi: se infatti nel 2019 si osserva sul piano dei consumi un 63% di persone attente alla diversity, l’anno prima si registra un +51%, mentre nel 2017 si raggiunge un +52%. Segno di una tendenza consolidata a tutto vantaggio di aziende impegnate a considerare diritti sociali, civili, qualità di vita delle persone oltre le barriere della discriminazione. In pratica “vuol dire che le nostre scelte davanti allo scaffale, anche a parità di prodotto, sono orientate dal fattore etico di un brand consonante ai nostri valori”, afferma la vicepresidente di Diversity Lab, Gabriella Crafa illustrando anche altri dati della ricerca. Come il +89,8% del Net Promoter Score, cioè l’indice del passaparola, in questo caso positivo e in crescita del 4,7% rispetto all’anno precedente per i marchi considerati attivi nelle strategie di inclusione: dato contrapposto al -86% dei marchi non inclusivi che secondo quanto evidenzia Diversity generano invece “un numero di detrattori preponderante”.

Crescita dei ricavi favorita dalla diversity


Un dato, quello della reputazione, che per le aziende significa inoltre vantaggi di tipo economico. Il Diversity Brand Index conferma infatti la convenienza a investire in politiche aziendali nel rispetto della diversità: nel 2019, mettendo a confronto i marchi i più inclusivi con quelli meno inclusivi, emerge un divario in termini di crescita dei ricavi pari a un +23% a favore dei brand che investono in pratiche rispettose delle diversità. Tutto questo con un ritorno in positivo dal punto di vista del passaparola, della reputazione e della fedeltà di consumatrici e consumatori.

Buone pratiche: il progetto Thisables


La strada seguita dai brand giudicati più inclusivi è caratterizzata dalla ricerca di soluzioni per rendere il più possibile migliore la qualità di vita delle persone e per promuovere il rispetto dei loro diritti, dei loro bisogni, della loro identità. Gabriella Crafa cita l’esempio di Ikea. Che con il progetto ThisAbles punta a facilitare la fruizione dei suoi prodotti a vantaggio di persone con varie forme di disabilità: una serie di accorgimenti sul fronte del design che rende più facile aprire un frigorifero, accendere o spegnere una lampada, alzarsi da un divano e così via.

Ikea premiata per la campagna #Fateloacasavostra


Sempre Ikea, con il suo ramo italiano, viene premiata al Diversity Brand Summit, svolto a Milano a giugno 2020 su iniziativa di Diversity e della società di consulenza Focus MGMT. Un premio su 21 aziende selezionate dal Diversity Brand Index conquistato grazie alla campagna audiovisiva #Fateloacasavostra, laddove quel “fatelo a casa vostra” diventa rivendicazione dell’essere se stessi, per manifestare la propria affettività, la propria identità, il proprio orientamento sessuale, sentendosi liberi di farlo come a casa nostra, ovunque ci si trovi, senza essere discriminati.

Huawei e l’app StorySign per bambine e bambini sordi


L’altro premio della rassegna lo conquista Huawei per aver lanciato l’app StorySign, pensata per facilitare l’apprendimento di bambine e bambini sordi grazie alla possibilità di libri traducibili in tempo reale nella lingua dei segni per godere in modo più agevole della bellezza di una favola, di una storia, di un racconto.

Per una nuova visione del potere dei brand


Si tratta di esempi considerati espressione di nuove forme costruttive di responsabilità sempre più apprezzate dall’opinione pubblica: “Le persone – sostiene Francesca Vecchioni – vogliono che i brand usino il loro potere per arrivare agli altri. Ed è la stessa cosa che dobbiamo fare noi. Ognuno di noi deve riuscire a usare il proprio potere come vogliamo che facciano i brand”.

Un percorso rivoluzionario che riguarda le azioni e le scelte quotidiane di tutte e tutti noi.

Una memoria da elefante

Una memoria di elefante Aula 24

Se vi siete persi le puntate precedenti le trovate qua. Mi sono immaginato un corso universitario, mi sono immaginato una classe di giovani donne e uomini prepararsi a conquistarsi il proprio posto nella società, mi sono immaginato come vorrei fosse un corso universitario.

L’ho fatto per raccontarvi il Constructive Network.

Sssh…venite con me, la quarta lezione è appena cominciata.


Oggi vorrei iniziare con una storia che mi è venuta in mente e che trovo drammaticamente vera: “L’elefante incatenato” di Jorge Bucay, la trovate nel libro “Lascia che ti racconti”.
La conoscete?

– …

“Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attirato in particolar modo dall’elefante […] Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune….Ma dopo il suo numero, e fino a un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato a un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe. Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri”.
Ci avete mai pensato? Com’è possibile che un elefante, da una forza spaventosa, non riesca a sradicare un paletto conficcato a terra?

Perché è ammaestrato prof?

– Provate a chiudere gli occhi mentre vi leggo il seguito della storia e usate l’immaginazione: “L’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo. Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto. Sono sicuro che, in quel momento, l’elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi. Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui. Lo vedevo addormentarsi sfinito, e il giorno dopo provarci di nuovo, e così il giorno dopo […]  Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale accettò l’impotenza rassegnandosi al proprio destino.”

– Quindi da adulto non scappa perché è convinto di non saperlo fare…

  • Esatto, triste no?
    E voi quante volte avete rinunciato a inseguire un sogno perché avete fallito da inesperti, da giovani?

– …

– In “Il fallimento è rivoluzioneFrancesca Corrado scrive che “il fallimento è un momento di pausa nel caos della vita. Non è un arresto definitivo, un vicolo cieco, un capolinea, ma una sosta nella quale scendere dall’altalena del piacere e del dispiacere e cercare, riflettere, farci domande, avanzare dubbi e fugare certezze” e poi aggiunge che può sembrare controintuitivo, ma più falliamo e meglio impariamo a conoscerci.

– In effetti prof, se l’elefante ci avesse riprovato, una volta cresciuto, ci sarebbe riuscito e avrebbe preso consapevolezza della propria forza.

– Esatto Lino.
Sapete che Maslow, lo psicologo americano che teorizzò la gerarchia dei bisogni – base fondamentale per chiunque si avvicini al marketing-  sosteneva che si possono distinguere i prodotti realizzati da persone soddisfatte da quelle non soddisfatte, solamente osservando il prodotto?

– addirittura..

e già.
E sapete cosa c’è all’apice della piramide di Maslow?

– L’autorealizzazione.

– Brava Cecilia.
Pensateci, quando siete felici i problemi non svaniscono, ma vengono affrontati con la luce della consapevolezza sulle proprie capacità e sui propri limiti.
Non voglio entrare in temi filosofici o psicologici, ma vorrei darvi uno spunto di riflessione.
Anzi, darci, perché io stesso sono ancora in cammino verso l’autorealizzazione e verso la felicità.
Qualcuno di voi conosce la Maieutica?

– È una tecnica dialettica il cui più grande esponente fu il filosofo greco Socrate e che si trova descritta nel Teeteto opera tarda di Platone ( 368 a.c. circa)

– Complimenti Marta, ma sai descriverla in maniera meno accademica?

– Si… è un metodo per far emergere quello che già effettivamente è presente nell’uomo, attraverso delle domande. Chi le fa non aggiunge nulla ma le affina volta per volta accompagnando così “l’intervistato” verso una piena realizzazione e quindi verso la felicità.

– Chiarissima!

Domande, solo domande per arrivare alla profondità di quello che crediamo.
Marta, possiamo quindi supporre che chi usa la maieutica crede che la verità sia dentro ognuno di noi, che forse va solo dissotterrata?

– Credo si possa vederla così, prof.

Se quindi sostituiamo la parola verità con creatività, o intuizione, possiamo dire che attraverso delle domande costruttive, e relativo ascolto, possiamo risvegliare la creatività, intesa come «facoltà umana di produrre nuove idee per migliorare la vita»?

Potrebbe essere.

Nelle prossime lezione vorrei focalizzarmi sull’uso delle domande e dell’importanza dell’ascolto associate a due diversi campi. Vi lascio con un semplice compito: date  un’occhiata a quanto dice il Constructive Network.
Perché vedete, raccontare una storia in chiave costruttiva è una scelta che parte dalle domande.

Ci vediamo alla prossima lezione, sempre qui in aula 24.

Charlie Barnao: riflessioni costruttive sul caso Floyd

Caso Floyd

Ci sono punti di contatto tra l’uccisione di George Floyd, il cittadino afroamericano deceduto a maggio del 2020 a seguito di un’operazione di polizia a Minneapolis, negli Stati Uniti, e altri casi di morte violenta come ad esempio quelli in Italia di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi ed Emanuele Scieri?

Per Charlie Barnao, professore di sociologia e di sociologia della sopravvivenza all’Università “Magna Graecia” di Catanzaro, la risposta è “sì”. In base ai risultati di una sua ricerca ancora in corso, il sociologo arriva infatti a un’ipotesi di fondo: “L’ipotesi centrale attorno alla quale si sviluppa questo lavoro è che esiste una correlazione tra il modello addestrativo delle forze armate ed episodi di violenza sadica, incontrollata e di tortura perpetrati dagli attori sociali formati sulla base di quel modello”, sono le dichiarazioni di Barnao fatte nel corso di un seminario sul “caso Floyd” organizzato dall’ateneo catanzarese.


Più in generale, lo studioso invita a riflettere non soltanto sui metodi di addestramento, ma sugli aspetti culturali e valoriali considerati sempre più incisivi nella società contemporanea: si tratta di un tema “la cui rilevanza in termini di attualità è data prima di tutto dal contesto culturale, economico e politico in cui ci troviamo”, osserva il professore universitario ponendo l’accento sulle “nuove e sempre più pressanti politiche sicuritarie” e su “un marcato processo di militarizzazione della società tutta”.


La questione affrontata da Barnao rileva intanto dal punto di vista dei processi formativi “inadeguati” capaci di influenzare a vari livelli la “cultura militare”. Secondo lo scienziato sociale, si tratta quindi di riconsiderare i modelli psicologico-educativi per prevenire fenomeni come quelli di violenza osservati in situazioni di ordine pubblico descritti dalla cronaca nera e giudiziaria.

Un’attenzione per la formazione e per gli aspetti educativi che spinge ad associare la morte di George Floyd non soltanto al razzismo, ma anche a dinamiche legate al concetto di autoritarismo di nuova genesi. Da qui la proposta di Barnao per nuovi modelli psicologico-educativi basati in particolare sulla psicologia umanistica.

Di quali storie volete far parte?

Storie

Se vi siete persi le puntate precedenti le potete trovare qui. Mi sono immaginato un corso universitario, mi sono immaginato una classe di giovani donne e uomini prepararsi a conquistarsi il proprio posto nella società, mi sono immaginato come vorrei fosse un corso universitario.

L’ho fatto per raccontarvi il Constructive Network.

Sssh…venite con me, la terza lezione è appena cominciata.


Ben ritrovati! Allora oggi vi vorrei parlare di Richard Sennett e del suo saggio: “L’uomo artigiano”. Il Sociologo scrive che gran parte del sapere artigiano è…?

– Tacito: lo si sa fare, ma non lo si sa esprimere…

Bravi, avete letto il libro e quindi avrete visto come emerge una figura, quella dell’artigiano, che ha sempre fatto fatica a stare alla luce. In fondo Efesto veniva collocato nel ventre di un vulcano, quasi a sottolineare questa sua difficoltà no? Ma voglio concentrarmi su questo: il gran “saper fare” del mondo artigiano manca spesso della componente “far sapere”.

Bè ma lo è sempre stato, se nel libro Sennett scrive che perfino Diderot, a proposito delle sue ricerche per l’Encyclopédie, disse: «su un migliaio di lavoratori, è già una fortuna trovarne una dozzina che siano capaci di spiegare con chiarezza gli attrezzi o le macchine che usano».

– Vero, perfino Diderot, per comprendere e poter poi descrivere nella sua opera il sapere più fedelmente, decise di sperimentare, di immedesimarsi…

– Vuole dire che per comprendere un motore devo andare da un meccanico e smontarlo con lui?

– Bè Andrea, sarebbe utile ma dubito che avremo il tempo di testare tutto prima di acquistarlo. Quello che voglio farvi notare è la frase del prologo: «è possibile realizzare una vita materiale più umana, se solo si comprende meglio il processo del fare»?
Vedete, avere una cultura anche generale delle dinamiche del lavoro, permette di  apprezzare il prodotto di chi, spesso, ha un sapere tacito e quindi ha difficoltà a raccontarlo.

-Non la seguo prof.

– Vi ricordate la lezione precedente?
Il comfort genera un’abitudine, dà una soddisfazione immediata, crea una certa apatia. Ne consegue la difficoltà di cercare nuovi stimoli. Il premio Nobel per l’Economia nel 2017, Richard Thaler, ha basato il suo libro sulla “spinta gentile” necessaria per combattere quella sorta di inerzia nell’adagiarsi, tipica dell’uomo.
Abbiamo bisogno di prodotti creativi!

Prendete un prodotto artigiano, se ci pensate comprendere “il processo del fare”, apprendere un processo produttivo, scoprire da dove viene, con che materiali è fatto…il prodotto già carico di una storia trascinerà con sé una storia ancor maggiore, fatta di riti lavorativi, scelte, “saperi” taciti ed espressioni di un territorio…

– …

– Ricordate la suddivisione tra prodotti difensivi e prodotti creativi?

– Si

– Quello che voglio dirvi è che anche un tavolo, un bene difensivo perché vi permette di mangiare comodamente senza doverlo fare a terra, si potrebbe trasformare in un bene creativo scoprendo il processo del fare o che il legno utilizzato, per esempio, è quello degli alberi caduti in seguito alla tempesta Vaia, o ancora il nome e la storia del falegname, i suoi valori..

– Ma questo è marketing.

– Io vi chiedo di andare oltre, non si tratta semplicemente di fare una sorta di greenwashing o un buon content marketing, storytelling, pubblicità…
Qui vi chiedo di andare in profondità, cercare le pepite d’oro di ogni realtà che incontrate.

– Immedesimarsi come Diderot?

– Magari non servirà proprio come Diderot ma è fondamentale domandarsi cosa c’è dietro un prodotto, sia da consumatori – per sapere cosa state acquistando – sia da comunicatori – per saperlo raccontare a dovere. Il Marketing si troverà di fronte a una grande sfida, quella di portare veramente il suo contributo per la collettività, dovrà “saper contaminare tutte le funzioni aziendali, non solo quelle che riguardano la comunicazione e le pubbliche relazioni. E forse le istanze più urgenti non arriveranno dal mercato ma dalla società”. Lo scrive Paolo Iabichino nella prefazione dell’ultimo libro di Kotler.

Ne abbiamo parlato la scorsa lezione, ricordate? Il 37% degli intervistati da IPSOS ammette che il comportamento delle marche influenza le scelte d’acquisto, la collettività sta diventando più attenta e sensibile.

– Prof, qui credo possa contribuire il Brand Journalism…

– Continua…

– Ricordo una lezione sul Brand Journalism di Michela Trada: a fine ‘800, la Johnson&Johnson produceva prodotti antisettici ma non trovava la domanda a causa della mancanza di cultura della sterilizzazione. Da un’esigenza informativa e di utilità iniziò la base del Brand Journalism, l’azienda creò un opuscolo e lo regalò a tutti gli addetti e alla popolazione, creò cultura. Ne giovò l’azienda e ne giovò la comunità.

– Vero Sara, il Brand Journalism o giornalismo d’impresa, è quella tecnica comunicativa che utilizza gli stili giornalistici per raccontare non una notizia, ma un brand. In questo caso il focus si sposta dalla vendita di un prodotto, tipico della pubblicità tradizionale, alla conoscenza del marchio, del brand, sotto la “protezione” deontologica giornalistica. Alcuni prodotti/ servizi possiedono una storia ancor prima di essere venduti ed il consumatore che ne fa parte, contribuisce alla storia.
“Le storie non sono tutte uguali: certo, molto dipende da chi la racconta la storia, moltissimo dal perché lo fa”. Questa frase è del podcast dell’Osservatorio Storytelling.

La mia domanda è, di che storia volete far parte?

Ci vediamo giovedì prossimo in aula 24.

La felicità va stimolata

La felicità va stimolata

Se vi siete persi la prima puntata, la trovate qui. Mi sono immaginato un corso universitario, mi sono immaginato una classe di giovani donne e uomini prepararsi a conquistarsi il proprio posto nella società, mi sono immaginato come vorrei fosse un corso universitario.

L’ho fatto per raccontarvi il Constructive Network.

Sssh…venite con me, la seconda lezione è appena cominciata.

Gli studenti del corso cominciano a interagire rompendo quella timidezza che limita il confronto costruttivo. Il professore si muove tra loro, coinvolgendoli con lo sguardo, con le parole e con i gesti, come un direttore d’orchestra sta iniziando ad ascoltare le vibrazioni dei singoli elementi.


  • Ben ritrovati! State bene?
    Vi faccio subito una domanda, ma non rispondetemi subito, fatelo a fine lezione, scrivetemi una mail o quando troverete la risposta.
    Qual è l’ultima notizia che avete letto negli ultimi mesi e che vi è stata utile per prendere una decisione, o che sia diventata strumento per prendere una decisione?
    Questa domanda l’ho ascoltata dalla psicoterapeuta Sonia Monticelli in un video e la ritengo importantissima.

Se avete letto il breve saggio dal titolo: “L’Economia senza gioia di Tibor Scitovsky” di Alessandra Smerilli vorrei portarvi a riflettere su una cosa.
Avete capito la provocazione lanciata nel 1974 da Easterlin?

Buongiorno prof, sono Anna.
Interessante ed estremamente attuale, l’osservazione di Richard Easterlin che dimostra come reddito e felicità non siano strettamente correlati.

Grazie Anna.
Spero che tutta la vostra generazione, nei paesi sviluppati, ormai l’abbia capito. La felicità è fatta anche di valori condivisi e uno scopo. D’altronde secondo l’Osservatorio Civic Brand di IPSOSil 46% dice che non comprerebbe un prodotto di un’azienda che ha preso pubblicamente una posizione non condivisa su un tema sociale culturale e politico, il 37% che il comportamento delle marche influenza le scelte d’acquisto e il 35% dichiara di aver smesso di comprare prodotti o servizi perché deluso dal comportamento sociale, culturale o politico di brand e azienda.”

Quello che più mi affascina però, è la risposta di Scitovsky.

Vedo una mano alzata.

Si salve, sono Marco.
Si riferisce alla suddivisione dei beni di consumo in due classi distinte: i beni difensivi e i beni creativi?

Complimenti Marco!
Fu Hawtrey a fare questa distinzione nel 1926 come riporta Marina Bianchi nell’articolo accademico: “Se la felicità è così importante, come mai ne sappiamo così poco?”
Ci stiamo avvicinando. Vi faccio un esempio, prendete un’auto o una lavatrice: la loro funzione è evitarvi lunghe camminate per raggiungere un luogo o di lavare i pantaloni a mano. Ecco, sono entrambi beni difensivi: alleviano una fatica o un disagio.
Prendete invece un libro, un CD di musica classica o un quadro d’arte astratta: il loro consumo vi porta a una certa gratificazione giusto?
Questi sono i beni creativi.

Bè ma, anche una Porsche mi gratificherebbe!

Ahh, mi aspettavo questa battuta.
Sono d’accordo!
Ma c’è un pezzo della Smerilli che mi ha fatto riflettere, scrive che Scitovsky cerca di andare più a fondo e si chiede che cosa ha portato alla noia, la società americana descritta da Easterlin nel ‘74 e perché, – sentite quanto attuale sembra- il tappeto rullante sembra oggi aver aumentato la sua velocità, facendo in modo che nonostante si corra tanto, si rischia non solo di rimanere fermi, ma di andare indietro.
La sua tesi principale è che una «vita buona» abbia bisogno di due ingredienti che devono essere ben combinati: comfort e stimulation. Un uomo i cui bisogni sono soddisfatti e i disagi (discomfort) sono eliminati, vive nella noia se non ci sono stimolazioni (fisiche e intellettuali).

Scusi prof, ma quindi siamo destinati alla fatica per essere felici?

No, siete destinati alla scoperta perenne per essere felici.

Siamo fatti di stimoli, il comfort nasce dopo aver tolto un disagio ovvero una stimolazione troppo elevata, ma in presenza di un comfort totale siamo di fronte all’assenza della stimolazione.
Quindi NOIA.
E di fronte a una stimolazione troppo bassa, l’organismo cerca degli stimoli.

Prendete un evento nuovo o imprevisto, nel vostro organismo si presenta un’eccitazione, una attrazione per la novità. In un grafico lo stimolo prenderebbe la forma di una “U” rovesciata chiamata anche curva di Wundt: se l’elemento non è nuovo, o non abbastanza, l’eccitazione rimane bassa e quindi non provoca piacere mentre un evento troppo nuovo può portare al disagio e al disorientamento. Il punto di massimo piacere deriva da una stimolazione ottimale: quella intermedia.

Prof. sono Maria. Quindi letta così se prendiamo come esempio un’opera d’arte moderna, che spesso non viene capita, per essere apprezzata dobbiamo essere in grado di ricondurla a una scuola o a un movimento di pensiero per evitare disorientamento, mentre un’opera totalmente originale può risultare sgradevole?

Grazie Maria.
Hai colto in pieno. Questo vale anche per le idee nuove.
Mi ricollego alla domanda a inizio lezione: qual è l’ultima notizia che avete letto negli ultimi mesi e che vi è stata utile per prendere una decisione?
Io stesso faccio fatica a ricordarmelo, perché?

Perchè Scitovsky sapeva benissimo che i beni creativi, per essere compresi hanno bisogno di un costo di attivazione che noi umani, pigri di natura, non sempre vogliamo affrontare.
Ma una volta affrontato questo costo, si genera molta più soddisfazione, lo sforzo viene ripagato dalla gratificazione, mentre il prodotto di comfort non richiede nessun costo ma genera una sorta di assuefazione.

Pensateci, dopo che avete letto un libro, visto la vostra webserie preferita o colto le sfumature ironiche e sarcastiche di un post che denota la conoscenza del contesto, siete in grado di generare una relazione di comunicazione, nasce in voi il desiderio di condivisione, siete in grado di alimentare la curiosità dei vostri amici e addirittura diventarne ambassador e convincere a far consumare il bene creativo anche agli altri.    

Come potrebbe essere utile tutto questo per il mondo della comunicazione, del territorio e delle aziende?
Ne discuteremo la prossima lezione.

Se qualcuno ha piacere scopra qualcosa di più su Richard Sennet, sociologo e fondatore del New York Institute for the Humanities e il suo libro “L’uomo artigiano”.

Ci vediamo giovedì prossimo in aula 24.

Notizie: quale effetto hanno sul nostro stato d’animo

notizie e stato d'animo

Le notizie di qualità sono quelle che rispettano fortemente il lettore. Perché, oggi, non possiamo più prescindere dall’effetto che le notizie hanno sul nostro stato d’animo.

E allora partiamo da una domanda importante: Cosa succede alle nostre emozioni quando leggiamo le notizie? Assunta Corbo, giornalista e founder del nostro network, ne ha parlato con la psicoterapeuta Sonia Monticelli.

Durante l’intervista si sono affrontati molti temi interessanti e utili per poterci avvicinare alle notizie nel modo più costruttivo possibile. “Quello che leggiamo determina il nostro stato d’animo ma influisce anche su come noi viviamo la nostra quotidianità” afferma Sonia Monticelli.

Le notizie negative e il loro effetto sulle emozioni

Esistono delle notizie che possono influire in modo più importante sul nostro stato d’animo: sono quelle negative. Queste, hanno un tale potere che finiscono per farci quasi desiderare di avere ragione a pensare che il mondo non sia affatto un luogo piacevole. Si parla, in questi casi, di bias di conferma. Cerchiamo in quello che leggiamo l’approvazione rispetto a quello che pensiamo.

Quando si tratta di notizie brutte, finiamo per alimentare uno stato d’animo negativo, nervoso e stressato. Attiviamo, in questi casi, il cortisolo, l’ormone dello stress. Utile in una vera situazione di pericolo ma meno funzionale in una situazione – come quella delle notizie – in cui il pericolo è raccontato ma non percepito “è come se quell’ormone non avesse spazio di uscita. L’alternativa per lui è quella di attivare una sorta di dipendenza da quelle notizie”.

Il problema, quindi, non è la singola notizia negativa ma è l’abitudine alle notizie che generano sentimenti di paura, stress, frustrazione e rabbia.

Abbiamo bisogno di notizie buone allora?

Non è così e Sonia Monticelli spiega il perché: si tratta comunque di escludere una parte della realtà. Il mondo là fuori non è fatto solo di belle storie e buone notizie. “Vorrebbe dire negare le fatiche che riguardano tutti noi”. Le buone notizie, afferma Monticelli, possono comunque generare uno stato d’animo negativo per qualcuno. Esse, infatti, ci restituiscono l’immagine di un mondo perfetto che non corrisponde alla realtà che vediamo ogni giorno: fatta di imperfezioni e situazioni da risolvere.

Quale può essere, allora, la soluzione? “Dobbiamo imparare a essere lettori critici cercando di unire lo sguardo di speranza costruttiva con le notizie che ci fanno comprendere il mondo”.

Guarda l’intera intervista di Assunta Corbo a Sonia Monticelli. E poi raccontaci cosa ne pensi.