Non smettete di farvi domande

Se vi siete persi le puntate precedenti le trovate qua. Mi sono immaginato un corso universitario, mi sono immaginato una classe di giovani donne e uomini prepararsi a conquistarsi il proprio posto nella società, mi sono immaginato come vorrei fosse un corso universitario.

L’ho fatto per raccontarvi il Constructive Network.

Sssh…venite con me, la quarta lezione è appena cominciata.


La scorsa volta abbiamo cominciato a parlare della maieutica, questo metodo che deriva da Socrate, utile per far emergere quello che già effettivamente è presente nell’uomo, attraverso delle domande costruttive, che aiutano a scavare in profondità.
Quindi abbiamo ipotizzato che chi usa questo metodo crede che la verità sia dentro ognuno di noi, ricordate?

– Sì prof.

Abbiamo ipotizzato che se al posto di “verità” ci mettessimo “creatività”, o intuizione, si potrebbe pensare che attraverso delle domande costruttive, e relativo ascolto, si potrebbe risvegliare la creatività, intesa come «facoltà umana di produrre nuove idee per migliorare la vita» come ha scritto Luca Stanchieri in “Il meglio di sé”, vero?

Sì.

Sapete perché di queste domande? Perché il CENSIS nel presentare il 51° rapporto sulla situazione sociale del paese, a livello nazionale scriveva che si stava “chiudendo un lungo ciclo di sviluppo senza espansione economica, secondo processi a bassa interferenza reciproca, in cui il futuro è rimasto incollato al presente.” E aggiungeva come proposta risolutiva che “l’immaginazione e la preparazione del nuovo devono fare leva sul binomio tecnologia-territorio”.
Era il 2017 ma credo che sia ancora attuale.

– Quindi lei dice che l’innovazione e la preparazione del nuovo, che possiamo chiamare creatività, intuizione o una propria verità, possono emergere con la maieutica?

Credo possa essere una strada. Creatività, innovazione, crescita economica, autorealizzazione e benessere psicofisico potrebbero essere tutti legati no?  Ma ditemi pure la vostra opinione, possono delle domande ben fatte portare a una sorta di autorealizzazione con relative conseguenze nella società?

– Prof. mi ha fatto scoprire il Teeteto

– E?

– Bè mi ha colpito molto leggere le parole attribuite a Socrate ” ed è chiaro che da me non hanno mai appreso nulla, ma che da essi, da sé, molte e belle cose hanno trovato e generato”. Oggi siamo pieni di guru, decaloghi su come raggiungere il successo in 10 semplici mosse, dispensatori di verità in ogni luogo…

– Eh già i cosiddetti motivatori..

– Già, da un lato abbiamo quelli che danno solo risposte e mentre qui stiamo dicendo che sarebbe importante fare solo domande, senza nemmeno interferire…

– Bella osservazione!
Sì, prendetela come provocazione, però credo che ognuno di voi abbia provato almeno una volta il colpo di genio, l’intuizione.
Poi qualcuno ha messo a terra la propria idea e altri l’anno ricacciata nel profondo magari criticati dalla propria cerchia di amici, familiari, professori come me…

– È perché forse vogliamo ricette pronte, con la scusa di non aver tempo per provarci, sbagliare, riprovare…un po’ si lega alle scorse lezioni. La paura di fallire perché abbiamo un’errata concezione del fallimento oppure perché provarci necessita uno sforzo di attivazione come diceva Scitovsky…

– Esatto, ma cosa accadrebbe se nelle nostre PMI, che sono circa l’80% del nostro PIL, invece dei motivatori si usassero le domande? Se ripartissimo da quell’intuizione nata quando un imprenditore ha aperto la sua attività, se arrivassimo al suo perché!?

– Sbaglio o c’è una similitudine con il coaching umanistico?

– Esatto Lino, raccontaci quello che sai?

– Se non ricordo male nasce negli Stati Uniti verso gli inizi degli anni ’90, principalmente per ottenere risultati nel campo sportivo e deve la sua formalizzazione al pilota di automobilismo inglese Sir John Whitmore che diventa poi consulente aziendale e lo utilizzato per far migliorare le performance produttive.

– Chapeau! Passione o esperienza diretta?

-Curiosità, mi sono letto anche io alcuni libri di Luca Stanchieri, un coach che ritiene appunto che “Il coaching è soprattutto un modello di conversazione che permette al pensiero creativo e progettuale di avviarsi in un percorso aperto allo sviluppo

– Grazie Lino. Ora immagino che voi tutti abbiate sentito parlare almeno una volta del “coaching”, vero?

Bè sì, negli ultimi anni le multinazionali parlano di coaching aziendale…

Prof, anche il coaching sportivo o il life coaching…

– Vero.
Ecco io però non avevo, fino a qualche anno fa, sentito parlare di quello umanistico, quello che si focalizza sull’essere umano, al di là della professione che compie. Ora senza giudicare quale disciplina sia meglio vorrei portarvi a riflettere su una cosa.
Un coach sportivo saprà già che deve lavorare sulle prestazioni sportive del suo assistito giusto?

– Giusto.

– Ma se un coach non si focalizza sulla professione ma sull’uomo, da dove parte?

– ….

– Non può che partire che dall’ascolto. Per ottenere i giusti risultati il coach deve informarsi e imparare a destreggiarsi nelle realtà del suo “allievo”, non può dare nozioni o consigli perché non è il suo campo, ma deve solo immedesimarsi.
Ricordate Diderot che per descrivere i mestieri nell’Encyclopédie ha dovuto immedesimarsi perchè non trovava chi era in grado di descrivere il lavoro?
Vi ricordate la massima attribuita a Socrate?

So di non sapere

– Esatto, e cosa fa un bambino quando non sa una cosa?

Domande su domande

– Brava Sara, capite dove vi voglio portare? Porsi su un piano dialogico in cui non si ha nulla da insegnare, ma anzi ponendosi come bisognosi di apprendere, permette di far emergere il perché delle cose. Vedete, io credo che la creatività è presente in ogni individuo, ma non può essere estranea al contesto in cui l’individuo vive e dalle relazioni che esso ha, per questo essa è espressione di un intero territorio, di una cultura, di convenzioni.
Ma, e qui riprendo l’autore che diceva Lino prima, anche di “ottimismo di una visione migliore del futuro che spesso lotta contro la paura, il rischio, la passività”

Interessante prof, ma perché ci ha parlato del  il Constructive Network?

– Ah giusto. Perché volevo farvi un’altra domanda in cui c’entra l’autorealizzazione: la felicità può dipendere dall’informazione?

In che senso?

– Il modo in cui vi informate, quello che leggete, dove lo fate può influire sulla vostra felicità?

Credo di si?

– Lo credo anche io, ed è per questo che è nato il Constructive Network.
E qui torna il buon uso delle domande.
Perché come vi dicevo, raccontare una storia in chiave costruttiva è una scelta che parte dalle domande. Come si usano, determina il risultato di un articolo. Si può scrivere puntando il faro sul problema o sulla soluzione.
Chiunque di noi, nel momento in cui ha in mano una storia da raccontare compie una serie di scelte.

Quindi non si è obiettivi?

– Bella domanda!
Vedete, chi scrive o chi racconta è sempre dentro la storia. Ne sceglie il focus, i dettagli, l’inizio, la fine, il taglio, il messaggio. Naturalmente sceglie anche le domande da porsi durante la raccolta di informazioni e la stesura del pezzo.

– Quello che voglio dirvi è che senza dubbio i media ci condizionano: guardatevi questo video intervista tra Assunta Corbo e Sonia Monticelli.
Quindi la nostra autorealizzazione è minata anche dall’informazione.
Fortunatamente in più parti del mondo se ne sono accorti e sono nate diverse realtà che voglio offrire una nuova opportunità ai media, che siano giornalisti, blogger e/o comunicatori.
Ma non solo, vogliono anche aiutare il lettore a identificare i contenuti di qualità.
In Italia c’è il Constructive Network.

Quindi da un lato abbiamo l’importanza delle domande per ritrovare la propria creatività dall’altra per raccontare le storie, raccontare questa creatività e fare buona informazione.

Secondo voi possono essere due leve che contribuiscono a far crescere un territorio? Pensateci, ne parleremo la prossima lezione.


Ci vediamo in aula 24 la prossima settimana.

Una memoria da elefante

Una memoria di elefante Aula 24

Se vi siete persi le puntate precedenti le trovate qua. Mi sono immaginato un corso universitario, mi sono immaginato una classe di giovani donne e uomini prepararsi a conquistarsi il proprio posto nella società, mi sono immaginato come vorrei fosse un corso universitario.

L’ho fatto per raccontarvi il Constructive Network.

Sssh…venite con me, la quarta lezione è appena cominciata.


Oggi vorrei iniziare con una storia che mi è venuta in mente e che trovo drammaticamente vera: “L’elefante incatenato” di Jorge Bucay, la trovate nel libro “Lascia che ti racconti”.
La conoscete?

– …

“Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attirato in particolar modo dall’elefante […] Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune….Ma dopo il suo numero, e fino a un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato a un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe. Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri”.
Ci avete mai pensato? Com’è possibile che un elefante, da una forza spaventosa, non riesca a sradicare un paletto conficcato a terra?

Perché è ammaestrato prof?

– Provate a chiudere gli occhi mentre vi leggo il seguito della storia e usate l’immaginazione: “L’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo. Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto. Sono sicuro che, in quel momento, l’elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi. Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui. Lo vedevo addormentarsi sfinito, e il giorno dopo provarci di nuovo, e così il giorno dopo […]  Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale accettò l’impotenza rassegnandosi al proprio destino.”

– Quindi da adulto non scappa perché è convinto di non saperlo fare…

  • Esatto, triste no?
    E voi quante volte avete rinunciato a inseguire un sogno perché avete fallito da inesperti, da giovani?

– …

– In “Il fallimento è rivoluzioneFrancesca Corrado scrive che “il fallimento è un momento di pausa nel caos della vita. Non è un arresto definitivo, un vicolo cieco, un capolinea, ma una sosta nella quale scendere dall’altalena del piacere e del dispiacere e cercare, riflettere, farci domande, avanzare dubbi e fugare certezze” e poi aggiunge che può sembrare controintuitivo, ma più falliamo e meglio impariamo a conoscerci.

– In effetti prof, se l’elefante ci avesse riprovato, una volta cresciuto, ci sarebbe riuscito e avrebbe preso consapevolezza della propria forza.

– Esatto Lino.
Sapete che Maslow, lo psicologo americano che teorizzò la gerarchia dei bisogni – base fondamentale per chiunque si avvicini al marketing-  sosteneva che si possono distinguere i prodotti realizzati da persone soddisfatte da quelle non soddisfatte, solamente osservando il prodotto?

– addirittura..

e già.
E sapete cosa c’è all’apice della piramide di Maslow?

– L’autorealizzazione.

– Brava Cecilia.
Pensateci, quando siete felici i problemi non svaniscono, ma vengono affrontati con la luce della consapevolezza sulle proprie capacità e sui propri limiti.
Non voglio entrare in temi filosofici o psicologici, ma vorrei darvi uno spunto di riflessione.
Anzi, darci, perché io stesso sono ancora in cammino verso l’autorealizzazione e verso la felicità.
Qualcuno di voi conosce la Maieutica?

– È una tecnica dialettica il cui più grande esponente fu il filosofo greco Socrate e che si trova descritta nel Teeteto opera tarda di Platone ( 368 a.c. circa)

– Complimenti Marta, ma sai descriverla in maniera meno accademica?

– Si… è un metodo per far emergere quello che già effettivamente è presente nell’uomo, attraverso delle domande. Chi le fa non aggiunge nulla ma le affina volta per volta accompagnando così “l’intervistato” verso una piena realizzazione e quindi verso la felicità.

– Chiarissima!

Domande, solo domande per arrivare alla profondità di quello che crediamo.
Marta, possiamo quindi supporre che chi usa la maieutica crede che la verità sia dentro ognuno di noi, che forse va solo dissotterrata?

– Credo si possa vederla così, prof.

Se quindi sostituiamo la parola verità con creatività, o intuizione, possiamo dire che attraverso delle domande costruttive, e relativo ascolto, possiamo risvegliare la creatività, intesa come «facoltà umana di produrre nuove idee per migliorare la vita»?

Potrebbe essere.

Nelle prossime lezione vorrei focalizzarmi sull’uso delle domande e dell’importanza dell’ascolto associate a due diversi campi. Vi lascio con un semplice compito: date  un’occhiata a quanto dice il Constructive Network.
Perché vedete, raccontare una storia in chiave costruttiva è una scelta che parte dalle domande.

Ci vediamo alla prossima lezione, sempre qui in aula 24.

Di quali storie volete far parte?

Storie

Se vi siete persi le puntate precedenti le potete trovare qui. Mi sono immaginato un corso universitario, mi sono immaginato una classe di giovani donne e uomini prepararsi a conquistarsi il proprio posto nella società, mi sono immaginato come vorrei fosse un corso universitario.

L’ho fatto per raccontarvi il Constructive Network.

Sssh…venite con me, la terza lezione è appena cominciata.


Ben ritrovati! Allora oggi vi vorrei parlare di Richard Sennett e del suo saggio: “L’uomo artigiano”. Il Sociologo scrive che gran parte del sapere artigiano è…?

– Tacito: lo si sa fare, ma non lo si sa esprimere…

Bravi, avete letto il libro e quindi avrete visto come emerge una figura, quella dell’artigiano, che ha sempre fatto fatica a stare alla luce. In fondo Efesto veniva collocato nel ventre di un vulcano, quasi a sottolineare questa sua difficoltà no? Ma voglio concentrarmi su questo: il gran “saper fare” del mondo artigiano manca spesso della componente “far sapere”.

Bè ma lo è sempre stato, se nel libro Sennett scrive che perfino Diderot, a proposito delle sue ricerche per l’Encyclopédie, disse: «su un migliaio di lavoratori, è già una fortuna trovarne una dozzina che siano capaci di spiegare con chiarezza gli attrezzi o le macchine che usano».

– Vero, perfino Diderot, per comprendere e poter poi descrivere nella sua opera il sapere più fedelmente, decise di sperimentare, di immedesimarsi…

– Vuole dire che per comprendere un motore devo andare da un meccanico e smontarlo con lui?

– Bè Andrea, sarebbe utile ma dubito che avremo il tempo di testare tutto prima di acquistarlo. Quello che voglio farvi notare è la frase del prologo: «è possibile realizzare una vita materiale più umana, se solo si comprende meglio il processo del fare»?
Vedete, avere una cultura anche generale delle dinamiche del lavoro, permette di  apprezzare il prodotto di chi, spesso, ha un sapere tacito e quindi ha difficoltà a raccontarlo.

-Non la seguo prof.

– Vi ricordate la lezione precedente?
Il comfort genera un’abitudine, dà una soddisfazione immediata, crea una certa apatia. Ne consegue la difficoltà di cercare nuovi stimoli. Il premio Nobel per l’Economia nel 2017, Richard Thaler, ha basato il suo libro sulla “spinta gentile” necessaria per combattere quella sorta di inerzia nell’adagiarsi, tipica dell’uomo.
Abbiamo bisogno di prodotti creativi!

Prendete un prodotto artigiano, se ci pensate comprendere “il processo del fare”, apprendere un processo produttivo, scoprire da dove viene, con che materiali è fatto…il prodotto già carico di una storia trascinerà con sé una storia ancor maggiore, fatta di riti lavorativi, scelte, “saperi” taciti ed espressioni di un territorio…

– …

– Ricordate la suddivisione tra prodotti difensivi e prodotti creativi?

– Si

– Quello che voglio dirvi è che anche un tavolo, un bene difensivo perché vi permette di mangiare comodamente senza doverlo fare a terra, si potrebbe trasformare in un bene creativo scoprendo il processo del fare o che il legno utilizzato, per esempio, è quello degli alberi caduti in seguito alla tempesta Vaia, o ancora il nome e la storia del falegname, i suoi valori..

– Ma questo è marketing.

– Io vi chiedo di andare oltre, non si tratta semplicemente di fare una sorta di greenwashing o un buon content marketing, storytelling, pubblicità…
Qui vi chiedo di andare in profondità, cercare le pepite d’oro di ogni realtà che incontrate.

– Immedesimarsi come Diderot?

– Magari non servirà proprio come Diderot ma è fondamentale domandarsi cosa c’è dietro un prodotto, sia da consumatori – per sapere cosa state acquistando – sia da comunicatori – per saperlo raccontare a dovere. Il Marketing si troverà di fronte a una grande sfida, quella di portare veramente il suo contributo per la collettività, dovrà “saper contaminare tutte le funzioni aziendali, non solo quelle che riguardano la comunicazione e le pubbliche relazioni. E forse le istanze più urgenti non arriveranno dal mercato ma dalla società”. Lo scrive Paolo Iabichino nella prefazione dell’ultimo libro di Kotler.

Ne abbiamo parlato la scorsa lezione, ricordate? Il 37% degli intervistati da IPSOS ammette che il comportamento delle marche influenza le scelte d’acquisto, la collettività sta diventando più attenta e sensibile.

– Prof, qui credo possa contribuire il Brand Journalism…

– Continua…

– Ricordo una lezione sul Brand Journalism di Michela Trada: a fine ‘800, la Johnson&Johnson produceva prodotti antisettici ma non trovava la domanda a causa della mancanza di cultura della sterilizzazione. Da un’esigenza informativa e di utilità iniziò la base del Brand Journalism, l’azienda creò un opuscolo e lo regalò a tutti gli addetti e alla popolazione, creò cultura. Ne giovò l’azienda e ne giovò la comunità.

– Vero Sara, il Brand Journalism o giornalismo d’impresa, è quella tecnica comunicativa che utilizza gli stili giornalistici per raccontare non una notizia, ma un brand. In questo caso il focus si sposta dalla vendita di un prodotto, tipico della pubblicità tradizionale, alla conoscenza del marchio, del brand, sotto la “protezione” deontologica giornalistica. Alcuni prodotti/ servizi possiedono una storia ancor prima di essere venduti ed il consumatore che ne fa parte, contribuisce alla storia.
“Le storie non sono tutte uguali: certo, molto dipende da chi la racconta la storia, moltissimo dal perché lo fa”. Questa frase è del podcast dell’Osservatorio Storytelling.

La mia domanda è, di che storia volete far parte?

Ci vediamo giovedì prossimo in aula 24.

La felicità va stimolata

La felicità va stimolata

Se vi siete persi la prima puntata, la trovate qui. Mi sono immaginato un corso universitario, mi sono immaginato una classe di giovani donne e uomini prepararsi a conquistarsi il proprio posto nella società, mi sono immaginato come vorrei fosse un corso universitario.

L’ho fatto per raccontarvi il Constructive Network.

Sssh…venite con me, la seconda lezione è appena cominciata.

Gli studenti del corso cominciano a interagire rompendo quella timidezza che limita il confronto costruttivo. Il professore si muove tra loro, coinvolgendoli con lo sguardo, con le parole e con i gesti, come un direttore d’orchestra sta iniziando ad ascoltare le vibrazioni dei singoli elementi.


  • Ben ritrovati! State bene?
    Vi faccio subito una domanda, ma non rispondetemi subito, fatelo a fine lezione, scrivetemi una mail o quando troverete la risposta.
    Qual è l’ultima notizia che avete letto negli ultimi mesi e che vi è stata utile per prendere una decisione, o che sia diventata strumento per prendere una decisione?
    Questa domanda l’ho ascoltata dalla psicoterapeuta Sonia Monticelli in un video e la ritengo importantissima.

Se avete letto il breve saggio dal titolo: “L’Economia senza gioia di Tibor Scitovsky” di Alessandra Smerilli vorrei portarvi a riflettere su una cosa.
Avete capito la provocazione lanciata nel 1974 da Easterlin?

Buongiorno prof, sono Anna.
Interessante ed estremamente attuale, l’osservazione di Richard Easterlin che dimostra come reddito e felicità non siano strettamente correlati.

Grazie Anna.
Spero che tutta la vostra generazione, nei paesi sviluppati, ormai l’abbia capito. La felicità è fatta anche di valori condivisi e uno scopo. D’altronde secondo l’Osservatorio Civic Brand di IPSOSil 46% dice che non comprerebbe un prodotto di un’azienda che ha preso pubblicamente una posizione non condivisa su un tema sociale culturale e politico, il 37% che il comportamento delle marche influenza le scelte d’acquisto e il 35% dichiara di aver smesso di comprare prodotti o servizi perché deluso dal comportamento sociale, culturale o politico di brand e azienda.”

Quello che più mi affascina però, è la risposta di Scitovsky.

Vedo una mano alzata.

Si salve, sono Marco.
Si riferisce alla suddivisione dei beni di consumo in due classi distinte: i beni difensivi e i beni creativi?

Complimenti Marco!
Fu Hawtrey a fare questa distinzione nel 1926 come riporta Marina Bianchi nell’articolo accademico: “Se la felicità è così importante, come mai ne sappiamo così poco?”
Ci stiamo avvicinando. Vi faccio un esempio, prendete un’auto o una lavatrice: la loro funzione è evitarvi lunghe camminate per raggiungere un luogo o di lavare i pantaloni a mano. Ecco, sono entrambi beni difensivi: alleviano una fatica o un disagio.
Prendete invece un libro, un CD di musica classica o un quadro d’arte astratta: il loro consumo vi porta a una certa gratificazione giusto?
Questi sono i beni creativi.

Bè ma, anche una Porsche mi gratificherebbe!

Ahh, mi aspettavo questa battuta.
Sono d’accordo!
Ma c’è un pezzo della Smerilli che mi ha fatto riflettere, scrive che Scitovsky cerca di andare più a fondo e si chiede che cosa ha portato alla noia, la società americana descritta da Easterlin nel ‘74 e perché, – sentite quanto attuale sembra- il tappeto rullante sembra oggi aver aumentato la sua velocità, facendo in modo che nonostante si corra tanto, si rischia non solo di rimanere fermi, ma di andare indietro.
La sua tesi principale è che una «vita buona» abbia bisogno di due ingredienti che devono essere ben combinati: comfort e stimulation. Un uomo i cui bisogni sono soddisfatti e i disagi (discomfort) sono eliminati, vive nella noia se non ci sono stimolazioni (fisiche e intellettuali).

Scusi prof, ma quindi siamo destinati alla fatica per essere felici?

No, siete destinati alla scoperta perenne per essere felici.

Siamo fatti di stimoli, il comfort nasce dopo aver tolto un disagio ovvero una stimolazione troppo elevata, ma in presenza di un comfort totale siamo di fronte all’assenza della stimolazione.
Quindi NOIA.
E di fronte a una stimolazione troppo bassa, l’organismo cerca degli stimoli.

Prendete un evento nuovo o imprevisto, nel vostro organismo si presenta un’eccitazione, una attrazione per la novità. In un grafico lo stimolo prenderebbe la forma di una “U” rovesciata chiamata anche curva di Wundt: se l’elemento non è nuovo, o non abbastanza, l’eccitazione rimane bassa e quindi non provoca piacere mentre un evento troppo nuovo può portare al disagio e al disorientamento. Il punto di massimo piacere deriva da una stimolazione ottimale: quella intermedia.

Prof. sono Maria. Quindi letta così se prendiamo come esempio un’opera d’arte moderna, che spesso non viene capita, per essere apprezzata dobbiamo essere in grado di ricondurla a una scuola o a un movimento di pensiero per evitare disorientamento, mentre un’opera totalmente originale può risultare sgradevole?

Grazie Maria.
Hai colto in pieno. Questo vale anche per le idee nuove.
Mi ricollego alla domanda a inizio lezione: qual è l’ultima notizia che avete letto negli ultimi mesi e che vi è stata utile per prendere una decisione?
Io stesso faccio fatica a ricordarmelo, perché?

Perchè Scitovsky sapeva benissimo che i beni creativi, per essere compresi hanno bisogno di un costo di attivazione che noi umani, pigri di natura, non sempre vogliamo affrontare.
Ma una volta affrontato questo costo, si genera molta più soddisfazione, lo sforzo viene ripagato dalla gratificazione, mentre il prodotto di comfort non richiede nessun costo ma genera una sorta di assuefazione.

Pensateci, dopo che avete letto un libro, visto la vostra webserie preferita o colto le sfumature ironiche e sarcastiche di un post che denota la conoscenza del contesto, siete in grado di generare una relazione di comunicazione, nasce in voi il desiderio di condivisione, siete in grado di alimentare la curiosità dei vostri amici e addirittura diventarne ambassador e convincere a far consumare il bene creativo anche agli altri.    

Come potrebbe essere utile tutto questo per il mondo della comunicazione, del territorio e delle aziende?
Ne discuteremo la prossima lezione.

Se qualcuno ha piacere scopra qualcosa di più su Richard Sennet, sociologo e fondatore del New York Institute for the Humanities e il suo libro “L’uomo artigiano”.

Ci vediamo giovedì prossimo in aula 24.

Siate folla con uno scopo

Siate folla con uno scopo

In un’altra vita, forse, avrei fatto l’insegnante.
Credo nel grande valore di poter aiutare a formare un pensiero critico, nel far comprendere il meraviglioso talento interiore di ognuno di noi, l’importanza di visioni alternative per comprendere la complessità e offrire una visione basata sempre su etica e rispetto.
Mi sono chiesto come raccontarvi il Constructive Network e ho usato l’immaginazione.

Mi sono immaginato un corso universitario, mi sono immaginato una classe di giovani donne e uomini prepararsi a conquistarsi il proprio posto nella società, mi sono immaginato come vorrei fosse una lezione accademica.

Sssh…venite con me, la prima lezione è appena cominciata.

Il professore si trova in mezzo all’aula nello stupore dei ragazzi abituati a quella distanziazione tra insegnanti e studenti, spesso rimarcata anche dall’architettura che pone la cattedra più in alto, sopra uno palchetto.
Sta introducendo il corso.


Ascoltiamo.


In questo corso parleremo tanto, ci confronteremo su diversi temi come informazione, comunicazione, filosofia, marketing, storia, territorio… perché il nostro futuro è totalmente connesso con ciò che ci circonda, quello in cui siamo immersi in ogni istante della nostra vita.
Serve metodo, una forma mentis basata sulle soluzioni, un approccio costruttivo ai problemi, una comunicazione nuova, non credete?

Cominciamo!
Ognuno di voi, ognuno, ha un potenziale nascosto.
Alcuni lo conoscono già, altri credono di saperlo, alcuni lo scopriranno, altri lo tengono nascosto per paura di essere incompresi… fatto sta che questo vostro potenziale è la risposta.

A cosa prof?

Alla paura.

Secondo il 3° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale uscito a febbraio 2020, 7 milioni di italiani hanno paura di perdere il posto a causa dell’innovazione tecnologica. Non nascondiamocelo, la tecnologia ha sempre fatto paura. Rompe gli equilibri, le consuetudini, il “si è sempre fatto così”. Avete studiato il Luddismo vero?

Ma provate a vederla in un altro modo, provate a pensare se non fosse che “l’algoritmo più potente al mondo rimane quello dell’umanità” come emerge dal libro scritto da Francesco Marconi.

Cosa intende prof?

Dovete avere uno scopo, capire cosa vi fa battere il cuore, quello per cui siete portati e usare la tecnologia per realizzarlo!

Certo serve metodo, un costo psicologico di attivazione, è faticoso ma è l’unico modo per non farvi usare dalla tecnologia.

Nell’ultima puntata prima della pausa estiva, Francesco Oggiano, nella sua Digital Journalism ha riportato una sua riflessione: “mi sono imbattuto in questo video, con due pesi massimi del settore. Shapiro – conservatore anti-Trump e ludicissimo polemista – a un certo punto esprime un concetto se volete banalissimo, che però mi ha affascinato tantissimo. «I social in generale, ma in particolare Twitter, hanno creato una cosa che non è mai esistita nella storia dell’uomo: una folla senza scopo». Dall’origine della vita umana ai primi anni ’10, sono esistite folle con uno scopo comune. Anzi, l’obiettivo comune era l’elemento fondante e imprescindibile della folla stessa.”

E aggiunge: “per la prima volta, su Twitter c’è una folla senza scopo. «La gente si alza la mattina e ha voglia di interagire con altre persone. E pensa: “Ok siamo tutti qui. Guarda, lì qualcuno ha detto qualcosa. Ecco, lì c’è uno scopo comune”». E iniziano le polemiche. E la celebrazione collettiva di qualcosa.”

Ma quindi prof. come si articolerà il corso? Nel programma non c’era nessun testo da prendere.

Grazie per la domanda.

Non ci saranno testi perché vi consiglierò volta per volta cosa leggere, senza nessun obbligo ma chi leggerà potrà portare il suo contributo nel dibattito, aiutarmi nell’avere visioni alternative e comprendere la complessità.

Come, noi aiutare lei?

Abbiamo tutti bisogno di continuare a confrontarci, mettere in discussione le nostre verità, inserire la creatività anche nel dibattito “perché in un mondo che va veloce come mai prima d’ora e punta tutto sulla tecnologia, noi siamo coloro che hanno l’opportunità di rappresentare l’unica componente che mai sarà replicata da forme artificiali di intelligenza.” Lo ha detto Marisandra Lizzi nel report di ADCI ed è la stessa persona che ora vi direbbe di andare e cominciare a pensare come fare “il piano di comunicazione della vostra vita”.

Su questo ci torneremo.

Bene quest’ora è volata, leggetevi se volete quanto vi ho citato oggi e, in aggiunta, questo breve saggio dal titolo: “L’economia senza gioia di Tibor Scitovsky” di Alessandra Smerilli.
La prossima lezione parliamo di Scitovsky, singolare economista.

Ci vediamo giovedì prossimo in aula 24.