La forza delle parole: muri o ponti

Non esistono parole sbagliate, esiste un uso sbagliato delle parole. Un altro modo di comunicare, raccontare le notizie e usare le parole è possibile. Giornalisti e comunicatori hanno la possibilità di adoperare le parole per trattare, con un linguaggio corretto, temi sensibili e a rischio di discriminazione.
Soprattutto quando si parla di disabilità, genere e orientamento sessuale, immigrazione, povertà ed emarginazione, prostituzione .

“Le parole possono essere muri o ponti. Possono creare distanza o aiutare la comprensione dei problemi. Le stesse parole, usate in contesti diversi, possono essere appropriate, confondere o in qualche caso offendere. Quando si comunica occorrono, dunque, precisione e consapevolezza del significato e del peso delle parole. Non è facile, ma è necessario per “parlare civile”.

La comunicazione nonviolenta, uno degli esponenti più autorevoli è Marshall B. Rosenberg, autore del li libro “Le parole sono finestre”, consente di cambiare le relazioni tra genitori e figli, tra insegnanti e studenti, e più in generale, permette a ciascuno di noi di cambiare le modalità con cui ci relazioniamo con gli altri e persino con noi stessi. È un linguaggio preciso, disciplinato e fortemente empatico.
Quando impariamo la comunicazione non violenta non possiamo più ignorare il fatto che ogni relazione difficile può, potenzialmente, essere trasformata se abbiamo la cura di comunicare con abilità e con empatia.

Ma cosa fare, ad esempio, per contrastare un uso superficiale del linguaggio da parte dei media?


È necessario una riflessione attenta sull’uso di certe parole perché esse danno forma alla realtà e utilizzare parole in modo inopportuno significa contribuire alla formazione di realtà altrettanto sbagliate.

Nel giornalismo è importante prestare attenzione alle parole perché, solo analizzando a fondo la realtà che si vuole raccontare, è possibile divenire narratori puntuali e partecipi.
Se vogliamo lasciarci alle spalle gli stereotipi dobbiamo necessariamente passare per una fase di ripulitura del lessico.
È un processo che richiederà tempo, ma scegliere di approfondire il proprio linguaggio è un’azione che dovrebbe riguardare tutti.
L’uso appropriato delle parole, a partire dai soggetti che della comunicazione hanno fatto il proprio mestiere, è il punto d’inizio per una corretta informazione.


Le parole sono pietre” – ammoniva Carlo Levi – un avvertimento da seguire ogni volta che si scrive e si parla.
Quando si invita a scegliere l’uso di una parola piuttosto che un’altra non è per denunciare la cattiva informazione o censurare il lavoro giornalistico. Semplicemente a volte ci sono parole che confondono, discriminano e offendono, contribuendo a reiterare, attraverso il linguaggio, ineguaglianze e ingiustizie presenti nella società. Parole che pesano come macigni nel sistema dell’informazione, spesso senza che ci sia nemmeno consapevolezza da parte di chi le usa.
È opportuno, dunque, responsabilizzare la comunicazione pubblica, giornalistica e politica, rifiutando un uso sbagliato della parola senza però limitarla in un finto linguaggio politicamente corretto.

Le parole sono semi


Questa attenzione e cura nella scelta delle parole è parte di un percorso professionale che mi caratterizza e che ha dato vita alla nascita di Sognalibro, la prima libreria motivazionale italiana. Sognalibro nasce in una città di periferia a Potenza, ma ha l’ambizione di poter estendere i suoi valori e la sua mission. Al centro di questo progetto imprenditoriale, nato con mia sorella, ci sono la cultura e l’educazione, uniche chiavi di volta del cambiamento.

Il nome SognaLibro è stato pensato da mio figlio, Paolo. Questa libreria è anche un po’ sua perché mi piace l’idea che possa crescere senza farsi influenzare dalla negatività, ma con il desiderio di realizzare tutti i suoi sogni con impegno e tenacia. Sognalibro si ispira al principio “Le parole sono semi”.


Con le parole possiamo ferire, ma possiamo spalancare finestre alla gentilezza e alla cura. Per questo è importante usarle nel modo giusto.
Se impariamo a raccontarci non cediamo al silenzio, all’incomprensione e all’indifferenza. Semplicemente entriamo in sintonia con gli altri e impariamo a “sentire” sogni, paure, aspettative.

Angela Di Maggio
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