Come cambia il giornalismo nell’era dei social


I social stanno prendendo sempre più la scena, arrivando a influenzare le scelte editoriali di testate giornalistiche importanti. Accade al New York Times dove Bari Weiss, 36 anni, editor della sezione opinioni, lascia il quotidiano sbattendo la porta evidenziando che il giornale è ormai sottomesso alla cosidetta “cancel culture”, la “cultura della cancellazione”, quella che suggerisce di tener fuori tutto ciò che è scomodo, perché può urtare la sensibilità di qualcuno, a scapito del pluralismo e della libertà di opinione.


La Weiss aveva sposato la linea di voler ospitare sulla testata opinioni molto differenti, per avere accesso a un panorama ideologico e politico il più completo possibile, ma le resistenze sono state tante, e lei ha mollato: «Dalle elezioni 2016 avremmo dovuto imparare l’importanza di comprendere gli altri americani, la necessità di resistere al tribalismo e la centralità del libero scambio di idee in una società democratica». Ma le cose non sono andate così. «Un nuovo tipo di consenso sta emergendo nel giornale. Una linea di pensiero per cui la verità non è un processo di scoperta collettivo, ma un’ortodossia di illuminati col compito di informare gli altri».


La colpa, secondo la Weiss, è della “dittatura” di Twitter, social su cui chiunque abbia un’opinione diversa, provocatoria, eccessiva, propria, finisce triturato dagli attacchi. «Il nome di quel social non è nella gerenza del New York Times. Ma Twitter è ormai diventato il direttore del giornale. Le storie vengono scelte e scritte in modo che quell’audience sia soddisfatta e non si scateni, piuttosto che permettere a un pubblico curioso di leggere cosa succede davvero nel mondo per poi trarre le proprie conclusioni».


Non c’è più posto, insomma, per la curiosità intellettuale e per il confronto tra tesi da parte dei lettori. Un episodio isolato o il sintomo di una tendenza in atto? Occorrerà riflettere molto, per capire dove stia andando il giornalismo.

Vito Verrastro
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