Linguaggio giornalistico, stereotipi e pregiudizi: comunicare senza discriminare

Linguaggio Giornalistico

“Sappiamo che l’esposizione ripetuta a discorsi di incitamento all’odio può aumentare i pregiudizi” e “desensibilizzare gli individui verso le aggressioni verbali”; in pratica “si normalizza quello che di solito sarebbe considerato un comportamento socialmente condannabile”: nel 2018, dalle colonne del New York Times, lo psichiatra Richard Alan Friedman sottolinea l’effetto delle parole e dei “discorsi incendiari” nel dibattito politico dell’America di Donald Trump.

Riflessioni sul ruolo delle neuroscienze e della psicologia per dimostrare il peso specifico del linguaggio violento e discriminatorio.

Deontologia giornalistica: la Carta di Roma


Una questione, quella del pregiudizio e degli stereotipi, centrale anche per la deontologia giornalistica. Un esempio è la Carta di Roma pensata per un’informazione corretta nei confronti delle persone straniere, strumento deontologico oggi recepito nel Testo unico dei doveri del giornalista. “Se ripetiamo la parola invasione un numero indeterminato di volte, quella parola finirà per dare una forma spaventosa al fenomeno migratorio a prescindere dai dati reali”, è la riflessione di Valerio Cataldi, giornalista e presidente dell’Associazione Carta di Roma, organizzazione impegnata a promuovere i principii e le raccomandazioni deontologiche volute in forma specifica dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) sulla base delle sollecitazioni dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati.

No “clandestini”


Da qui le linee guida per l’applicazione della Carta di Roma curate dall’associazione presieduta da Cataldi con il contributo di diverse organizzazioni specializzate a vario titolo in materia di migrazione. Tra le raccomandazioni c’è proprio quella di un uso rispettoso e appropriato delle parole per evitare discriminazioni, oltre le generalizzazioni, per non fare “di tutta l’erba un fascio”. E dunque, no all’abuso del termine “clandestino”: meglio espressioni più neutre come “migrante irregolare”. “La parola clandestino – spiega Cataldi – è un esempio lampante di come si riesce a trasformare una notizia e a dare connotato negativo a una persona, ad un gruppo di persone, stabilendo a priori che si muova di nascosto, al buio, come una minaccia costante alla nostra sicurezza”.

Attenzione ai titoli


Sempre nelle linee guida si esprime la necessità di dare informazioni come quelle relative all’appartenenza etnica, religiosa, o al paese di provenienza soltanto se pertinenti e necessarie per la comprensione di un fatto, di una notizia, di un fenomeno di rilevanza giornalistica. Attenzione, quindi, ai titoli: “Scrivere per esempio <<Nord africano arrestato per un furto>> implica attribuire alla appartenenza a un’area geografica un ruolo nella comprensione della notizia” anche quando questo ruolo non risulta giustificato dalla realtà delle cose.

“Parlare Civile”


Si tratta di accortezze descritte anche nel progetto Parlare Civile, iniziativa formativa ed editoriale per indicare buone pratiche, impostazioni giornalistiche sconsigliate, suggerimenti per comunicare senza discriminare. Immigrazione, disabilità, orientamento sessuale, violenza di genere tra le principali tematiche messe a fuoco in questo progetto descritto in una delle dirette live promosse dal nostro Network.

Immigrazione


“Romeno senza patente distrugge famiglia”: è uno dei titoli che Parlare Civile considera sbagliati. Un titolo tratto da un quotidiano free press del 2010 riferito a un incidente stradale: un’impropria specificazione della nazionalità che potrebbe rafforzare il pregiudizio della “naturale” pericolosità sociale associata in automatico all’essere persona di origine romena. Un taglio della notizia in linea con la cosiddetta “etnicizzazione dei reati e del crimine”, puntando il dito contro determinati gruppi etnici e sociali al di là delle vere o presunte responsabilità individuali.

Disabilità


“Il mondo piange i bambini di Newtown. Killer ex alunno autistico”: è un titolo di un’agenzia di stampa nazionale “battuto” nel 2012 in relazione a una strage avvenuta negli Stati Uniti a colpi d’arma da fuoco per mano di un giovane. Un esempio che Parlare Civile considera di cattiva pratica perché, già nel titolo, si mettono in connessione terminologica e di idee autismo e massacro. Un modo per stigmatizzare le persone con autismo e considerarle già di per sé predisposte all’aggressività omicida: questa la critica mossa a diversi giornali di tutto il mondo, Italia compresa, anche dall’allora presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino. Aspetti che si aggiungono alle rappresentazioni stereotipate – dal un lato secondo pietismo, dall’altro secondo eroismo – descritte in chiave ironica nel video “Carrozzati’s Karma”, parodia di “Occidentali’s Karma” ad opera di due donne con disabilità, le attiviste Maria Chiara ed Elena Paolini.

Orientamento sessuale


“Gioco erotico tra gay finisce male, un morto”: il titolo è di un quotidiano online. Si tratta di un articolo del 2011 ripreso da Parlare Civile come esempio di narrazione distorta e discriminatoria. Nel pezzo, infatti, si riportano a partire dal titolo elementi allusivi, per una morte di cui non si conoscevano ancora le cause, se naturali, non naturali o accidentali. Scatta subito l’ipotesi giornalistica di un “gioco erotico” finito male e ci si sofferma sull’abitudine della vittima “di ricevere in casa uomini con i quali intratteneva rapporti sessuali”. Un collegamento tra le dinamiche del fatto e la sfera sessuale che non sarebbe avvenuto nel caso di un individuo “notoriamente eterosessuale”, fa notare Parlare Civile a proposito di una rappresentazione che in automatico collega l’omosessualità al torbido, alla trasgressione, alla devianza.

Violenza di genere


“Delitto passionale”, “movente passionale”, “dramma della gelosia”: espressioni passate in rassegna da Parlare Civile a proposito di abitudini linguistiche spesso osservate nella cronaca della violenza esercitata da uomini nei confronti delle donne. Femminicidi descritti con parole che sembrano frutto della ricerca più o meno consapevole di giustificazioni, moventi, attenuanti nei confronti dei carnefici: qualcosa che rimanda al clima culturale “delitto d’onore” presente nell’ordinamento giuridico italiano fino a non molto tempo fa. Un uso sbagliato delle parole che fa il paio con “raptus di follia”, rimedio linguistico abusato per fatti che spesso nulla c’entrano con la follia e con l’incapacità di intendere e di volere. Approcci da revisionare per spostare l’attenzione e i sentimenti di empatia sulle vittime, per raccontare storie, progetti, sogni, vite spezzate. Schemi da rivedere per raccontare i fatti prestando attenzione anche alle forme d’aiuto, secondo un giornalismo costruttivo che guarda ai problemi ponendosi sempre alla ricerca di soluzioni e possibili vie d’uscita.

Brand Journalism: uno strumento che trasmette valori

brand journalism

Noi siamo il brand di noi stessi ma, più semplicemente, “noi siamo”. Come si esplicita questa affermazione, cosa significa percepire il proprio sé come unicità di prodotto e di esistenza? Quando decidiamo di comunicare qualcosa di afferente al nostro io non dobbiamo mai dimenticare di essere autentici e coerenti con la nostra essenza, con la nostra Mission e la nostra vision. Il Brand journalism è lo strumento che ci permette di trasmettere i nostri valori donando al lettore/utente un’informazione duratura, sincera, credibile e utile.

Brand Journalism o giornalismo d’impresa, è quella tecnica comunicativa che utilizza gli stili giornalistici per raccontare non una notizia, ma un brand. In questo caso il focus si sposta dalla vendita di un prodotto, tipico della pubblicità tradizionale, alla conoscenza del marchio, del brand, sotto la “protezione” deontologica giornalistica. Se è vero che la specializzazione è fondamentale per raggiungere nicchie di mercato, diventare influenti e costruire un business solido, è altrettanto certo che essa rappresenti un numero finito di possibilità nell’universo; al contrario, l’essere umano in quanto tale, è unico e non replicabile. Comunicare ciò che siamo informando sui nostri valori e sui nostri scopi, permetterà quindi agli altri individui di sceglierci per ciò che siamo e non per ciò che facciamo.

La forza del brand journalism sta proprio nella genuinità dell’informazione, nel non comunicare più “a 360 gradi” e per luoghi comuni, ma nel raccontare e nel narrare un’azienda, un’impresa (e noi stessi), per quello che è e che realizza, esattamente come i giornalisti fanno per un episodio di cronaca o di costume. Ogni strumento comunicativo (sito e social stessi) deve procedere in questa direzione.

Il Brand journalism costruttivo

Ulteriore garanzia di professionalità e qualità informativa per utenti e lettori è data dal Brand Journalism costruttivo; il professionista che adotta questa tecnica non andrà mai a promuovere un marchio per criteri e valori che non lo rappresentano. Fare giornalismo aziendale in modo costruttivo significa rispettare i manifesti del solutions journalism che, in Italia, sono ben rappresentati dal nostro Constructive Network.

Le storie e le narrazioni di impresa verranno quindi contestualizzate e anche i dati statistici saranno utilizzati come know how aggiunto e valoriale; il tutto senza sensazionalismi e dettagli poco pertinenti. Un’azienda o un libero professionista, dunque, che decide di affidare la sua comunicazione ad un brand journalist, può aspirare a diventare un punto di riferimento nel settore in cui opera e niente aumenta la Brand Awareness più di questo.

Il Brand Journalism, soprattutto il Brand journalism costruttivo, diventa, poi, un’opportunità anche per il professionista stesso. Utilizzare ed essere portavoce di questa tecnica comunicativa significa informare, comunicare approfonditamente, essere simbolo di coerenza e di unicità; oggi assistiamo sempre più di frequente ad un giornalismo composto di breaking news il cui scopo principale è quello di battere la concorrenza sul tempo favorendo il click-baiting a discapito della qualità dell’informazione.

Il Brand Journalism costruttivo si pone come soluzione alla comunicazione mass market; la libertà della divulgazione sta nella genuinità del contenuto.

La forza delle parole: muri o ponti

La forza delle parole

Non esistono parole sbagliate, esiste un uso sbagliato delle parole. Un altro modo di comunicare, raccontare le notizie e usare le parole è possibile. Giornalisti e comunicatori hanno la possibilità di adoperare le parole per trattare, con un linguaggio corretto, temi sensibili e a rischio di discriminazione.
Soprattutto quando si parla di disabilità, genere e orientamento sessuale, immigrazione, povertà ed emarginazione, prostituzione .

“Le parole possono essere muri o ponti. Possono creare distanza o aiutare la comprensione dei problemi. Le stesse parole, usate in contesti diversi, possono essere appropriate, confondere o in qualche caso offendere. Quando si comunica occorrono, dunque, precisione e consapevolezza del significato e del peso delle parole. Non è facile, ma è necessario per “parlare civile”.

La comunicazione nonviolenta, uno degli esponenti più autorevoli è Marshall B. Rosenberg, autore del li libro “Le parole sono finestre”, consente di cambiare le relazioni tra genitori e figli, tra insegnanti e studenti, e più in generale, permette a ciascuno di noi di cambiare le modalità con cui ci relazioniamo con gli altri e persino con noi stessi. È un linguaggio preciso, disciplinato e fortemente empatico.
Quando impariamo la comunicazione non violenta non possiamo più ignorare il fatto che ogni relazione difficile può, potenzialmente, essere trasformata se abbiamo la cura di comunicare con abilità e con empatia.

Ma cosa fare, ad esempio, per contrastare un uso superficiale del linguaggio da parte dei media?


È necessario una riflessione attenta sull’uso di certe parole perché esse danno forma alla realtà e utilizzare parole in modo inopportuno significa contribuire alla formazione di realtà altrettanto sbagliate.

Nel giornalismo è importante prestare attenzione alle parole perché, solo analizzando a fondo la realtà che si vuole raccontare, è possibile divenire narratori puntuali e partecipi.
Se vogliamo lasciarci alle spalle gli stereotipi dobbiamo necessariamente passare per una fase di ripulitura del lessico.
È un processo che richiederà tempo, ma scegliere di approfondire il proprio linguaggio è un’azione che dovrebbe riguardare tutti.
L’uso appropriato delle parole, a partire dai soggetti che della comunicazione hanno fatto il proprio mestiere, è il punto d’inizio per una corretta informazione.


Le parole sono pietre” – ammoniva Carlo Levi – un avvertimento da seguire ogni volta che si scrive e si parla.
Quando si invita a scegliere l’uso di una parola piuttosto che un’altra non è per denunciare la cattiva informazione o censurare il lavoro giornalistico. Semplicemente a volte ci sono parole che confondono, discriminano e offendono, contribuendo a reiterare, attraverso il linguaggio, ineguaglianze e ingiustizie presenti nella società. Parole che pesano come macigni nel sistema dell’informazione, spesso senza che ci sia nemmeno consapevolezza da parte di chi le usa.
È opportuno, dunque, responsabilizzare la comunicazione pubblica, giornalistica e politica, rifiutando un uso sbagliato della parola senza però limitarla in un finto linguaggio politicamente corretto.

Le parole sono semi


Questa attenzione e cura nella scelta delle parole è parte di un percorso professionale che mi caratterizza e che ha dato vita alla nascita di Sognalibro, la prima libreria motivazionale italiana. Sognalibro nasce in una città di periferia a Potenza, ma ha l’ambizione di poter estendere i suoi valori e la sua mission. Al centro di questo progetto imprenditoriale, nato con mia sorella, ci sono la cultura e l’educazione, uniche chiavi di volta del cambiamento.

Il nome SognaLibro è stato pensato da mio figlio, Paolo. Questa libreria è anche un po’ sua perché mi piace l’idea che possa crescere senza farsi influenzare dalla negatività, ma con il desiderio di realizzare tutti i suoi sogni con impegno e tenacia. Sognalibro si ispira al principio “Le parole sono semi”.


Con le parole possiamo ferire, ma possiamo spalancare finestre alla gentilezza e alla cura. Per questo è importante usarle nel modo giusto.
Se impariamo a raccontarci non cediamo al silenzio, all’incomprensione e all’indifferenza. Semplicemente entriamo in sintonia con gli altri e impariamo a “sentire” sogni, paure, aspettative.

Il nostro futuro è connesso con quello dell’informazione

Futuro dell'informazione

Il nostro futuro è totalmente connesso con quello dell’informazione e della comunicazione in cui viviamo immersi in ogni istante della nostra vita. Per questo è importante il giornalismo costruttivo perché ha totalmente a che fare con la costruzione del mondo che vogliamo. E per farlo dobbiamo cambiare la sua narrazione. L’unico modo è partire dalle nostre narrazioni, partire da noi, dalle parole che usiamo e da quelle che scegliamo di leggere e condividere. Il nostro futuro e quello dell’informazione e della comunicazione dipenderanno da noi. La vera connessione globale non è digitale, ma umana.

Lo ha dimostrato totalmente la pandemia da Covid-19 che stiamo vivendo. Per cambiare le nostre narrazioni, a mio avviso, è importante scegliere la chiave della ricerca della verità. È l’unica chiave possibile.

Verità senza se e senza ma, senza vergognarsi della parola, senza nascondersi dietro a nomignoli, senza velarla di aggettivi inutili. Il buon giornalismo deve impegnarsi a cercare la verità. I fatti non bastano più, dobbiamo anche saperli raccontare.

La verità è ricerca, interrogazione, dubbio, verifica. Dobbiamo ringraziare ed essere pronti a finanziare chi ha il coraggio di dubitare e ci aiuta a smascherare la falsità. La gratuità, ricordiamocelo, è sempre sospetta. Dobbiamo porre le basi per dare valore al giornalismo di qualità che va valorizzato per la sua capacità di costruire, ma anche per quella di denunciare in modo costruttivo quello che non funziona, proponendo vie alternative e sfruttando quell’intelligenza di rete di cui oggi è innervato il nostro mondo.

E con la ricerca della verità possiamo anche ridare un senso alla buona comunicazione. Filtrare contenuti di qualità, leggere in profondità e connettere le persone attraverso le parole è un modo per creare reti di relazione di valore. Questo è il giornalismo costruttivo, questa la comunicazione costruttiva. Entrambe sono fondamentali per il nostro presente e il nostro futuro.

I 4 principi del Manifesto per una Informazione Costruttiva

Informazione Costruttiva

In questo periodo storico il giornalismo sembra essere giunto a un punto di non ritorno. Uno di quei momenti in cui occorre riprendere in mano i contenuti, i valori e le visioni per tracciare un percorso differente. Il nostro network è impegnato in questo viaggio di trasformazione del mondo dell’informazione e della comunicazione.


Puntando su una narrazione costruttiva, stiamo delineando nuovi percorsi, nuove visioni e nuovi sguardi che ci condurranno verso un nuovo modo di raccontare la realtà che ci circonda. Un viaggio stimolante che si costruisce giorno dopo giorno con il confronto, l’ascolto del lettore e l’esplorazione di territori nuovi.


Alla base di questa avventura ci sono nozioni apprese dalle esperienze di giornalismo costruttivo di altri paesi europei ma anche riflessioni nate osservando il panorama italiano dell’informazione. Il risultato di questo confronto è il Manifesto per un’Informazione Costruttiva che racconta i valori che ci muovono a lavorare in modo etico e responsabile.
Un Manifesto che abbiamo voluto per raccontarci meglio e per accogliere le firme di chi – giornalisti, comunicatori e lettori – crede che si possa fare qualcosa per cambiare. Perché il cambiamento è molto più reale e tangibile di quel che si possa pensare.


I principi del Manifesto per una Informazione Costruttiva


Come si può riconoscere l’informazione costruttiva? Nel nostro Manifesto abbiamo scelto di identificare i 4 principi fondamentali intorno a cui ruota la nostra idea di giornalismo e comunicazione.

  • Informare secondo etica e rispetto. Non è il sensazionalismo ciò di cui oggi abbiamo bisogno ma un maggiore approfondimento che va al di là di ciò che viene strillato sui social media o raccontato con parole che fanno leva sullo stato emotivo dei lettori. Serve, crediamo, dare più valore alla notizia.
  • Raccontare la complessità. La narrazione costruttiva parte da una necessità impellente per la nostra società oggi: contestualizzare. I dati vanno raccontati solo dopo averli inseriti in un contesto; le storie vanno condivise solo se rientrano in un panorama più ampio di sfumature.
  • Trovare soluzioni alternative. Il mondo è complesso e con ogni probabilità lo sarà sempre di più. Quale la nostra opportunità? Raccontare i problemi portando visioni alternative, soluzioni scalabili e storie di resilienza. Perché è solo vedendo le opportunità che si generano altre opportunità.
  • Ispirare fiducia nei lettori. Il giornalismo, specie negli ultimi anni, ha perso credibilità per via di esempi poco virtuosi a cui ci siamo abituati. Ma generalizzare non è mai una buona cosa e per questo noi siamo impegnati alla ricerca delle firme e dei media che credono nell’informazione costruttiva e che giorno dopo giorno sono pronti a ricucire la relazione con il lettore. La fiducia è un valore necessario per il benessere di un Paese.

Questi nostri principi sono il punto di partenza per lavorare in modo incessante alla costruzione di nuove forme di racconto e narrazione. Se condividi il nostro pensare ti invitiamo a firmare il Manifesto per una Informazione Costruttiva: è il modo in cui puoi dirci “andate avanti!”.

Nel video qui sotto due dei fondatori del nostro network Assunta Corbo e Vito Verrastro, raccontano il Manifesto e il giornalismo costruttivo. Sul nostro canale Youtube trovi altri contenuti che possono aiutarti a conoscerci meglio.

Il giornalismo è una pratica di precisione

Giornalismo Pratica di Precisione

Mettere insieme, comporre, creare ecco l’origine della parola ‘costruire’ da cui deriva il concetto di giornalismo costruttivo. Una forma di giornalismo nuova o meglio da rinnovare. Il giornalismo dei dati, delle ricerche, delle indagini, delle domande che hanno sempre caratterizzato i buoni cronisti e gli ottimi intervistatori.

Il nostro è un mestiere in cui non sono importanti le risposte ma i quesiti, e dove la curiosità, l’avidità di conoscere e sapere sono il motore, il nucleo della motivazione. Eppure il giornalismo moderno, accelerato dalle tecnologie, in crisi, dopato dalla necessità di fare click è ormai un esercizio da tastiera in cui l’abilità richiesta sembra essere quella del ‘copia e incolla’. Poca fantasia, ritmi troppo serrati anche solo per fare una verifica e quindi il rischio esponenziale di cadere in errore. 

E invece il giornalismo è una pratica di precisione (quasi un abito di sartoria) che ha i suoi tempi di produzione ormai saltati completamente. Personalmente sono ormai una giornalista di lungo corso (sono esattamente trent’anni), che ha iniziato a lavorare prima che internet rendesse tutto lo scibile umano a portata di mano e che quindi ricorda con tenerezza anche la difficoltà di trovare spunti nuovi da proporre a Repubblica. Lo studio sulle riviste scientifiche cartacee, i pezzi consegnati alla redazione sui floppy disk. E poi la rivoluzione che ci ha inebriato, facilitato il lavoro, ampliato gli orizzonti, permesso di entrare in contatto con fonti prima impensabili con un paio di clic. 

Il Giornalismo Costruttivo è un imperativo ambizioso

Trovo quindi che l’idea di un giornalismo costruttivo sia un imperativo ambizioso e un atto dovuto alla professione che abbiamo scelto e che purtroppo non gode di grande stima da parte dell’opinione pubblica. Un ‘costruttivismo’ inteso nel senso più alto, quello attribuibile a Gianbattista Vico che nel 600 affermò che ‘il vero è identico al fatto’ e in cui larealtà, in quanto oggetto della nostra conoscenza, sarebbe creata dal nostro continuo “fare esperienza” di essa. 

È il motivo per cui è difficile immaginare che il giornalista sia quello che si limita a passare delle agenzie scritte da altri (eppure sembra che alcune ricerche abbiamo rilevato che circa l’80% dii quello che leggiamo sui giornali abbia questa origine e solo il 20% sia invece scritto con una elaborazione originale).

È vero, l’approfondimento, la comprensione dei fenomeni, lo studio, l’osservazione richiedono molto tempo e di certo non possiamo chiedere ad un collega che guadagna dieci euro al pezzo di approfondire e dedicare ore e giorni all’analisi, a interviste e alla scrittura. E questo ci porta al problema dei compensi: se un pezzo viene retribuito dieci euro (spesso lordi) è evidente che la qualità viene sacrificata per la quantità perché fare i giornalisti deve essere una professione e non un hobby. 

La nostra professione quindi deve essere costruttiva su molti livelli ed è per questo che giudico il proposito di questo network molto ambizioso e coraggioso. Mi auguro quindi di poter dare il mio contributo a quello che potrebbe diventare una vera rivoluzione culturale, ma soprattutto una azione di rivendicazione della dignità della nostra professione, difficile ma nobile se fatta con i crismi etici e, soprattutto, il più bel mestiere del mondo, perché alla fine il giornalista si sporca le mani, consuma gli occhi e le suole delle scarpe, e la voce per domandare e intervistare e talvolta con il fegato per la rabbia e le ingiustizie e lo stomaco quando al quinto congresso del mese hai mangiato solo fuori e te lo sei rovinato.

E poi l’anima, che alle volte è a pezzi perché le cose che vediamo e le storie che raccontiamo alla fine si insinuano nelle fibre dei nostri cappotti e nei pori della pelle e ci rimangono attaccate, per sempre, cambiandoci in meglio e talora in peggio. 

Il giornalismo costruttivo: un nuovo approccio all’informazione

Il giornalismo costruttivo

Questo momento storico rappresenta il giro di boa per l’informazione. Una sorta di ritorno alle origini, all’etica del giornalismo alla “vecchia maniera” e a quella qualità dell’informazione che si è persa. In questo scenario si inseriscono il giornalismo costruttivo e il giornalismo delle soluzioni (Solutions Journalism). Due opportunità per rimettere mano all’informazione partendo da nuovi punti di vista.

Il giornalismo costruttivo è stato oggetto di numerosi studi e approfondimenti universitari sin dal 2011. La sua patria è il Nord Europa. Dopo anni di esplorazioni, nel 2017 viene teorizzato da Cathrine Gyldensted, giornalista e Karen McIntyre, ricercatrice universitaria. A loro dobbiamo questo filone innovativo che ha l’ambizione di cambiare la cultura mediatica che oggi viviamo. Sempre in Danimarca è nato il Constructive Institute, fondato dal giornalista Urlik Haagerup, che si preoccupa di preparare i nuovi giornalisti costruttivi ed è molto attivo nell’organizzare eventi e incontri tra addetti ai media europei.

Quale il punto di partenza del giornalismo costruttivo?

La psicologia positiva fondata dal prof. Martin Seligman nel 1998 è considerato il punto di partenza per la definizione dell’approccio costruttivo alle notizie. Questa corrente si distanzia dalla psicologia tradizionale partendo da un presupposto importante: «per rendere le persone felici non occorre eliminare ciò  che è negativo quanto piuttosto riempire la mente di visioni positive». Adattato al giornalismo questo significa sostituire l’insistenza nella diffusione di notizie negative con l’intento concreto di fornire visioni più complete, costruttive e possibiliste. Quando si scrivono storie, in sostanza, occorre dare valore ai sentimenti umani portando il focus su concetti come empatia, ascolto, rispetto, gratitudine. Il prof Seligman, che di questo tema si occupa durante i suoi corsi all’Università della Pennsylvania, ha elaborato uno strumento di valutazione dal nome PERMA (Positive Emotions, Engagement, Relationship, Meaning e Achievement”). Lui lo usa con i suoi pazienti ma Cathrine Gyldensted e Karen McIntyre lo hanno adattato alla produzione di notizie.

I giornalisti che intendono scrivere storie con taglio costruttivo scelgono di evidenziare le emozioni costruttive della storia, il livello di coinvolgimento dei protagonisti, le relazioni che si sono attivate grazie alla storia e quelle possibili, il senso di quanto raccontato e la proposta di soluzioni. Un approccio per molti versi distante da quello che oggi viene attuato dai media ma non così distante da ciò che richiede la deontologia giornalistica. Si usano sempre le 5 W del giornalismo aglosassone (Who, When, What, Where e Why) ma si aggiunge una domanda chiave rivolta al futuro: “What Now?” Cosa accade adesso?

Perché il giornalismo costruttivo non è ancora molto diffuso?

Sebbene le cose stiano cambiando di anno in anno, resta il fatto che il giornalismo costruttivo è un approccio all’informazione relativamente nuovo e ancora sconosciuto. A questo si aggiunga che si tratta di una modalità di ricerca e scrittura impegnativa. Non prevede, infatti, la superficialità della notizia e non sostiene la guerra ai titoli più impattanti. Quello a cui ambisce è un maggior approfondimento, la visione della soluzione e lo sguardo sulle possibilità concrete di farcela. Qualunque sia il tema affrontato.

Quel che è certo è che produce un grande effetto sul consumatore di notizie. Per il lettore, infatti, si delinea la possibilità di aprirsi al dibattito, tornare ad avere fiducia nella stampa e la capacità di comprendere tematiche spesso complicate.

A differenza del giornalismo così come lo abbiamo conosciuto fino a oggi, che guarda a ciò che è accaduto e tende alla polarizzazione, il giornalismo costruttivo volge lo sguardo al futuro, osserva la realtà da più punti di vista e consente di mettere in luce quelle sfumature che spesso includono la risposta al problema stesso.

Non si tratta, come spesso viene frainteso, di cercare solo e unicamente il bello della realtà ma di essere concreti nel dare visioni possibiliste sollecitando risposte e soluzioni.

A che punto è il giornalismo costruttivo oggi?

Il momento è quello giusto. Nel mondo stanno accadendo cose importanti: in Nord Europa in primis e negli Stati Uniti dove questo giornalismo di qualità è definito Solutions Journalism. Esistono cellule di giornalisti costruttivi in tutto il mondo. Per quanto riguarda l’Italia, il nostro Constructive Network è il primo network fondato da giornalisti che si pone come punto di riferimento per chi si occupa di informazione a tutti i livelli.

Noi giornalisti costruttivi di tutto il mondo stiamo dialogando per confrontarci, raccontarci e diventare sempre più forti. Sappiamo che si tratta del momento giusto e anche i media italiani lo dimostrano. Sebbene la percezione generale sia quella di una qualità molto bassa, esistono tanti professionisti che operano in modo costruttivo dedicandosi all’approfondimento. Il nostro network ha l’obiettivo di raggrupparli e dare loro visibilità.

C’è un’altra cosa di cui siamo certi: il giornalismo costruttivo può crescere grazie unicamente al lavoro di singoli professionisti. Insieme si costruisce e si comincia a portare una ventata di qualità nei contenuti che leggiamo in rete e offline.

Negli ultimi anni ci siamo occupati tanto delle fake news, ma sono davvero queste il problema? Ciò che ci sta danneggiando come esseri umani, lettori e professionisti dei media è la cattiva informazione: più subdola delle notizie false che vengono costruite a tavolino. Occorre uscire dalla logica che solo ciò che parla di desolazione, terrore e genera paura sia una notizia che debba trovare spazio sui media. Non è così e non è ciò che da lettori vogliamo, anche se poi veniamo attratti dal titolo tragico. È una questione di abitudine: crediamo che l’informazione sia questa mentre ciò che realmente desideriamo è conoscere altro. La realtà nel suo complesso è ciò che ci interessa: non solo problemi e nemmeno solo notizie positive. Ci occorre sapere che per ogni problema ci sono più soluzioni possibili, che qualcuno le ha già trovate e testate, che in qualche parte del mondo c’è chi potrebbe raccontarci nuovi punti di vista e, soprattutto, che non siamo impotenti di fronte alla società oggi.

Ecco perché vogliamo invitarti a condividere il nostro network e scriverci se trovi online degli articoli che hai percepito come costruttivi e utili per te. La condivisione è il motore di questi tempi.