Linguaggio giornalistico, stereotipi e pregiudizi: comunicare senza discriminare

Linguaggio Giornalistico

“Sappiamo che l’esposizione ripetuta a discorsi di incitamento all’odio può aumentare i pregiudizi” e “desensibilizzare gli individui verso le aggressioni verbali”; in pratica “si normalizza quello che di solito sarebbe considerato un comportamento socialmente condannabile”: nel 2018, dalle colonne del New York Times, lo psichiatra Richard Alan Friedman sottolinea l’effetto delle parole e dei “discorsi incendiari” nel dibattito politico dell’America di Donald Trump.

Riflessioni sul ruolo delle neuroscienze e della psicologia per dimostrare il peso specifico del linguaggio violento e discriminatorio.

Deontologia giornalistica: la Carta di Roma


Una questione, quella del pregiudizio e degli stereotipi, centrale anche per la deontologia giornalistica. Un esempio è la Carta di Roma pensata per un’informazione corretta nei confronti delle persone straniere, strumento deontologico oggi recepito nel Testo unico dei doveri del giornalista. “Se ripetiamo la parola invasione un numero indeterminato di volte, quella parola finirà per dare una forma spaventosa al fenomeno migratorio a prescindere dai dati reali”, è la riflessione di Valerio Cataldi, giornalista e presidente dell’Associazione Carta di Roma, organizzazione impegnata a promuovere i principii e le raccomandazioni deontologiche volute in forma specifica dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) sulla base delle sollecitazioni dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati.

No “clandestini”


Da qui le linee guida per l’applicazione della Carta di Roma curate dall’associazione presieduta da Cataldi con il contributo di diverse organizzazioni specializzate a vario titolo in materia di migrazione. Tra le raccomandazioni c’è proprio quella di un uso rispettoso e appropriato delle parole per evitare discriminazioni, oltre le generalizzazioni, per non fare “di tutta l’erba un fascio”. E dunque, no all’abuso del termine “clandestino”: meglio espressioni più neutre come “migrante irregolare”. “La parola clandestino – spiega Cataldi – è un esempio lampante di come si riesce a trasformare una notizia e a dare connotato negativo a una persona, ad un gruppo di persone, stabilendo a priori che si muova di nascosto, al buio, come una minaccia costante alla nostra sicurezza”.

Attenzione ai titoli


Sempre nelle linee guida si esprime la necessità di dare informazioni come quelle relative all’appartenenza etnica, religiosa, o al paese di provenienza soltanto se pertinenti e necessarie per la comprensione di un fatto, di una notizia, di un fenomeno di rilevanza giornalistica. Attenzione, quindi, ai titoli: “Scrivere per esempio <<Nord africano arrestato per un furto>> implica attribuire alla appartenenza a un’area geografica un ruolo nella comprensione della notizia” anche quando questo ruolo non risulta giustificato dalla realtà delle cose.

“Parlare Civile”


Si tratta di accortezze descritte anche nel progetto Parlare Civile, iniziativa formativa ed editoriale per indicare buone pratiche, impostazioni giornalistiche sconsigliate, suggerimenti per comunicare senza discriminare. Immigrazione, disabilità, orientamento sessuale, violenza di genere tra le principali tematiche messe a fuoco in questo progetto descritto in una delle dirette live promosse dal nostro Network.

Immigrazione


“Romeno senza patente distrugge famiglia”: è uno dei titoli che Parlare Civile considera sbagliati. Un titolo tratto da un quotidiano free press del 2010 riferito a un incidente stradale: un’impropria specificazione della nazionalità che potrebbe rafforzare il pregiudizio della “naturale” pericolosità sociale associata in automatico all’essere persona di origine romena. Un taglio della notizia in linea con la cosiddetta “etnicizzazione dei reati e del crimine”, puntando il dito contro determinati gruppi etnici e sociali al di là delle vere o presunte responsabilità individuali.

Disabilità


“Il mondo piange i bambini di Newtown. Killer ex alunno autistico”: è un titolo di un’agenzia di stampa nazionale “battuto” nel 2012 in relazione a una strage avvenuta negli Stati Uniti a colpi d’arma da fuoco per mano di un giovane. Un esempio che Parlare Civile considera di cattiva pratica perché, già nel titolo, si mettono in connessione terminologica e di idee autismo e massacro. Un modo per stigmatizzare le persone con autismo e considerarle già di per sé predisposte all’aggressività omicida: questa la critica mossa a diversi giornali di tutto il mondo, Italia compresa, anche dall’allora presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino. Aspetti che si aggiungono alle rappresentazioni stereotipate – dal un lato secondo pietismo, dall’altro secondo eroismo – descritte in chiave ironica nel video “Carrozzati’s Karma”, parodia di “Occidentali’s Karma” ad opera di due donne con disabilità, le attiviste Maria Chiara ed Elena Paolini.

Orientamento sessuale


“Gioco erotico tra gay finisce male, un morto”: il titolo è di un quotidiano online. Si tratta di un articolo del 2011 ripreso da Parlare Civile come esempio di narrazione distorta e discriminatoria. Nel pezzo, infatti, si riportano a partire dal titolo elementi allusivi, per una morte di cui non si conoscevano ancora le cause, se naturali, non naturali o accidentali. Scatta subito l’ipotesi giornalistica di un “gioco erotico” finito male e ci si sofferma sull’abitudine della vittima “di ricevere in casa uomini con i quali intratteneva rapporti sessuali”. Un collegamento tra le dinamiche del fatto e la sfera sessuale che non sarebbe avvenuto nel caso di un individuo “notoriamente eterosessuale”, fa notare Parlare Civile a proposito di una rappresentazione che in automatico collega l’omosessualità al torbido, alla trasgressione, alla devianza.

Violenza di genere


“Delitto passionale”, “movente passionale”, “dramma della gelosia”: espressioni passate in rassegna da Parlare Civile a proposito di abitudini linguistiche spesso osservate nella cronaca della violenza esercitata da uomini nei confronti delle donne. Femminicidi descritti con parole che sembrano frutto della ricerca più o meno consapevole di giustificazioni, moventi, attenuanti nei confronti dei carnefici: qualcosa che rimanda al clima culturale “delitto d’onore” presente nell’ordinamento giuridico italiano fino a non molto tempo fa. Un uso sbagliato delle parole che fa il paio con “raptus di follia”, rimedio linguistico abusato per fatti che spesso nulla c’entrano con la follia e con l’incapacità di intendere e di volere. Approcci da revisionare per spostare l’attenzione e i sentimenti di empatia sulle vittime, per raccontare storie, progetti, sogni, vite spezzate. Schemi da rivedere per raccontare i fatti prestando attenzione anche alle forme d’aiuto, secondo un giornalismo costruttivo che guarda ai problemi ponendosi sempre alla ricerca di soluzioni e possibili vie d’uscita.